Introduzione all’edizione italiana dal libro di Raúl Zibechi
L’irruzione degli invisibili Edizioni PIAGGE, Firenze
a cura di Camminar Domandando
Anche in Italia, come in altri paesi, il 50mo della ‘rivoluzione’ del ’68 sta portando nuove riflessioni e nuovi bilanci degli eventi di quell’anno (o, con più precisione, di quel pugno di anni che ebbero nel ’68 il momento di maggior forza). Rileggere, a mezzo secolo di distanza, gli avvenimenti della rivoluzione del 1968, individuarne i caratteri profondi e innovativi e tentarne un bilancio non è pura rivisitazione archeologica di un evento importante ma concluso, bensì consente di mettere in evidenza le sue linee di continuità col presente per ravvivarle e arricchirle.
Si trattò allora di un’enorme ondata di ribellioni, non programmate né eterodirette, bensì spontanee, divampate per ‘simpatia’, come talora avviene nelle fabbriche di polvere da sparo, e rivolte contro i ‘poteri dall’alto’ nelle loro varie articolazioni. In alcuni casi l’onda sembrò poter travolgere le strutture politiche e sociali dominanti. Non fu così. Ribaltare l’ordine del mondo capitalista costruito nel tempo, predominante e omnipervasivo almeno nei due ultimi secoli, non fu possibile, perché ‘rivoluzione’ nel senso pieno della parola richiede la trasformazione della cultura esistente, stratificata nel tempo e radicata profondamente nei modi di vivere e di pensare. E ciò non può avvenire in tempi brevi.
Ma quella rivoluzione aprì, nella struttura dominante imperniata su rapporti sociali di tipo capitalista, crepe insidiose che si sono venute poco a poco allargando, come in un movimento tettonico lento ma irreversibile e che perdura tuttora. Esse interessarono le modalità di esercizio del potere dall’alto, con il loro ordine gerarchico e patriarcale, e le strutture di ‘contenimento’ – da quelle dell’educazione nei luoghi destinati a produrre e riprodurre il sistema (famiglia, scuole, università, caserme) a quelli della dell’internamento e della punizione dei ‘devianti’ (carceri, nosocomi, campi di lavoro).
Nell’immaginario corrente le ‘rivoluzioni’ storiche di riferimento sono quella francese o quelle sovietica e cinese ma, come hanno fatto notare studiosi come I. Wallerstein, G. Arrighi e T. Hopkins, «ci sono state solo due rivoluzioni mondiali. Una nel 1848. La seconda nel 1968». Infatti solo in queste due occasioni si ebbe contemporaneità della ribellione in una pluralità di paesi. E i tre studiosi aggiungono una conclusione impegnativa: «Entrambe hanno fallito. Entrambe hanno trasformato il mondo».
Entrambe naturalmente non sorsero dal nulla né si esaurirono nel solo anno di cui portano la data. Pertanto il libro inizia con una breve ma necessaria sintesi di cosa abbia significato la rivoluzione del 1968 a livello mondiale, offrendo così anche a noi lettori italiani l’opportunità di rileggere in chiave non localistica il nostro ’68. Una citazione in apertura di Wallerstein riassume le ragioni che prepararono l’esplosione:
Nel 1968 tutte le sfide si sono agglomerate in un grande crogiuolo: risentimento per l‟imperialismo statunitense, risentimento per il subimperialismo sovietico e la sua collusione con gli Stati Uniti, risentimento per l’integrazione nel sistema dei movimenti della vecchia sinistra, che convertiva in complicità la loro presunta opposizione; risentimento per l’esclusione di fasce minoritarie oppresse e delle donne (…). L’esplosione mondiale del 1968 è durata circa tre anni, fino a quando le forze che sostenevano il sistema mondo non sono state in grado di controllare l’incendio. Il fuoco si è ridotto a braci, ma le sue fiamme avevano gravemente danneggiato i supporti ideologici della Pax Americana, e la fine di quella pace era solo questione di tempo.
Circa le principali conseguenze sistemiche a livello mondiale, l’autore del libro ricorda che «a livello macro la rivoluzione del 1968 ha minato lo stato del benessere, a livello micro ha infranto il controllo che esercitavano le società disciplinari», come sopra ricordato.
Dopo questo preambolo, il libro affronta quello che il ’68 in America Latina ha rappresentato e quelli che sono stati i suoi frutti. L’America Latina è stata la regione del mondo dove i cambiamenti innescati dalla rivoluzione del 1968 sono stati più intensi e durevoli, e Raúl Zibechi, ormai noto in Italia per i suoi vari libri, si colloca certamente fra gli autori più metodici e motivati che hanno indagato su di essi. Qui a cambiare più incisivamente il mondo è stata l’irruzione nella storia da parte degli «invisibili», gli «ultimi degli ultimi», che per Zibechi sono stati portatori di novità profonde.
