Editing genomico in America Latina:
tra la promessa dell’innovazione
e la difesa della sovranità alimentare

Natalia Santamaría
in Revista Biodiversidad[i]
31 agosto 2026

Ci sono lotte che iniziano molto prima di comparire nei titoli dei giornali. Nascono nelle comunità, nei campi dove si svolge il lavoro collettivo, nello scambio delle sementi, nelle cucine  contadini e indigeni continuano a seminare varietà che non esistono in nessun laboratorio, nei mercati dove si vendono prodotti privi di sostanze chimiche. Là dove l’agricoltura continua ad essere un modo di vivere e non solo un’attività economica, c’è preoccupazione per una tecnologia di cui fino a pochi anni fa si sapeva ben poco al di fuori dei circoli scientifici: l’editing genomico.
Mentre imprese biotecnologiche e settori della ricerca presentano questo strumento come una rivoluzione in grado di sviluppare colture più resistenti a malattie, siccità o parassiti, in diversi territori dell’America Latina il discorso sull’argomento sta prendendo una direzione diversa. Dopo aver vissuto per anni l’avanzata delle monocolture, la concentrazione della terra, la contaminazione da agrotossici e la privatizzazione delle sementi, non ci si limita a discutere unicamente della precisione di una nuova tecnica molecolare. La domanda è molto più ampia: chi deciderà il futuro delle sementi e del cibo nella regione?
Abbiamo parlato con David Paredes, del Guatemala; con Olmedo Peñafiel, dell’Ecuador, e con Alicia Amarilla, del Paraguay, che concordano sul fatto che l’editing genomico annuncia una nuova fase della concentrazione del sistema agroalimentare, proprio in una regione in cui si trovano alcuni dei principali centri di origine e diversificazione delle colture fondamentali per l’alimentazione mondiale. Non parlano da un laboratorio. Parlano dai loro territori, e forse è per questo che le loro domande e le loro risposte sono diverse.

“Stavamo appena cominciando a capire che cosa sono i transgenici”.
David Paredes lavora da anni su tematiche riguardanti la biodiversità, le sementi e le politiche agricole in Guatemala. Quando inizia a parlare di editing genomico, non ricorre a spiegazioni tecniche. Descrive piuttosto una sensazione condivisa da molte organizzazioni sociali: “Stavamo appena cominciando a capire che cosa sono i transgenici, ed ecco che arriva l’editing genomico”.
Questa frase riassume la preoccupazione per la rapidità con cui avanzano le tecnologie, che supera di gran lunga i tempi di cui le società hanno bisogno per comprenderle, discuterne e decidere collettivamente su di esse.
Per anni, vari movimenti contadini e indigeni latinoamericani si sono dedicati a spiegare che cosa erano gli organismi geneticamente modificati, quali erano le loro implicazioni e perché si riteneva necessario mettervi un freno. In molti paesi, questa discussione ha reso possibile l’avvio di dibattiti pubblici su etichettatura, biosicurezza, diritti degli agricoltori e conservazione delle sementi native.
Quando questi concetti cominciavano ad essere compresi da ampi settori della popolazione, ecco comparire l’editing genomico, CRISPR, nuove tecniche di miglioramento, nuovi organismi, nuove regolamentazioni.
Per David, la difficoltà non sta solo nel capire come funziona questa tecnologia, ma anche nelle conseguenze politiche che può avere.
“La gente sente parlare di ‘editing genomico’ e pensa che sia qualcosa di completamente diverso dai transgenici”, spiega. “Ma entrambi implicano che si intervenga sul genoma tramite strumenti di ingegneria genetica. La domanda rimane la stessa: quali possono essere i loro impatti, e chi decide come e a quale scopo si utilizzano?”.
Per spiegare il concetto, David ricorre a un semplice confronto. I transgenici, dice, potrebbero essere intesi come l’incorporazione di informazione genetica proveniente da un’altra specie. L’editing genomico, invece, sarebbe più simile all’editing [correzione] di un testo o di un video: eliminare, sostituire o modificare specifici frammenti di DNA senza necessariamente incorporare geni esterni.
Questa metafora facilita la comprensione, ma cogliere la differenza tecnica non significa che le domande scompaiano, perché il dibattito non si conclude a livello di laboratorio.

