Francisco López Bárcenas

(intervistato da Gloria Muñoz Ramírez)

13 settembre 2024

Francisco López Bárcenas, avvocato, scrittore, storico e docente ricercatore di origine mixteca, fa il punto sulle politiche nei confronti delle popolazioni indigene durante il mandato di sei anni che sta per concludersi.[1]

L’intellettuale indigeno che ha imparato ad essere indio, come lo descrive Luis Hernández Navarro, parla di politiche pubbliche e diritti dei popoli, della riforma indigena, del nuovo catalogo dei popoli indigeni e afro-discendenti, della criminalità organizzata nelle comunità, dei megaprogetti e del modello estrattivista. Non prevede un futuro catastrofico per i popoli indigeni, perché, dice, essi “hanno i loro progetti di vita”.

Come riassumi la politica di questi sei anni nei confronti dei popoli originari?

Fin dall’inizio, il presidente ha detto: “per il bene di tutti, in primo luogo dei poveri”, e poi, durante un giro che ha fatto al nord, fra gli indigeni Seris, ha detto che si sarebbe occupato di loro come si faceva negli anni 1970. Non ha mai promesso diritti, ha concentrato l’attenzione sulle politiche pubbliche. In questo senso, ha adempiuto, non ha promesso diritti e non ne ha dati. Le politiche sì. (…)

L’altro aspetto riguarda ciò che era già stato legiferato [prima della presidenza di AMLO]. Abbiamo la consultazione, ma non abbiamo una legislazione. Abbiamo tutti i precedenti della Corte Interamericana e tutti i precedenti della Corte Messicana, che è quella con cui hanno conteso i popoli che hanno vinto le consultazioni, come Capulálpam de Méndez a Oaxaca, Cuetzalan e Ixtacamaxtitlán a Puebla, e alcuni a Guanajuato. Era sufficiente perché il governo facesse consultazioni serie, ma non ce ne sono state. (…)

In linea generale, tutto questo non è intrinseco al progetto di paese che si sta sbandierando?

Sono convinto che il progetto di questo mandato di sei anni sia neoliberista. Nell’ultimo rendiconto, López Obrador si vantava di non aver rilasciato nessuna concessione mineraria, il che è vero, ma ci sono due terzi del paese che sono già stati concessi. In questo mezzo secolo non hanno bisogno di nessun governo che dia loro un’altra concessione, ma solo che li lascino usufruire di quelle che ci sono.

Non c’è quindi niente di grandioso nella sospensione del rilascio di concessioni. E c’erano cose che avrebbe potuto fare e non ha fatto. Tutte le concessioni minerarie che esistono nei territori indigeni, che sono circa cinquemila, da un punto di vista legale sono illegali perché nessuna di esse è stata oggetto di consultazione. Hanno un vizio di validità. Se il presidente avesse voluto, per decreto o in qualsiasi altro modo, avrebbe potuto cancellarle. Invece, ha cominciato a intraprendere azioni legali contro i popoli che contestavano quelle concessioni. (…)

Fra le cose più recenti c’è la riforma indigena che è stata approvata in alcune commissioni della Camera dei deputati lo scorso 9 agosto…

Questa riforma è mutilata in due sensi: in primo luogo perché è ben al di sotto degli impegni e degli obblighi internazionali che il governo messicano ha in materia di diritti indigeni; e poi perché il governo stesso ha avviato un processo di forum di consultazione, che non è la stessa cosa di una consultazione, e ha mobilitato la sua base indigena.[2] Il Ministero dell’Interno e l’INPI hanno fatto convocazioni, hanno fornito tutte le facilitazioni per la mobilitazione della gente e hanno generato molte speranze.

Si sono tenuti 52 forum in 27 Stati, il che non è una cosa da poco. Hanno tenuto un forum a Los Angeles per i migranti, ne hanno tenuto un altro a Yalálag, Oaxaca, che è un luogo molto simbolico per la lotta e la struttura che ha. I risultati di quella consultazione sono stati consegnati al presidente in un evento pubblico in cui egli ha detto che stava rivendicando i diritti del popolo Yaqui. Quando il segretario del governo Yaqui glieli ha consegnati, il presidente non l’ha nemmeno ringraziato, non gli ha detto che li avrebbe studiati, niente, li ha presi, se li è infilati sotto il braccio ed è andato via.

Ha ricevuto la proposta e se n’è andato in silenzio, e quel silenzio è durato circa quattro anni. Non è successo nulla fino al 5 febbraio dello scorso anno, quando presenta la proposta in un momento in cui ha già problemi con la maggioranza qualificata di cui ha bisogno al Congresso. E, con sorpresa di tutti, non è quella che gli Yaqui avevano elaborato. (…)

Il 9 agosto, il governo federale ha pubblicato il Catalogo Nazionale dei Popoli e delle Comunità Indigene e Afromessicane…

Un catalogo è un elenco di qualcosa che esiste. L’ho letto e dice che si tratta di uno strumento per pianificare la politica indigena. Non è che si stiano riconoscendo le popolazioni indigene, non è che attraverso di esso le popolazioni indigene avranno delle facilitazioni. Sarà più facile per il governo andare nei villaggi. È una forma di controllo.

