di Raúl Zibechi
13 febbraio 2020
I grandi conflitti nel mondo di oggi ruotano intorno alla lotta per la superiorità tecnologica. La guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti sarà vinta da chi raggiungerà la leadership nell’intelligenza artificiale, definita da alcuni analisti “l’elettricità del XXI secolo”.
Tuttavia, i paesi dell’America Latina stanno aggravando il loro tradizionale ritardo in ricerca e sviluppo (R&S). Se questa tendenza continua – e tutto fa pensare che non ci saranno cambiamenti – i paesi della regione saranno il cortile sul retro della superpotenza di turno, ora gli Stati Uniti e domani forse la Cina.
La cosa più grave, però, è che stiamo ripiegando verso la stessa posizione che occupavamo nel periodo coloniale: esportatori di materie prime (commodities) e importatori di manufatti. Questa realtà acuirà la dipendenza dei paesi dell’America Latina e li condannerà a continuare ad essere i Paesi più disuguali del mondo.
I dati degli ultimi anni supportano questa valutazione. Brasile, Messico e Argentina, i tre Paesi che concentrano quasi il 90% della ricerca latinoamericana, mostrano un calo significativo dei loro investimenti, dopo un decennio di crescita tra il 2007 e il 2016: Brasile 2%, Messico 3% e Argentina 10%, secondo il rapporto Lo Stato della Scienza pubblicato dalla Rete Iberoamericana e Interamericana di Indicatori di Scienza e Tecnologia (RICYT).
L’investimento medio della regione in R&S nel 2016 è stato pari allo 0,67% del PIL, che equivale ad appena il 3,1% del totale globale. “Gli investimenti in America Latina sono diminuiti per il secondo anno consecutivo, un cambiamento rispetto al trend iniziato nel 2000”, ha dichiarato Rodolfo Barrere, uno dei coordinatori dello studio.
Il recente rapporto sui brevetti nel mondo, redatto dall’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale (OMPI), indica che la regione continua a retrocedere, dato che le domande di brevetto nel 2018 rappresentavano solo l’1,7% del totale mondiale, contro il 3,1% del 2008. L’America Latina è l’unica regione al mondo in cui il numero assoluto di brevetti registrati è diminuito: nel 2008 era di 59.550 e nel 2018 di soli 56.000.
Nello stesso periodo, l’Asia è passata dal 50% delle domande di brevetto mondiali al 67%, il che dimostra la forza del continente, l’unico che mantiene una crescita costante. L’investimento in R&S nei paesi sviluppati (OCSE) è di circa il 2,5% del PIL, in Asia-Pacifico è del 2,4% e in America Latina solo dello 0,7%, secondo la Banca Mondiale.
Nel 2019, gli investimenti in R&S hanno subito un forte calo in Brasile, l’unico Paese con oltre l’1% di investimenti nel settore. Mentre il budget militare brasiliano è cresciuto del 22% rispetto all’anno precedente, la spesa per la scienza e la tecnologia è crollata del 12% e quella per l’istruzione del 16%.
Se guardiamo all’evoluzione della lista dei 500 supercomputer più veloci del mondo, il risultato è altrettanto scoraggiante. L’unico paese sulla lista è il Brasile, con tre supercomputer, collegati alla compagnia petrolifera Petrobras.
La Cina è in cima alla lista con 228 supercomputer, il doppio degli Stati Uniti (con 117) e un’enorme distanza dal Giappone (con 29). Ma dieci anni fa la Cina occupava un modesto quinto posto (con 21 supercomputer), mentre gli Stati Uniti detenevano il primato assoluto con 277.
L’economista brasiliano Marco Antonio Martins sostiene che il suo paese è molto lontano dall’aderire alla Quarta Rivoluzione Industriale, in quanto non ha la minima capacità di sviluppare la produzione 4.0. È un disastro per la regione, poiché il Brasile è l’unico paese che ha la capacità di sviluppare tecnologie proprie e di trascinare i suoi vicini.
Martins divide i Paesi in tre categorie, per quanto riguarda la R&S: quelli che si contendono l’avanguardia tecnologica, come Germania, Stati Uniti e Cina; quelli che cercano di trovare uno spazio per cambiare il paradigma tecnologico, come l’India; e quelli come il Brasile che “stanno semplicemente ignorando la questione”. Egli ritiene che il Brasile avrà più difficoltà con le tecnologie digitali di quante ne avesse nell’era fordista della produzione in serie.
Il primo problema che il Brasile si trova ad affrontare, secondo Martins, è l’incapacità dello Stato di affrontare un progetto di sviluppo con continuità e in modo tale che non sia fagocitato da interessi particolari. Perché ciò avvenga, è necessario creare centri di pianificazione statale e far sì che le decisioni macroeconomiche siano subordinate alle linee guida industriali.
Il secondo problema è che il Brasile non è ancora riuscito a “internalizzare il paradigma tecnologico della microelettronica”, poiché non ha grandi aziende nazionali con padronanza di queste tecnologie chiave in quella che è stata la Terza Rivoluzione Industriale. Peggio ancora, perché il Paese ha perso la società più qualificata ad operare in questo settore: la società aeronautica Embraer, che è stata consegnata alla Boeing.
In queste condizioni, il Brasile si limiterà ad essere un mero utente di nuove tecnologie, senza la capacità di crearle o svilupparle in modo indipendente. Ecco perché l’economista sostiene che il suo Paese “sopravvivrà eliminando posti di lavoro” e si limiterà a “importare sempre più attrezzature, input e prodotti finiti”.
In breve, sarà un paese di sottoccupati, con una piccola industria che genera pochi posti di lavoro e che è scollegata dalle catene tecnologiche più sofisticate.
Per quasi un secolo “l’economia nazionale non è mai stata in una situazione tanto coloniale”, conclude Martins. La partecipazione dell’industria alla generazione di ricchezza è simile a quella del 1940, prima del processo di industrializzazione iniziato sotto la seconda presidenza di Getulio Vargas (1951-1954) e sotto quella di Juscelino Kutbitsheck (1956-1961).
Se quanto scritto sopra descrive la situazione del Brasile, unica potenza regionale con possibilità di uscire dal sottosviluppo, si può immaginare il futuro del resto della regione, divisa tra la subordinazione agli Stati Uniti e l’alleanza con la Cina: in entrambi i casi, destinata ad essere un mero esportatore di materie prime.
Fonte: “América Latina retrocede al período colonial”, in nodal – NOTICIAS DE AMERICA LATINA Y EL CARIBE, 02/2020.
Traduzione a cura di camminardomandando
