
di Manuel Rozental
Qui mi trovo, e ormai è tutta l’esperienza delle lotte a insegnare alcune grandi cose, a partire più dalle contraddizioni che dai successi:
1. Non usciamo ad affrontare le forze di sicurezza. Sono così grandi e così potenti che metterci in conflitto con loro significa entrare nelle loro logiche e nel terreno dello Stato, dove ci sconfiggono. È inevitabile e dobbiamo prenderne atto e dimostrare coraggio, capacità, forza, e che ci serva per denunciarli e sconfiggerli.
2. Le mobilitazioni di protesta servono per alcune cose e non per altre. Generano pressione, mostrano forza, creatività. Ci avvicinano, definiscono e lanciano messaggi. Ma NON generano alternative al modello né al regime, possono essere usate contro di noi da parte dei media e del terrore mafioso e possono consumare energie di cui abbiamo bisogno per raggiungere obiettivi fondamentali. A partire da questo (mobilitazioni ed energie) dobbiamo creare tutto uno spazio che non si limiti a scontri e mobilitazioni.
3. Per noi è chiaro, più chiaro che mai, che lo Stato deve cadere, essere superato… a quanti di noi questo è chiaro? Quanti non ce l’hanno chiaro e torneranno rassegnati al quotidiano? Dobbiamo vedere la differenza tra noi e loro, riconoscendo che quelli che cercano qualcosa nello Stato sono loro, e ci reclutano per lo Stato con i nostri morti e la nostra lotta. Questo e questi li dobbiamo riconoscere, anche nello specchio, e dobbiamo metterci in marcia per resistere e rovesciare lo Stato con alternative. La protesta insegna o non funziona!
Emmanuel Rozental
Pueblos en Camino
12 giugno 2021
Proseguire nello sciopero:
il regime del terrore e degli inganni e il cammino della disobbedienza
Luis Alfonso Mena, di Periodismo libre, riassume in un testo, asse di questa pubblicazione, il regime di terrore che è stato instaurato a Cali. La notte del 4 giugno, in quella città sono stati uccisi 5 giovani dalla forza terroristica del regime.
Si sta logorando lo sciopero a forza di terrore, trattative, accordi e vie di fuga all’indietro verso lo Stato che ci soggioga?
Siamo più di ciò che vorrebbe sottometterci e stiamo dimostrando che hanno fallito e noi continuiamo a restare in piedi? Cosa dobbiamo fare per capire la situazione presente e conseguire ciò che è necessario per portare avanti la nostra liberazione? Oltre alla testimonianza da Cali, condividiamo le immagini della mobilitazione di fronte alla casa di Duque nel nord di Bogotà la notte del 5 giugno, riconosciamo le prime linee che si creano in tutti i campi e quelle che mancano, e i percorsi già intrapresi per resistere e superare il regime (quali altre prime linee mancano, in quali campi e su quali temi?). La ministra degli esteri e vicepresidente, che ha ottenuto l’avallo del Dipartimento di Stato per l’impiego del terrore, è una narco-paramilitare corrotta, cioè una rappresentante a pieno titolo di questo Stato cui deve essere posta fine, un video ce lo ricorda.
Restiamo e resteremo in piedi. Con il collettivo Chucho Minga, per tutte le ragioni e con riferimento a tutta la storia che essi narrano, affermiamo che: NIENTE SARÁ PIÚ COME PRIMA. MAI PIÚ.
Una proposta: la disobbedienza è la consapevolezza di ciò che non possiamo più tollerare. Dobbiamo sbarazzarci dell’abitudine di obbedire. Disobbedire, imparare a farlo, è stare in piedi e in stato di sciopero. Questo sì! Resistenze e percorsi da compiere. Pueblos en camino.
Fonte: “Seguir en paro: El régimen del terror, las trampas y el camino de la desobediencia”, in Pueblos en camino, 6 giugno 2021.
Beatriz Cano, anche se sei stata uccisa, ci vediamo alla prossima Minga
Beatriz Cano, rispettosa, affettuosa, gentile, critica, madre, è stata assassinata… non possiamo crederci né accettarlo. Don Eduardo, suo padre, in lacrime per la sua “negrita”, registra un messaggio: “Aiutatemi, per favore aiutatemi perché non resisto con questa tristezza”.
Andava a Radio Pa‘yumat, nella sede del Tejido de comunicación para la verdad y la vida (“Rete di comunicazione per la verità e la vita”) a Santander de Quilichao prima delle 6 del mattino per occuparsi dei suoi compiti. Sempre in compagnia della sua bambina Ayelen di 5 anni. Con la bambina la incontravamo ovunque. Non si toglieva mai il cappello tradizionale colombiano.