La natura non è un esperimento.
David insiste nel sottolineare che gli ecosistemi non sono strutture statiche. Sono processi complessi in cui piante, animali, microrganismi ed esseri umani hanno costruito relazioni di equilibrio che sono ben lungi dall’essere pienamente comprese.
Per tale motivo, quando si parla di interventi genetici su organismi che fanno parte di questi ecosistemi, David ritiene indispensabile invocare il principio di precauzione.
“La natura ha impiegato migliaia di anni per sviluppare tutta quella diversità. Noi non conosciamo ancora appieno il funzionamento di quelle relazioni, eppure crediamo di poterle modificare senza conseguenze”.
La sua preoccupazione assume un significato particolare perché il luogo in cui viene espressa, il Guatemala, fa parte di una delle regioni dove ha avuto origine e si è diversificato il mais, una coltura che non è solo uno dei principali alimenti del continente, ma anche un elemento centrale nella visione del mondo di molti popoli indigeni.
Dal suo punto di vista, modificare le sementi in territori considerati centri di origine implica l’assunzione di rischi che non possono essere valutati unicamente in base a criteri produttivi. “Non stiamo parlando solo di una pianta, stiamo parlando di storia, cultura, biodiversità e processi evolutivi che si sono svolti in migliaia di anni”.
L’agricoltura industriale ha mirato per anni a ridurre la diversità genetica espandendo varietà commerciali altamente omogenee. Questa omogeneità facilita la gestione agronomica e la produzione su larga scala, ma aumenta la dipendenza da un numero limitato di varietà. Questo riduce la loro capacità di adattarsi a cambiamenti ambientali o a nuove malattie.
Per chi difende le sementi autoctone, la diversità non rappresenta un ostacolo alla produttività. È una strategia di sopravvivenza. E quella diversità, ricorda David, è stata intessuta da intere generazioni di contadini e indigeni, molto prima che esistessero le aziende biotecnologiche.

La difesa inizia molto prima.
A più di tremila chilometri di distanza, in Paraguay, Alicia Amarilla sente parlare di editing genomico con la stessa preoccupazione con cui aveva sentito parlare anni fa delle sementi transgeniche.
Contadina indigena e membro del Coordinamento nazionale delle organizzazioni delle donne lavoratrici rurali e indigene (Conamuri), trascorre la sua vita tra coltivazioni agroecologiche, incontri di formazione e un’esperienza comunitaria che riassume buona parte della resistenza contadina in Paraguay: una Casa delle sementi dove donne di diverse comunità salvaguardano varietà native e creole.
Prima di rispondere a qualsiasi domanda sull’editing genomico, Alicia preferisce spiegare cosa fanno in quel contesto. Parla di agroecologia, di pianificazione agricola, di donne organizzate. Parla di diversificazione delle colture e, soprattutto, parla di territori. Ritiene infatti che non sia possibile separare una cosa dall’altra.
“Parlare di agroecologia significa parlare della lotta per il territorio. Quando l’agroindustria entra in una comunità, nel giro di meno di due anni comincia a prendere tutte le terre. Privatizza non solo la terra, ma anche l’acqua e le sementi. Distrugge tutta la biodiversità che esiste”.
L’editing genomico appare quindi come un ulteriore motivo di preoccupazione all’interno di un processo già ben noto.
“Non comprendiamo ancora tutta la parte scientifica”, ammette onestamente. “Sappiamo però che è un attentato agli esseri viventi.”
Nell’esperienza che hanno accumulato, le comunità hanno visto che le diverse innovazioni tecnologiche sono sempre state accompagnate da promesse di sviluppo, mentre nei territori crescevano la concentrazione di terre, la dipendenza economica e la perdita di diversità agricola.
La preoccupazione di Alicia non nasce da un’opposizione astratta alla scienza. Non si tratta di una sfiducia automatica nei confronti delle innovazioni tecnologiche. Ma l’esperienza accumulata dalle comunità è che, per decenni, ogni nuovo pacchetto tecnologico è arrivato accompagnato da un discorso di progresso, di sviluppo, e ha finito per approfondire la dipendenza degli agricoltori, indebolire le economie contadine ed erodere la biodiversità.
Per questo, quando sente parlare di editing genomico, Alicia non pensa tanto alla biologia molecolare quanto alla vita quotidiana.
“Con gli agrotossici, tu vedi la fumigazione e puoi affrontarla, puoi mobilitarti. Ma con l’editing genomico è diverso. Colpisce gli esseri viventi. Ma non si vede. E questo rende la cosa ancora più grave”.
L’invisibilità appare come una delle nuove grandi sfide. Mentre una fumigazione può essere documentata e denunciata, e può generare una reazione immediata nella comunità, una modifica genetica rimane nascosta a chi coltiva, a chi vende e a chi consuma.
Questa invisibilità, avverte Alicia, rende difficile anche l’organizzazione sociale: “Come lottare contro qualcosa che ancora non conosciamo del tutto?”.
Ad un certo punto, Alicia smette di parlare di editing genomico e descrive il lavoro quotidiano della Casa delle sementi di Conamuri. Prima di discutere di geni, laboratori o regolamenti, torna più volte a spiegare che cosa significa una semente per le comunità contadine. Non parla di resa o di produttività. Parla di memoria. “Salvare le sementi è recuperare conoscenza. È un lavoro di cura svolto specialmente dalle donne”.
Ogni varietà che conservano ha una storia. Sanno chi ha iniziato a seminarla, quale famiglia l’ha ereditata, quante generazioni l’hanno coltivata, in quale comunità si è adattata. Quali cibi tradizionali vengono ancora preparati grazie a quel seme.
C’è quindi una profonda differenza tra due modi di comprendere l’agricoltura. Mentre le aziende registrano varietà per proteggere i diritti di proprietà intellettuale, le comunità cercano di proteggere la memoria collettiva di ogni semente, il che non è un dettaglio da poco. Si tratta di una differenza che ha un grande significato politico, perché le intenzioni sottostanti sono molto diverse.