Nel «lungo ’68» latinoamericano che egli prende in considerazione, che va dal 1959 al 1973,i molti furono di volta in volta i protagonisti di rilievo nei vari paesi: contadini, femministe ma soprattutto semplici donne del popolo, operai, ambientalisti, intellettuali, alcuni strati della borghesia piccolo-media. E non mancarono rivoluzioni o resistenze armate, talora di successo, sia per rovesciare il potere costituito, come a Cuba, sia per resistere all’aggressione distruttiva dei mondi ancestrali, dalla Colombia all’Ecuador fino a quella dei mapuche in Cile.
Se la ribellione del ‘68 a livello mondiale era soprattutto imperniata sulla lotta contro le forme più tradizionali dello sfruttamento operato dalle classi dominanti su quelle subalterne, in America Latina prese corpo la consapevolezza di un secondo e per certi versi più profondo motivo di ribellione, quello contro l’oppressione coloniale, incentrata sul pensiero ‘eurocentrico’ che a partire dalla ‘conquista’ del 1492 (eufemizzata e celebrata come ‘scoperta’) era stato imposto con la violenza, schiacciando le diverse e ricche culture proprie sia dei mondi ‘autoctoni’ che di quelli successivamente ‘importati’ dal continente africano.
Zibechi compie a questo proposito un’autocritica quando afferma: «Siamo stati una generazione ribelle ma eurocentrica, che non è stata in grado di infrangere il colonialismo del sapere né le strutture teoriche lasciate in eredità, in particolare, dalla tradizione marxista. Questo è accaduto proprio quando stavano nascendo proposte che rompevano con quelle tradizioni che anteponevano lo sfruttamento all’oppressione».
All’inizio i protagonisti della protesta hanno avuto come controparte lo Stato e hanno bussato alle sue porte, ma non hanno ottenuto risposta. Così si sono trovati costretti a poco a poco ad uscire da certi immaginari tradizionali per aprirsi ad orizzonti nuovi. «Le risposte agli interrogativi centrali che erano stati formulati (il tipo di organizzazione e il ruolo della conquista del potere) hanno preso forma a poco a poco, nella misura in cui sono state costruite nuove realtà, è stato fatto un bilancio dei fallimenti e sono state cercate nuove strade».
Questa presa di coscienza e questo inizio di costruzione di nuove realtà sono avvenuti con l’irruzione negli avvenimenti dei popoli indigeni, sia quelli autoctoni che quelli ‘importati’. Un mondo ricco di diversità di modelli sociali e culturali, che tuttavia hanno in comune due elementi centrali: il forte senso di comunità e il radicamento nella Madre Terra, assieme a tutti gli esseri viventi che la abitano.
In questo contesto ricco e variegato di realtà, il cui immaginario non era stato marcato a fuoco dai modelli dell’organizzazione politica di derivazione occidentale, principalmente i partiti, e che non aveva nello Stato il proprio immaginario di riferimento, sta maturando e prendendo forza un paradigma nuovo, quello del buen vivir (che in italiano possiamo tradurre con l’espressione ‘vivere in pienezza’). Dopo aver bussato invano alla porta dello Stato, si è compreso che la via da percorrere era quella di cercare in se stessi e nella propria tradizione autoctona gli strumenti e l’ispirazione per la propria emancipazione. Così è accaduto, come conseguenza del ’68, per lo zapatismo in Messico, per vari popoli originari nei paesi andini, dalla Colombia al Cile, per i discendenti dei quilombolas (gli schiavi fuggiti dalle piantagioni) in Brasile e, in misura forse minore, per il movimento brasiliano dei Sem Terra. Il fatto nuovo è che essi non si sono rivolti ai propri Stati per ottenere l’autonomia, ma l’hanno costruita rivisitando le proprie tradizioni.
La sperimentazione di questi nuovi cammini – che Zibechi descrive con passione e non comune conoscenza personale – costituisce la parte più ricca del libro, anche per noi europei, che dobbiamo rinnovare modi e tipologie dell’immaginario rivoluzionario, come ammonisce in un recente suo testo il pensatore spagnolo Savater.ii Come già aveva fatto nel libro Alba di mondi altri, Zibechi continua a porci una domanda sconcertante ma non senza fondamento, già posta vent’anni prima da un altro inquieto frequentatore di questi mondi, Giulio Girardi: «Saranno gli esclusi a costruire la nuova storia?».iii Questo libro traccia il cammino di una possibile risposta.
i 1959: vittoria della rivoluzione castrista a Cuba; 1973: colpo di Stato di Pinochet in Cile.
ii «Mi chiedo se gli immaginari di cui abbiamo necessità non richiedono uno spostamento radicale di prospettiva, anche ‘civilizzatorio’. Un’uscita da un certo paradigma occidentale» (Amador Fernández-Savater, Reimaginar la Revolución, lobosuelto.com/?p=13117).
iii Cfr. Girardi G., Gli esclusi costruiranno la nuova storia? Il movimento indigeno, negro e popolare, Borla ed., 2000; Zibechi R., Alba di mondi altri, Mutus Liber, 2015.