Nel 1990, il governo messicano aveva fatto qualcosa di simile, ma con i municipi indigeni. C’erano alcuni municipi che erano indigeni perché il 60% o più della loro popolazione era indigeno. Ce n’erano alcuni che, secondo i loro parametri, erano per metà indigeni perché avevano dal 30 al 59 per cento di popolazione indigena, e ce n’erano altri che non erano indigeni perché meno del 30 per cento della loro popolazione era indigeno. A che cosa serviva tutto questo? A limitare l’accesso al bilancio finanziario. (…)

Non è l’unico catalogo esistente. Ce ne sono già in diversi Stati, come ad esempio San Luis Potosí e Querétaro. E che cosa è successo? Niente, non ci sono differenze rispetto agli Stati in cui non ci sono diritti riconosciuti. Il catalogo serve soltanto ad addossare agli indigeni la colpa del motivo per cui non ricevono stanziamenti, poiché devono dimostrare di essere indigeni, il che viola il diritto all’autocertificazione e alla rappresentanza politica.

Si tratta sicuramente di uno strumento di controllo da parte dello Stato nei confronti dei popoli indigeni, anche se ci sono molti che credono il contrario, ma l’obiettivo è che abbiano meno risorse e che non rivendichino una rappresentanza politica. (…)

Che cosa hanno rappresentato i megaprogetti per i popoli indigeni?

Da quando l’estrattivismo è stato adottato in Messico, questo modello ha avuto una ricaduta sulle risorse naturali, sebbene esista anche un estrattivismo culturale, di conoscenze, di pratiche. Le risorse naturali, che sono la parte più notevole, si trovano per lo più nei territori indigeni (il 70 per cento, soprattutto per quanto riguarda la biodiversità).

Anche se molti dicono che non è visibile, esiste una relazione cosmogonica tra i popoli indigeni e la natura. Non si possono trattare le risorse naturali come una merce, è aberrante, ma è così che vengono trattate. Dunque si stanno realizzando megaprogetti sui territori, ma anche sulla vita delle popolazioni indigene. Le privano non solo del loro patrimonio, ma anche della possibilità di vivere come popoli.

Nello stesso tempo, c’è un aumento della violenza e della criminalità organizzata nelle aree interessate da questi megaprogetti…

C’è un aumento di tutto: dei profitti, della violenza, degli sgomberi forzati. Gli impatti sono già iniziati, ma sono solo un assaggio di quello che ci aspetta nei prossimi anni. I megaprogetti vanno di pari passo con la criminalità organizzata. C’è molta documentazione su questa guerra al narcotraffico, su come, nelle zone in cui si andava a perseguire il narcotraffico, quelli che cadevano erano leader sociali che si opponevano a quei progetti. (…)

Tutto questo non genera divisioni nella popolazione?

Il neo-indigenismo di oggi ha diverse caratteristiche. Una di queste è che i suoi operatori sono indigeni molto preparati, che sanno cosa stanno facendo e sanno che lo stanno facendo contro i popoli indigeni. L’altra caratteristica è l’assenza di qualsiasi proposta, perché parlano in nome dei diritti, però non sono favorevoli ai diritti, per cui se la cavano con qualche piano o con qualche attività. (…)

Che cosa pensi che faranno i popoli indigeni?

C’è chi dice che non esiste un movimento indigeno, ma io non sono d’accordo. Da circa venti o trent’anni il movimento indigeno si sta trasformando, quello che stiamo vedendo è ciò che Raúl Zibechi ha percepito chiaramente: non si tratta di movimenti indigeni, ma di interi popoli in movimento.

Se si guarda ai popoli che resistono, vediamo che in genere non hanno un’organizzazione tradizionale, verticale, con un leader. Dirigono le loro assemblee attraverso le loro autorità, e si verifica che un giorno il leader è uno e dopodomani è già un altro, perché cambiano le autorità ma anche perché proteggono i propri rappresentanti.

Lo scenario non è così disastroso come lo vedono alcuni analisti a favore dei diritti dei popoli, che prevedono la scomparsa delle culture di fronte a queste politiche neoliberiste. Questo genere di politiche fa sì che i popoli si trincerino, e questo crea una forte identità. Durante la pandemia, i popoli indigeni si sono chiusi, non hanno lasciato che nessuno entrasse o uscisse dal loro territorio. E hanno usato la medicina tradizionale, il cibo tradizionale. Questo è ciò che fanno le comunità.

Le culture non scompariranno, perché molti popoli hanno i loro progetti di vita, alcuni abbastanza ben strutturati e altri costruiti in modo intuitivo.

Fonte: “Francisco López Bárcenas: Los pueblos indígenas tienen sus propios planes de vida”, in Ojarasca La Jornada, 13/09/2024.

Traduzione a cura di Camminardomandando.

[1] N.d.t. – Il mandato presidenziale di Andrés Manuel López Obrador (noto come AMLO), presidente del Messico da dicembre 2018 a giugno 2024.

[2] N.d.t. – La parte filogovernativa del mondo indigeno.