Quando la sovranità alimentare smette di essere un concetto.
L’espressione sovranità alimentare ha trovato sempre più spazio nei dibattiti internazionali, nei documenti delle organizzazioni sociali e anche in alcune politiche pubbliche. Tuttavia, raramente acquisisce tanta chiarezza come quando si ascolta chi la mette in pratica quotidianamente.
Per Alicia, la sovranità alimentare ha inizio quando una famiglia può conservare parte del raccolto per riseminarlo. Quando una comunità organizza un incontro di scambio delle sementi. Quando le donne continuano a trasmettere conoscenze sulle varietà locali. Quando è ancora possibile decidere cosa produrre senza dipendere interamente da pacchetti tecnologici esterni.
“La semente è l’inizio del cibo”, dice Alicia. E poi aggiunge una frase che riassume tutta una concezione politica: “La lotta per le sementi è una lotta per la vita”.
Questa affermazione è in sintonia con l’esperienza ecuadoriana di Olmedo Peñafiel, agricoltore, produttore di riso e attivista. Sebbene provengano da contesti diversi, entrambi giungono a conclusioni molto simili.
Olmedo osserva il problema dal punto di vista della pratica quotidiana della produzione agroecologica. Alicia lo fa dal punto di vista dell’organizzazione comunitaria. Entrambi finiscono per parlare di autonomia.

“L’agricoltore smette di essere proprietario delle proprie sementi”.
Nella provincia ecuadoriana di Los Ríos, Olmedo Peñafiel ha dedicato buona parte della sua vita alla produzione agroecologica di riso e ad affiancare piccoli agricoltori. La sua preoccupazione di fronte all’editing genomico non prende le mosse unicamente dalle possibili modifiche al DNA delle piante. Ciò che lo preoccupa è anche la trasformazione che queste tecnologie possono generare nelle relazioni tra agricoltori e sementi.
Per Olmedo, il problema è emerso quando il mondo agricolo ha smesso di produrre sementi e ha cominciato ad acquistarle. “Prima, gli agricoltori risparmiavano parte del proprio raccolto per riseminarlo. Oggi dipendono sempre più dall’acquisto di sementi certificate, di fertilizzanti e dell’intero pacchetto tecnologico”. Olmedo descrive un cambiamento profondo nella struttura del sistema alimentare.
Quando un agricoltore perde la capacità di riprodurre le proprie sementi, perde anche parte della sua autonomia. Ogni nuova stagione dipende dal tornare al mercato, acquistare le sementi e comprare fertilizzanti e pesticidi compatibili, adeguandosi alle condizioni imposte da chi controlla la tecnologia. “La dipendenza sta aumentando e finisce per colpire specialmente l’agricoltura familiare.”
I piccoli produttori hanno una minore capacità economica per far fronte all’aumento permanente dei costi.

Chi prende le decisioni?
David, Alicia e Olmedo sono d’accordo su qualcosa che raramente è al centro del dibattito pubblico. Non si limitano a chiedere che cosa può fare l’editing genomico. Chiedono chi decide come utilizzarlo.
In teoria, questa risposta si dovrebbe trovare nei quadri normativi nazionali, ma le organizzazioni contadine hanno una percezione diversa. C’è una profonda diffidenza nei confronti degli spazi in cui vengono prese queste decisioni.
Alicia Amarilla ricorda le discussioni sulla legislazione in Paraguay. Per anni, diverse organizzazioni hanno avanzato proposte per la protezione delle sementi native e creole. Il risultato, dice, è stato frustrante.
“Abbiamo presentato progetti per la difesa delle nostre sementi, ma sono rimasti lettera morta. Poi le imprese hanno presentato i loro progetti, e questi sono andati avanti”. Oggi, anche quando ritengono necessaria una nuova legislazione, molte organizzazioni esitano a promuoverla. Non perché abbiano rinunciato alla difesa delle sementi, ma perché sentono che lo scenario politico è profondamente sfavorevole nei loro confronti.
Alicia usa un’immagine incisiva: “È come risvegliare il mostro”. Questa espressione riassume la paura di aprire una discussione parlamentare che finisca per rafforzare ulteriormente gli interessi delle grandi imprese.
“Al momento non abbiamo alleati”, spiega. E parla di organismi di controllo le cui decisioni corrispondono, secondo la sua percezione, più agli interessi delle imprese che alla cura della biodiversità.
Di fronte a questo panorama, molte comunità hanno optato per un’altra strategia. Se le leggi non offrono una protezione sufficiente, la difesa inizia nei propri territori. Nelle banche comunitarie dei semi, negli scambi, nell’organizzazione e nella memoria.