Con la bambina si trovava sull’autobus pubblico che andava verso il Tejido. C’era anche César Galarza. Un posto di blocco della polizia venerdì 5 giugno, dopo le 9 del mattino. Hanno presentato le loro carte di identità e sono usciti dal veicolo. Alle 9.20 circa un pick-up nero si è fermato dietro all’autobus. Uomini armati sono scesi e hanno azionato i fucili semiautomatici. Hanno ucciso la coppia di agenti della polizia e hanno sparato contro tutte e tutti. Cesare l’ha vista cadere. Ha visto che stava molto male e sebbene fosse ferito ha chiesto che la aiutassero. Hanno ucciso un giovane nasa di 22 anni e una donna di 52 anni. Ayelen è stata ferita all’occhio sinistro, il colpo le ha staccato la retina. Aveva una profonda ferita sul viso, schegge e ferite su un braccio, una scheggia penetrata profondamente in un gluteo.
Beatriz è stata rianimata due volte. Entrambe le volte la sua forza vitale l’ha aiutata a riprendersi. È stata portata al pronto soccorso a Cali. Le hanno salvato la vita. È stata ricoverata in terapia intensiva, era stabile. Le hanno scoperto un enorme ictus cerebrale sinistro e un’emorragia intorno al cervello. Se fosse rimasta stabile, sarebbe stata operata domenica 7 giugno. Il pomeriggio del 6, le sue pupille si sono dilatate. La mattina del 7 non c’erano più dubbi. Non aveva riflessi nel tratto encefalico. Il suo cervello era morto. Beatriz, abitante di un villaggio Nasa, comunicatrice, ascoltatrice, tenerezza, madre, apprendista… seme che era germogliato in questa terra, è stata distrutta da proiettili omicidi mentre i suoi carnefici malati di potere celebrano il golpe.
Ora stiamo aspettando il suo corpo massacrato alle porte dell’obitorio. Passerà dalla sede dell’ACIN. In corteo, insieme alla sua famiglia, i comunicatori la accompagneranno a Medellin. I suoi colleghi. Nessuno che la conoscesse ha potuto sottrarsi al suo affetto. Non possiamo non riconoscere la sua umiltà, il suo rispetto, il suo desiderio di imparare, la sua infinita pazienza e una fede così intensa da rasentare l’ingenuità. Tutto questo è stato ucciso. L’hanno portato via alla sua famiglia, alle persone che la amano, a quelli di noi che l’avevano conosciuta, e il massacro ci fa a pezzi per la rabbia e il dolore. Ma soprattutto, l’hanno portata via alla sua Ayelen di 5 anni, che aspetta di guarire nel letto di una clinica. Beatriz e Ayelen erano una cosa sola, inseparabili. Un solo essere. Una sola vita, un solo cammino. Siamo lacerati da questa rottura. Una bambina orfana. Il vuoto. Beatriz è germogliata qui, in territorio Nasa, e qui festeggiano assassini che proclamano belle parole mentre sono al servizio di un progetto patriarcale e malato. Le dobbiamo tanto. Non ha mai voluto essere di più di nessuno di quelli che ascoltava e di cui rispettava la parola, il cammino e il territorio. Oggi, quando ci strappano quella tessitrice delle parole che raccoglieva, oggi sì, fa molto male. Oggi Beatriz, in questo momento, sei uscita dal silenzio, dalla domanda, dallo sguardo dietro i microfoni e le telecamere e sei qui, che ci guardi in faccia nella tua assenza. Oggi ti vediamo e ti piangiamo. La tua assenza è questa impronta nera e sanguinante. Qui condividiamo la parola e il dolore dei tuoi compagni ‘tessitori’ e ‘tessitrici’, congedandoci da te senza volerlo o essere in grado di farlo. Guardiamo la strada che porta alla tua casa, e la memoria si sofferma sulla tua immagine lì, in piedi: Ayelen che tiene la tua mano davanti alla sede del Tejido, sorridendo, guardandoci.
Ci fa paura l’oblio della tua assenza fisica, ma non è grande come la rabbia e il dolore perché ti hanno strappata da qui. Torna, Beatriz, non andartene. Aspettiamo la tua chiamata, la tua presenza, le tue domande… il tuo Ritorno. Lo stesso che ti ha portato qui per la prima volta e quello che desideriamo ti riporti a questa tua terra che ti piange. Così no! Ora basta! Pueblos en camino.
Fonte: “Beatriz Cano, aunque te hayan asesinado, nos vemos en la próxima Minga”, in Pueblos en camino, 8 giugno 2021.
Traduzione a cura di Camminardomandando.