I cinquant’anni del Congresso Indigeno

Raúl Zibechi

4 Ottobre 2024

Il suono delle caracolas[i] riempiva l’enorme sala del Cideci, alla periferia di San Cristóbal de las Casas. Risuonava in ogni angolo dell’affollato locale, accompagnato dalla musica di tamburi e marimbe[ii] e dal denso aroma dell’incenso, conferendo un’aura di serena solennità a un incontro organizzato dalla diocesi, intitolato: «jTatic Samuel. Il caminante nel cuore dei popoli».[iii]

Un breve percorso conduceva all’altare maya adornato di frutti e candele, dove, dietro a una croce, spiccava la scultura in stile tradizionale di un Tatic col cappello, che guardava verso l’infinito. Dopo l’apertura dell’incontro, i milleduecento partecipanti, quasi tutti indigeni del Chiapas, hanno pregato in ginocchio, ognuno nella propria lingua, in una comunione di voci che sussurravano preghiere, creando una litania circolare che ci avvolgeva con l’armonia dei loro accenti.

Formalmente, il Congresso Diocesano è stato convocato per celebrare il centenario della nascita di Samuel Ruiz, il cinquantesimo anniversario del Congresso Indigeno e il decimo anniversario del Congresso della Madre Terra. I partecipanti provengono dalle sette zone appartenenti ad altrettante culture autoctone. Nel corso di quest’anno, ogni zona ha tenuto il suo pre-congresso per condividere dolori e sofferenze, gioie e speranze, come ha sottolineato il vescovo mons. Rodrigo Aguilar Martínez nel discorso di apertura.

Nella sua meditata esposizione, il vescovo ha fatto riferimento a un’opera in cui Andrés Aubry passava in rassegna i quattro vescovi che hanno preceduto jTatic nell’impegno a fianco dei popoli indigeni. Il primo, naturalmente, è fra Bartolomé de las Casas, che fu nominato vescovo nel 1545 e che scrisse la famosa «Brevissima relazione della distruzione delle Indie», in cui denunciava i maltrattamenti e le atrocità commesse dai conquistatori contro i popoli originari.

Ha poi ricordato fra Juan Zapata, vescovo dal 1615 e poi vescovo di Santiago di Guatemala, che difese l’autogoverno dei popoli indigeni. Poi ha parlato di Francisco Polanco, vescovo nel 1775, e infine di Luis García Guillén, vescovo dal 1831, che si distinse per aver sostenuto le lotte per l’indipendenza.

Tutti gli interventi hanno denunciato la violenza generalizzata, gli sgomberi forzati e le uccisioni, l’inerzia dello Stato e la necessità di costruire la pace anche in mezzo alla violenza. L’ex vescovo di Saltillo, Raúl Vera, energico nonostante i suoi quasi 80 anni di età, ha sottolineato che l’aver lavorato con Samuel Ruiz gli ha fatto capire molte cose, la più importante delle quali forse è stata il messaggio del Concilio Vaticano II.

L’ampia équipe organizzativa della diocesi ha spiegato che il Congresso ha richiesto un anno di preparazione e si è ispirato al Congresso del 1974, che aveva condotto un processo di riflessione sull’azione liberatrice. «È stato un congresso di indigeni per gli indigeni», ha detto qualcuno dell’équipe organizzativa. Ora si tratta di «scaldare i nostri cuori in un mondo oscurato dalla violenza», per portare avanti quelle ispirazioni.

La prima sessione, giovedì 3 ottobre, è stata interamente dedicata al ricordo della figura di Samuel Ruiz. Ogni zona ha portato il suo contributo. Il gruppo tzeltal ha detto che si tratta di acquisire «consapevolezza e organizzazione, di proporre soluzioni, di recuperare dignità in questi tempi di dolore e sofferenza». «Non agire come capi, ma servire», ha detto il portavoce di un’altra zona, proponendo che si segua il suo esempio: vivere con le comunità e andare alla radice dei problemi.

Il lungo intervento di fra Pablo Iribarren è stato dedicato al contesto in cui si era svolto il Congresso del 1974. «È stato il primo inizio di una presa di coscienza», ha detto, e poi ha parlato di come la diocesi era passata dalla «teologia della liberazione alla teologia india», che alcuni consideravano un’eresia.

Anche se non è stato approfondito il tema della teologia india, nei corridoi alcuni partecipanti hanno richiamato l’enorme cambiamento costituito dal fatto che i diaconi e i pre-diaconi non erano stati eletti dalle autorità ecclesiastiche ma dalle comunità credenti nelle loro assemblee. Samuel si era limitato a benedire ciò che quelle assemblee avevano deciso, il che invertiva l’esercizio del potere nell’istituzione ecclesiale: il potere passava nelle mani dei credenti e delle credenti, che in questo modo prendevano decisioni che prima erano monopolio delle gerarchie.

Juan Manuel Hurtado ha evidenziato il lavoro della diocesi con più di 800 catechisti che lavorano nelle comunità, che sono stati un elemento centrale di quella che ha definito la chiesa autoctona, consacrata alla «promozione degli indigeni, affinché siano soggetti e non oggetti dell’evangelizza­zione».

Ha poi ricordato il ruolo del Tatic [nelle trattative di pace con il governo centrale] alla guida della CONAI, la Commissione Nazionale di Intermediazione costituita dopo la sollevazione zapatista del 1994 per raggiungere la pace in Chiapas. Non sono mancati i riferimenti alla strage di Acteal[iv] come risposta dello Stato al ruolo di primo piano della diocesi e al crescente attivismo dei popoli indigeni.

La giornata di venerdì 4 ottobre sarà dedicata ai frutti del Congresso del 1974, così come sono stati messi in luce nei sette pre-congressi, incentrati sulle indicazioni che quell’evento può dare per percorrere nuove strade. Il giorno successivo sarà dedicato alla costruzione della pace nei territori, per la quale è stato proposto il motto: «Arare la pace», che sarà l’asse dei dibattiti e dei contributi delle sette zone.

Fonte: «50 años del Congreso Indígena. Arar la paz en medio de la guerra», in Desinformémonos, 8/10/2024.

Traduzione a cura di Camminardomandando

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[i] N.d.t. – Grosse conchiglie marine usate come megafoni.

[ii] N.d.t. – Strumenti a percussione tradizio­nali, di origine africana.

[iii] N.d.t. – Samuel Ruiz García, vescovo di San Cristóbal de las Casas dal 1960 al 2000, era chiamato dagli indigeni jTatic: «padre e protettore», e fu definito el caminante (il camminatore) non solo per il suo andare di villaggio in villaggio in una diocesi di 22.000 kmq., spostandosi a cavallo, in jeep, a dorso di mulo o a piedi, ma anche per come seppe accompagnare il cammino degli indigeni.

[iv] N.d.t. – Comunità del Municipio di Chenalhó, che si era dichiarata neutrale nel conflitto. Qui il 22 dicembre 1997 un gruppo paramilitare affiliato al PRI (il partito al governo) massacra 45 persone (21 donne, 15 bambini e 9 uomini) che partecipano a una veglia serale di preghiera in preparazione al Natale.