La resistenza si organizza.
Se queste conversazioni rivelano qualcosa, ciò che mettono in luce è che la discussione sull’editing genomico non si riduce a un dibattito scientifico. Nei territori, le domande sono molto più profonde: chi produce il cibo, chi controlla le sementi, chi ha la capacità di decidere quale modello agricolo imporre? Le risposte si costruiscono dal basso.
In Guatemala, David Paredes insiste che la sfida principale è evitare che la discussione sia limitata agli specialisti o a chi sviluppa queste tecnologie. “I cittadini devono sapere di cosa stiamo parlando”, afferma. “Non possiamo permettere che le decisioni vengano prese solo negli spazi tecnici, perché tutti noi ne subiremo le conseguenze”.
Mentre la ricerca scientifica e gli interessi commerciali evolvono rapidamente, l’informazione, il dibattito pubblico e la regolamentazione avanzano a un ritmo diverso. Questo divario, avverte, finisce per favorire l’adozione di decisioni con enormi implicazioni sociali senza una sufficiente partecipazione dei cittadini.
In Ecuador, Olmedo Peñafiel lo conferma. “La maggior parte degli agricoltori ancora non sa che cosa significa editing genomico. E se chi produce cibo non conosce ciò che sta succedendo, difficilmente sarà in grado di decidere o difendere i propri diritti”.
Per tale motivo, Olmedo insiste nel dire che l’informazione è una forma di difesa del territorio. Non basta produrre in modo agroecologico. È essenziale anche comprendere come si stanno evolvendo le politiche agricole, le nuove tecnologie e le strategie commerciali dell’agroindustria.
Per Alicia Amarilla, nessuna organizzazione sarà in grado di affrontare da sola un processo di tale portata. L’esperienza accumulata durante le campagne contro le colture transgeniche ha insegnato loro che le vittorie non erano ottenute solo dai contadini. Partecipavano consumatori, cuochi, fornai, giovani studenti universitari, ricercatori e organizzazioni urbane.
Alicia ricorda con entusiasmo la campagna “Pane e Veleno”, promossa per denunciare l’uso di grano associato a pacchetti tecnologici fortemente dipendenti dagli agrotossici. La cosa più importante, dice, non è stata solo la denuncia. È stata l’alleanza. “Si sono uniti cuochi, fornai, giovani studenti universitari. La gente ha cominciato a chiedere che cosa stava mangiando”. La campagna è riuscita a instaurare una conversazione pubblica sull’origine del cibo. “Credo che abbiamo un’esperienza di lotta contro i transgenici. Anche di fronte all’editing genomico dobbiamo riorganizzarci, raggrupparci e cercare alleanze con vari settori. Non solo contadini e indigeni. Anche con consumatori, scienziati e tutte le persone che vogliono difendere la vita”.
Questa frase forse riassume la nostra constatazione principale. Le comunità non propongono uno scontro tra scienza e agricoltura. Sollevano altre domande: Quale scienza? A servizio di chi?

Una disputa sul futuro.
La discussione sull’editing genomico non inizia nei laboratori. Per migliaia di anni, nei territori, comunità contadine e indigene hanno protetto, selezionato e scambiato sementi, costruendo la biodiversità che oggi sostiene l’alimentazione mondiale.
Difendere le sementi non significa solo difendere una risorsa biologica. Significa difendere una forma di conoscenza, una relazione con la natura e il diritto dei popoli a decidere su ciò che sostiene la loro vita.
David Paredes, Olmedo Peñafiel e Alicia Amarilla concordano: il futuro dell’agricoltura non può essere definito a partire dai laboratori, dalle imprese o dai mercati. L’innovazione tecnologica solleva questioni anche politiche: chi controlla le sementi, chi decide sulla biodiversità e chi ha il diritto di partecipare alle decisioni che trasformeranno il modo in cui produciamo il nostro cibo.
Il dibattito sull’editing genomico non rifiuta la scienza, ma si chiede a quali condizioni, a beneficio di chi e con quali limiti le sue applicazioni funzionano. Un seme non è solo informazione genetica: è il risultato del lavoro collettivo di intere generazioni, è memoria, è territorio.
….Nel frattempo, le comunità che hanno protetto la diversità agricola per secoli mantengono viva una pratica essenziale: salvare, scambiare e seminare semi per preservare la possibilità che le persone continuino a decidere sul proprio cibo, sui propri territori e sul proprio futuro.
Come ricorda Alicia Amarilla, “La semente è l’inizio del cibo”. E questa frase riassume una domanda che rimane aperta: chi deciderà quali sementi esisteranno domani?

Fonte: “La nueva disputa por las semillas”, in Revista Biodiversidad, 129/ 2026-3, pp. 10-15.
Traduzione a cura di Camminardomandando

[i] N.d.t. – Biodiversidad, sustento y culturas è una rivista trimestrale latinoamericana redatta e pubblicata da Alianza Biodiversidad, che riunisce 13 importanti organizzazioni e movimenti latinoamericani che lavorano per la difesa della biodiversità.

