5 marzo 2023
Un altro attivista ambientale amazzonico è stato assassinato la scorsa settimana. Eduardo Mendúa, un membro del popolo A’i Cofan dell’Ecuador, è stato colpito al petto dodici volte da uomini armati incappucciati, davanti a sua moglie, mentre stavano lavorando nel loro giardino.
Piuttosto che chiamarlo un attivista ambientale, chiamerò Eduardo Mendúa un protettore della foresta. Stava lavorando per bloccare l’ultima espansione delle trivellazioni petrolifere in territorio indigeno: un prolungamento della strada di accesso all’area petrolifera, che consentirebbe nuove trivellazioni nell’ultima foresta pluviale intatta che è rimasta nella regione.
È una storia che si ripete in tutta l’America Latina da 50 anni. Gli attivisti indigeni che tentano di fermare le operazioni di trivellazione, estrazione mineraria e deforestazione sono oggetto di brutali tattiche intimidatorie, progettate per dissuadere loro, e chiunque altro possa condividere il loro punto di vista, dall’intralciare la redditizia estrazione. Oltre un migliaio di persone sono state uccise solo negli ultimi dieci anni.
Un amico, che conosceva personalmente Eduardo, piangendo mi ha comunicato la notizia questa mattina. Subito mi è venuto da pensare a una serie di colpevoli e di cause. Volevo, come forse il lettore vuole in questo momento, trovare qualcuno su cui far ricadere la colpa. Se riuscissimo a stanare quelle persone, potremmo impedire che si verifichino altre atrocità, no?
No. Come ho scritto un paio di giorni fa a proposito del nuovo carcere in El Salvador, questa orribile tragedia scaturisce da molte fonti. Naturalmente, gli uomini armati che hanno commesso l’omicidio dovrebbero essere arrestati e perseguiti, insieme a chiunque abbia cospirato con loro. Ma anche se ciò accadesse, il problema sarebbe tutt’altro che risolto.
Un po’ di storia: la perforazione petrolifera nella regione è iniziata nel 1960 sotto la gestione di Texaco (successivamente acquisita da Chevron). Texaco ha pompato petrolio fino al 1990 (devastando il territorio con rifiuti tossici, fuoriuscite di petrolio e simili). Oggi è la compagnia petrolifera statale Petroecuador a occuparsi dell’estrazione del petrolio. Quindi non posso immediatamente accusare il mio colpevole preferito, una malvagia società straniera.
E non posso nemmeno scaricare la colpa su Petroecuador. Bisogna sapere che il progetto petrolifero (il prolungamento della strada di accesso e l’installazione di nuove piattaforme petrolifere) ha provocato una forte divisione nella comunità A’i Cofan. Molti guardavano con favore ai posti di lavoro che credevano sarebbero derivati dall’apertura di ulteriori terreni alle trivellazioni petrolifere, e il presidente della municipalità A’i Cofan di Dureno aveva firmato con Petroecuador un accordo che autorizzava il progetto. È in un clima di crescente violenza tra favorevoli e contrari al progetto che Mendúa fu ucciso.
A questo punto, a chi dobbiamo dare la colpa? Potremmo suddividere mentalmente la popolazione locale in buoni e cattivi, ma questa tendenza a trovare un colpevole ci impedisce di vedere le cause più profonde. Poniamoci alcune domande: quali sono le forze che mettono gli abitanti del villaggio gli uni contro gli altri? Quali sono i sistemi che portano una compagnia petrolifera nazionale di proprietà pubblica a fare lo stesso lavoro sporco che prima facevano le compagnie straniere?
Ecco una parabola che chiarisce ciò che sta accadendo. C’erano una volta migliaia di persone rinchiuse in un campo di concentramento. Il guardiano li lasciava fare quello che volevano, purché non lasciassero il campo. Tuttavia, forniva loro soltanto tre quarti del cibo necessario per mantenerli in vita.
Spinti dalla disperazione, i prigionieri hanno iniziato a combattersi l’un l’altro. Si sono divisi in bande, bande etniche, bande religiose, bande razziali. Alcuni dei più potenti sono riusciti a controllare una quantità di cibo sufficiente a sfamare i loro membri, a scapito degli altri. Le altre bande si sono indignate per il fatto che la banda dominante si impadroniva di una quota di risorse superiore a quella che le spettava. Hanno chiesto giustizia, equità e inclusione. Ciascuna parte ha inventato narrazioni di ogni tipo per giustificare la propria posizione. In mezzo a tutto il rumore e la furia, nessuno ha notato che l’origine del conflitto era che il guardiano non stava dando loro abbastanza cibo.
Potremmo allargare la storia e includere il guardiano stesso, soggetto forse a pressioni sistemiche che non gli permettevano quasi nessuna scelta. Ma torniamo all’Ecuador. Come la maggior parte dei paesi, l’Ecuador è soggetto alla pressione del debito internazionale. Le conseguenze di un mancato pagamento del debito sono gravi. Come fanno nazioni come l’Ecuador a procurarsi la valuta forte che è necessaria per effettuare i pagamenti? Convertono la natura in materie prime e la popolazione in manodopera per produrre beni da esportare. La pressione del debito si ripercuote su tutta l’economia. Il governo, le imprese e gli individui sono tutti sotto pressione perché non c’è mai abbastanza «cibo» – fuor di metafora, siccome tutto il debito è carico di interessi, c’è sempre più debito rispetto alla somma iniziale di denaro.