Editing genomico in America Latina:
tra la promessa dell’innovazione
e la difesa della sovranità alimentare

Natalia Santamaría
in Revista Biodiversidad[i]
31 agosto 2026

Ci sono lotte che iniziano molto prima di comparire nei titoli dei giornali. Nascono nelle comunità, nei campi dove si svolge il lavoro collettivo, nello scambio delle sementi, nelle cucine  contadini e indigeni continuano a seminare varietà che non esistono in nessun laboratorio, nei mercati dove si vendono prodotti privi di sostanze chimiche. Là dove l’agricoltura continua ad essere un modo di vivere e non solo un’attività economica, c’è preoccupazione per una tecnologia di cui fino a pochi anni fa si sapeva ben poco al di fuori dei circoli scientifici: l’editing genomico.
Mentre imprese biotecnologiche e settori della ricerca presentano questo strumento come una rivoluzione in grado di sviluppare colture più resistenti a malattie, siccità o parassiti, in diversi territori dell’America Latina il discorso sull’argomento sta prendendo una direzione diversa. Dopo aver vissuto per anni l’avanzata delle monocolture, la concentrazione della terra, la contaminazione da agrotossici e la privatizzazione delle sementi, non ci si limita a discutere unicamente della precisione di una nuova tecnica molecolare. La domanda è molto più ampia: chi deciderà il futuro delle sementi e del cibo nella regione?
Abbiamo parlato con David Paredes, del Guatemala; con Olmedo Peñafiel, dell’Ecuador, e con Alicia Amarilla, del Paraguay, che concordano sul fatto che l’editing genomico annuncia una nuova fase della concentrazione del sistema agroalimentare, proprio in una regione in cui si trovano alcuni dei principali centri di origine e diversificazione delle colture fondamentali per l’alimentazione mondiale. Non parlano da un laboratorio. Parlano dai loro territori, e forse è per questo che le loro domande e le loro risposte sono diverse.

“Stavamo appena cominciando a capire che cosa sono i transgenici”.
David Paredes lavora da anni su tematiche riguardanti la biodiversità, le sementi e le politiche agricole in Guatemala. Quando inizia a parlare di editing genomico, non ricorre a spiegazioni tecniche. Descrive piuttosto una sensazione condivisa da molte organizzazioni sociali: “Stavamo appena cominciando a capire che cosa sono i transgenici, ed ecco che arriva l’editing genomico”.
Questa frase riassume la preoccupazione per la rapidità con cui avanzano le tecnologie, che supera di gran lunga i tempi di cui le società hanno bisogno per comprenderle, discuterne e decidere collettivamente su di esse.
Per anni, vari movimenti contadini e indigeni latinoamericani si sono dedicati a spiegare che cosa erano gli organismi geneticamente modificati, quali erano le loro implicazioni e perché si riteneva necessario mettervi un freno. In molti paesi, questa discussione ha reso possibile l’avvio di dibattiti pubblici su etichettatura, biosicurezza, diritti degli agricoltori e conservazione delle sementi native.
Quando questi concetti cominciavano ad essere compresi da ampi settori della popolazione, ecco comparire l’editing genomico, CRISPR, nuove tecniche di miglioramento, nuovi organismi, nuove regolamentazioni.
Per David, la difficoltà non sta solo nel capire come funziona questa tecnologia, ma anche nelle conseguenze politiche che può avere.
“La gente sente parlare di ‘editing genomico’ e pensa che sia qualcosa di completamente diverso dai transgenici”, spiega. “Ma entrambi implicano che si intervenga sul genoma tramite strumenti di ingegneria genetica. La domanda rimane la stessa: quali possono essere i loro impatti, e chi decide come e a quale scopo si utilizzano?”.
Per spiegare il concetto, David ricorre a un semplice confronto. I transgenici, dice, potrebbero essere intesi come l’incorporazione di informazione genetica proveniente da un’altra specie. L’editing genomico, invece, sarebbe più simile all’editing [correzione] di un testo o di un video: eliminare, sostituire o modificare specifici frammenti di DNA senza necessariamente incorporare geni esterni.
Questa metafora facilita la comprensione, ma cogliere la differenza tecnica non significa che le domande scompaiano, perché il dibattito non si conclude a livello di laboratorio.

La natura non è un esperimento.
David insiste nel sottolineare che gli ecosistemi non sono strutture statiche. Sono processi complessi in cui piante, animali, microrganismi ed esseri umani hanno costruito relazioni di equilibrio che sono ben lungi dall’essere pienamente comprese.
Per tale motivo, quando si parla di interventi genetici su organismi che fanno parte di questi ecosistemi, David ritiene indispensabile invocare il principio di precauzione.
“La natura ha impiegato migliaia di anni per sviluppare tutta quella diversità. Noi non conosciamo ancora appieno il funzionamento di quelle relazioni, eppure crediamo di poterle modificare senza conseguenze”.
La sua preoccupazione assume un significato particolare perché il luogo in cui viene espressa, il Guatemala, fa parte di una delle regioni dove ha avuto origine e si è diversificato il mais, una coltura che non è solo uno dei principali alimenti del continente, ma anche un elemento centrale nella visione del mondo di molti popoli indigeni.
Dal suo punto di vista, modificare le sementi in territori considerati centri di origine implica l’assunzione di rischi che non possono essere valutati unicamente in base a criteri produttivi. “Non stiamo parlando solo di una pianta, stiamo parlando di storia, cultura, biodiversità e processi evolutivi che si sono svolti in migliaia di anni”.
L’agricoltura industriale ha mirato per anni a ridurre la diversità genetica espandendo varietà commerciali altamente omogenee. Questa omogeneità facilita la gestione agronomica e la produzione su larga scala, ma aumenta la dipendenza da un numero limitato di varietà. Questo riduce la loro capacità di adattarsi a cambiamenti ambientali o a nuove malattie.
Per chi difende le sementi autoctone, la diversità non rappresenta un ostacolo alla produttività. È una strategia di sopravvivenza. E quella diversità, ricorda David, è stata intessuta da intere generazioni di contadini e indigeni, molto prima che esistessero le aziende biotecnologiche.

La difesa inizia molto prima.
A più di tremila chilometri di distanza, in Paraguay, Alicia Amarilla sente parlare di editing genomico con la stessa preoccupazione con cui aveva sentito parlare anni fa delle sementi transgeniche.
Contadina indigena e membro del Coordinamento nazionale delle organizzazioni delle donne lavoratrici rurali e indigene (Conamuri), trascorre la sua vita tra coltivazioni agroecologiche, incontri di formazione e un’esperienza comunitaria che riassume buona parte della resistenza contadina in Paraguay: una Casa delle sementi dove donne di diverse comunità salvaguardano varietà native e creole.
Prima di rispondere a qualsiasi domanda sull’editing genomico, Alicia preferisce spiegare cosa fanno in quel contesto. Parla di agroecologia, di pianificazione agricola, di donne organizzate. Parla di diversificazione delle colture e, soprattutto, parla di territori. Ritiene infatti che non sia possibile separare una cosa dall’altra.
“Parlare di agroecologia significa parlare della lotta per il territorio. Quando l’agroindustria entra in una comunità, nel giro di meno di due anni comincia a prendere tutte le terre. Privatizza non solo la terra, ma anche l’acqua e le sementi. Distrugge tutta la biodiversità che esiste”.
L’editing genomico appare quindi come un ulteriore motivo di preoccupazione all’interno di un processo già ben noto.
“Non comprendiamo ancora tutta la parte scientifica”, ammette onestamente. “Sappiamo però che è un attentato agli esseri viventi.”
Nell’esperienza che hanno accumulato, le comunità hanno visto che le diverse innovazioni tecnologiche sono sempre state accompagnate da promesse di sviluppo, mentre nei territori crescevano la concentrazione di terre, la dipendenza economica e la perdita di diversità agricola.
La preoccupazione di Alicia non nasce da un’opposizione astratta alla scienza. Non si tratta di una sfiducia automatica nei confronti delle innovazioni tecnologiche. Ma l’esperienza accumulata dalle comunità è che, per decenni, ogni nuovo pacchetto tecnologico è arrivato accompagnato da un discorso di progresso, di sviluppo, e ha finito per approfondire la dipendenza degli agricoltori, indebolire le economie contadine ed erodere la biodiversità.
Per questo, quando sente parlare di editing genomico, Alicia non pensa tanto alla biologia molecolare quanto alla vita quotidiana.
“Con gli agrotossici, tu vedi la fumigazione e puoi affrontarla, puoi mobilitarti. Ma con l’editing genomico è diverso. Colpisce gli esseri viventi. Ma non si vede. E questo rende la cosa ancora più grave”.
L’invisibilità appare come una delle nuove grandi sfide. Mentre una fumigazione può essere documentata e denunciata, e può generare una reazione immediata nella comunità, una modifica genetica rimane nascosta a chi coltiva, a chi vende e a chi consuma.
Questa invisibilità, avverte Alicia, rende difficile anche l’organizzazione sociale: “Come lottare contro qualcosa che ancora non conosciamo del tutto?”.
Ad un certo punto, Alicia smette di parlare di editing genomico e descrive il lavoro quotidiano della Casa delle sementi di Conamuri. Prima di discutere di geni, laboratori o regolamenti, torna più volte a spiegare che cosa significa una semente per le comunità contadine. Non parla di resa o di produttività. Parla di memoria. “Salvare le sementi è recuperare conoscenza. È un lavoro di cura svolto specialmente dalle donne”.
Ogni varietà che conservano ha una storia. Sanno chi ha iniziato a seminarla, quale famiglia l’ha ereditata, quante generazioni l’hanno coltivata, in quale comunità si è adattata. Quali cibi tradizionali vengono ancora preparati grazie a quel seme.
C’è quindi una profonda differenza tra due modi di comprendere l’agricoltura. Mentre le aziende registrano varietà per proteggere i diritti di proprietà intellettuale, le comunità cercano di proteggere la memoria collettiva di ogni semente, il che non è un dettaglio da poco. Si tratta di una differenza che ha un grande significato politico, perché le intenzioni sottostanti sono molto diverse.