Nel 2007, l’Ecuador ha chiesto al mondo di aiutarlo a conservare la foresta pluviale Yasuni, che alcuni dicono sia la più ricca del mondo dal punto di vista biologico. Sfortunatamente è anche ricca di giacimenti petroliferi – sotto di essa c’è un valore di più di 7 miliardi di dollari. Così l’allora presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ha detto che il suo paese avrebbe rinunciato a metà di quella somma se donatori internazionali avessero versato all’Ecuador l’altra metà attraverso un fondo amministrato dalle Nazioni Unite. Il finanziamento non è arrivato – ne è stato promesso meno dell’1% – nonostante gli strenui sforzi del governo ecuadoriano per promuovere l’idea. Nel 2013 si sono arresi e hanno annunciato piani di sviluppo per la regione. Dopo un’intensa ma infruttuosa campagna da parte degli abitanti indigeni per bloccare la cosa, nel 2016 un consorzio di compagnie petrolifere cinesi ha ottenuto i diritti di sfruttamento. Le trivellazioni petrolifere sono iniziate nel 2017.
È ipocrita dire a paesi come l’Ecuador: «Preservate le vostre foreste pluviali, ma continuate a pagare il debito e ad inviarci il petrolio a buon mercato che è possibile ottenere solo distruggendo la foresta pluviale». È ipocrita condannare la violenza contro i protettori delle foreste mentre si sostiene il sistema che richiede che chiunque ostacoli la finanziarizzazione delle risorse debba essere eliminato. È ipocrita denunciare la banda dominante nel campo di concentramento e nello stesso tempo limitare la fornitura di cibo.
Non intendo, qui, condannare l’ipocrisia. E non intendo dire che il sistema del debito internazionale sia l’unica causa della violenza contro i protettori delle foreste. Però, se vogliamo davvero che la violenza abbia fine, dobbiamo lasciare che il dolore e la rabbia ci spingano oltre le facili scorciatoie di una comoda attribuzione della colpa a qualcuno. Gli abitanti che sono a favore delle trivellazioni si trovano in una situazione molto difficile, poiché vivono in una nazione devastata da decenni di colonialismo e di economia neoliberista. Tutto ciò non solo ha continuamente spogliato l’Ecuador della sua ricchezza, ma ha gravemente sconvolto le strutture comunitarie, i mezzi di sussistenza, l’orgoglio culturale, le convenzioni morali e il tessuto sociale in generale.
Non intendo concludere che, dal momento che le cause della violenza contro gli attivisti sono di natura sistemica, non dovremmo darci da fare per affrontare la situazione che si è venuta a creare in loco. Dovremmo certamente sforzarci di proteggere i protettori della foresta e di arrestare i loro assassini. Direi che non è necessario spiegare il perché. Di fatto, le condizioni sono mature per porre fine una volta per tutte alle tattiche di intimidazione violenta nei confronti degli indigeni che proteggono le foreste. Queste condizioni includono la generale consapevolezza dei diritti delle popolazioni indigene e la conoscenza della storia del loro genocidio fisico e culturale, nonché i mezzi tecnologici per far conoscere le loro storie. Rendiamo visibile questo omicidio e decidiamo che questo sporco lavoro non rimarrà più nell’ombra.
Affinché la violenza finisca, tuttavia, tali sforzi devono essere accompagnati da cambiamenti più ampi. Altrimenti, proteggere una foresta in un luogo non fa che aumentare la pressione per l’eliminazione di una foresta da qualche altra parte. Fermare un pozzo petrolifero in Ecuador aumenta la pressione per l’apertura di una miniera di litio in Bolivia. Salvare l’Amazzonia trasferisce in Congo la deforestazione e lo sfruttamento minerario.
Quali dovrebbero essere, nello specifico, questi cambiamenti più ampi? La cancellazione del debito sarebbe un buon inizio, accompagnata da accordi di gestione come quelli proposti da Rafael Correa. Proprio come gli attuali prestiti per lo sviluppo sono subordinati alla spesa per le infrastrutture e alle politiche di austerità, così la cancellazione del debito potrebbe procedere in più fasi, subordinate a una buona gestione delle foreste. Le comunità indigene alla disperata ricerca di denaro avrebbero un’altra fonte di reddito: la conservazione delle proprie terre d’origine. La necessità di provvedere alle proprie famiglie non sarebbe più in conflitto con la sacra chiamata a preservare le proprie foreste.
Il debito pubblico estero dell’Ecuador è di circa 35 miliardi di dollari. La cancellazione completa equivarrebbe a un terzo della spesa che gli Stati Uniti hanno sostenuto lo scorso anno per la guerra in Ucraina. Ridurre il tasso di interesse a zero equivarrebbe invece a una minima parte di quella cifra. Lo stesso si potrebbe fare per tutte le nazioni che si trovano in una situazione di criticità ecologica, alleggerendo gran parte della pressione sui loro ecosistemi, ad un costo di gran lunga inferiore ai bilanci militari mondiali. Lo scopo della spesa militare non dovrebbe essere la sicurezza? Ai fini della sicurezza, potrebbe esserci qualcosa di più importante della resilienza ecologica e della stabilità climatica fornite dalle foreste pluviali?
Naturalmente, il debito estero dell’Ecuador e di altri paesi è inserito a sua volta in un contesto più ampio. È un prodotto della natura stessa del denaro (cioè, del denaro come lo conosciamo). Rimosso il debito, le pressioni alla fine sorgeranno di nuovo in una forma diversa. Ma è un buon primo passo, una misura provvisoria e fattibile per fermare l’emorragia di sangue indigeno e di tesori ecologici.
Fonte: Newsletter di Charles Eisenstein, 05/03/2023
Traduzione a cura di Camminardomandando.