Quando la sovranità alimentare smette di essere un concetto.
L’espressione sovranità alimentare ha trovato sempre più spazio nei dibattiti internazionali, nei documenti delle organizzazioni sociali e anche in alcune politiche pubbliche. Tuttavia, raramente acquisisce tanta chiarezza come quando si ascolta chi la mette in pratica quotidianamente.
Per Alicia, la sovranità alimentare ha inizio quando una famiglia può conservare parte del raccolto per riseminarlo. Quando una comunità organizza un incontro di scambio delle sementi. Quando le donne continuano a trasmettere conoscenze sulle varietà locali. Quando è ancora possibile decidere cosa produrre senza dipendere interamente da pacchetti tecnologici esterni.
“La semente è l’inizio del cibo”, dice Alicia. E poi aggiunge una frase che riassume tutta una concezione politica: “La lotta per le sementi è una lotta per la vita”.
Questa affermazione è in sintonia con l’esperienza ecuadoriana di Olmedo Peñafiel, agricoltore, produttore di riso e attivista. Sebbene provengano da contesti diversi, entrambi giungono a conclusioni molto simili.
Olmedo osserva il problema dal punto di vista della pratica quotidiana della produzione agroecologica. Alicia lo fa dal punto di vista dell’organizzazione comunitaria. Entrambi finiscono per parlare di autonomia.

“L’agricoltore smette di essere proprietario delle proprie sementi”.
Nella provincia ecuadoriana di Los Ríos, Olmedo Peñafiel ha dedicato buona parte della sua vita alla produzione agroecologica di riso e ad affiancare piccoli agricoltori. La sua preoccupazione di fronte all’editing genomico non prende le mosse unicamente dalle possibili modifiche al DNA delle piante. Ciò che lo preoccupa è anche la trasformazione che queste tecnologie possono generare nelle relazioni tra agricoltori e sementi.
Per Olmedo, il problema è emerso quando il mondo agricolo ha smesso di produrre sementi e ha cominciato ad acquistarle. “Prima, gli agricoltori risparmiavano parte del proprio raccolto per riseminarlo. Oggi dipendono sempre più dall’acquisto di sementi certificate, di fertilizzanti e dell’intero pacchetto tecnologico”. Olmedo descrive un cambiamento profondo nella struttura del sistema alimentare.
Quando un agricoltore perde la capacità di riprodurre le proprie sementi, perde anche parte della sua autonomia. Ogni nuova stagione dipende dal tornare al mercato, acquistare le sementi e comprare fertilizzanti e pesticidi compatibili, adeguandosi alle condizioni imposte da chi controlla la tecnologia. “La dipendenza sta aumentando e finisce per colpire specialmente l’agricoltura familiare.”
I piccoli produttori hanno una minore capacità economica per far fronte all’aumento permanente dei costi.

Chi prende le decisioni?
David, Alicia e Olmedo sono d’accordo su qualcosa che raramente è al centro del dibattito pubblico. Non si limitano a chiedere che cosa può fare l’editing genomico. Chiedono chi decide come utilizzarlo.
In teoria, questa risposta si dovrebbe trovare nei quadri normativi nazionali, ma le organizzazioni contadine hanno una percezione diversa. C’è una profonda diffidenza nei confronti degli spazi in cui vengono prese queste decisioni.
Alicia Amarilla ricorda le discussioni sulla legislazione in Paraguay. Per anni, diverse organizzazioni hanno avanzato proposte per la protezione delle sementi native e creole. Il risultato, dice, è stato frustrante.
“Abbiamo presentato progetti per la difesa delle nostre sementi, ma sono rimasti lettera morta. Poi le imprese hanno presentato i loro progetti, e questi sono andati avanti”. Oggi, anche quando ritengono necessaria una nuova legislazione, molte organizzazioni esitano a promuoverla. Non perché abbiano rinunciato alla difesa delle sementi, ma perché sentono che lo scenario politico è profondamente sfavorevole nei loro confronti.
Alicia usa un’immagine incisiva: “È come risvegliare il mostro”. Questa espressione riassume la paura di aprire una discussione parlamentare che finisca per rafforzare ulteriormente gli interessi delle grandi imprese.
“Al momento non abbiamo alleati”, spiega. E parla di organismi di controllo le cui decisioni corrispondono, secondo la sua percezione, più agli interessi delle imprese che alla cura della biodiversità.
Di fronte a questo panorama, molte comunità hanno optato per un’altra strategia. Se le leggi non offrono una protezione sufficiente, la difesa inizia nei propri territori. Nelle banche comunitarie dei semi, negli scambi, nell’organizzazione e nella memoria.

La resistenza si organizza.
Se queste conversazioni rivelano qualcosa, ciò che mettono in luce è che la discussione sull’editing genomico non si riduce a un dibattito scientifico. Nei territori, le domande sono molto più profonde: chi produce il cibo, chi controlla le sementi, chi ha la capacità di decidere quale modello agricolo imporre? Le risposte si costruiscono dal basso.
In Guatemala, David Paredes insiste che la sfida principale è evitare che la discussione sia limitata agli specialisti o a chi sviluppa queste tecnologie. “I cittadini devono sapere di cosa stiamo parlando”, afferma. “Non possiamo permettere che le decisioni vengano prese solo negli spazi tecnici, perché tutti noi ne subiremo le conseguenze”.
Mentre la ricerca scientifica e gli interessi commerciali evolvono rapidamente, l’informazione, il dibattito pubblico e la regolamentazione avanzano a un ritmo diverso. Questo divario, avverte, finisce per favorire l’adozione di decisioni con enormi implicazioni sociali senza una sufficiente partecipazione dei cittadini.
In Ecuador, Olmedo Peñafiel lo conferma. “La maggior parte degli agricoltori ancora non sa che cosa significa editing genomico. E se chi produce cibo non conosce ciò che sta succedendo, difficilmente sarà in grado di decidere o difendere i propri diritti”.
Per tale motivo, Olmedo insiste nel dire che l’informazione è una forma di difesa del territorio. Non basta produrre in modo agroecologico. È essenziale anche comprendere come si stanno evolvendo le politiche agricole, le nuove tecnologie e le strategie commerciali dell’agroindustria.
Per Alicia Amarilla, nessuna organizzazione sarà in grado di affrontare da sola un processo di tale portata. L’esperienza accumulata durante le campagne contro le colture transgeniche ha insegnato loro che le vittorie non erano ottenute solo dai contadini. Partecipavano consumatori, cuochi, fornai, giovani studenti universitari, ricercatori e organizzazioni urbane.
Alicia ricorda con entusiasmo la campagna “Pane e Veleno”, promossa per denunciare l’uso di grano associato a pacchetti tecnologici fortemente dipendenti dagli agrotossici. La cosa più importante, dice, non è stata solo la denuncia. È stata l’alleanza. “Si sono uniti cuochi, fornai, giovani studenti universitari. La gente ha cominciato a chiedere che cosa stava mangiando”. La campagna è riuscita a instaurare una conversazione pubblica sull’origine del cibo. “Credo che abbiamo un’esperienza di lotta contro i transgenici. Anche di fronte all’editing genomico dobbiamo riorganizzarci, raggrupparci e cercare alleanze con vari settori. Non solo contadini e indigeni. Anche con consumatori, scienziati e tutte le persone che vogliono difendere la vita”.
Questa frase forse riassume la nostra constatazione principale. Le comunità non propongono uno scontro tra scienza e agricoltura. Sollevano altre domande: Quale scienza? A servizio di chi?

Una disputa sul futuro.
La discussione sull’editing genomico non inizia nei laboratori. Per migliaia di anni, nei territori, comunità contadine e indigene hanno protetto, selezionato e scambiato sementi, costruendo la biodiversità che oggi sostiene l’alimentazione mondiale.
Difendere le sementi non significa solo difendere una risorsa biologica. Significa difendere una forma di conoscenza, una relazione con la natura e il diritto dei popoli a decidere su ciò che sostiene la loro vita.
David Paredes, Olmedo Peñafiel e Alicia Amarilla concordano: il futuro dell’agricoltura non può essere definito a partire dai laboratori, dalle imprese o dai mercati. L’innovazione tecnologica solleva questioni anche politiche: chi controlla le sementi, chi decide sulla biodiversità e chi ha il diritto di partecipare alle decisioni che trasformeranno il modo in cui produciamo il nostro cibo.
Il dibattito sull’editing genomico non rifiuta la scienza, ma si chiede a quali condizioni, a beneficio di chi e con quali limiti le sue applicazioni funzionano. Un seme non è solo informazione genetica: è il risultato del lavoro collettivo di intere generazioni, è memoria, è territorio.
….Nel frattempo, le comunità che hanno protetto la diversità agricola per secoli mantengono viva una pratica essenziale: salvare, scambiare e seminare semi per preservare la possibilità che le persone continuino a decidere sul proprio cibo, sui propri territori e sul proprio futuro.
Come ricorda Alicia Amarilla, “La semente è l’inizio del cibo”. E questa frase riassume una domanda che rimane aperta: chi deciderà quali sementi esisteranno domani?

Fonte: “La nueva disputa por las semillas”, in Revista Biodiversidad, 129/ 2026-3, pp. 10-15.
Traduzione a cura di Camminardomandando

[i] N.d.t. – Biodiversidad, sustento y culturas è una rivista trimestrale latinoamericana redatta e pubblicata da Alianza Biodiversidad, che riunisce 13 importanti organizzazioni e movimenti latinoamericani che lavorano per la difesa della biodiversità.