di Raúl Zibechi

Poiché ogni popolo si comporta a seconda della sua esperienza passata, la comprensione delle sollevazioni e degli scontri va ricercata nelle azioni precedenti.

3 novembre 2019

Le rivolte di ottobre in America Latina hanno cause comuni, ma si esprimono in modi diversi. Rispondono ai problemi sociali ed economici generati dall’estrattivismo o dall’accumulo per espropriazione; dal sommarsi delle monocolture, delle miniere a cielo aperto, delle mega-infrastrutture e della speculazione immobiliare urbana.

Un modello di distruzione della natura, furto e contaminazione del suolo e dell’acqua, che è la principale forma di espropriazione. Un modello che genera una brutale concentrazione della ricchezza nell’1%, emarginazione e precarietà della vita del 50% ed è responsabile della crescita del traffico di droga, della militarizzazione dei territori e, di conseguenza, della violenza contro le donne, o femminicidio.

Le rivolte di ottobre rispondono all’accumularsi delle proteste. In Ecuador, hanno assunto la forma di una rivolta ben strutturata, recuperando la lunga esperienza del movimento indigeno che questa volta ha accompagnato i settori popolari urbani, in generale le classi medie professionali, gli studenti e centinaia di migliaia di migranti indigeni.
In Cile è un’esplosione senza la convocazione da parte di una qualche organizzazione, perché è stata l’imbecillità del potere a portare milioni di persone nelle strade. Poiché ogni popolo si comporta secondo la sua precedente esperienza, per comprendere le rivolte e gli scontri bisogna risalire alle azioni precedenti degli attori collettivi.

Se in Ecuador la spina dorsale [della sollevazione] sono stati i quechua della Cordigliera delle Ande e i popoli amazzonici, in Cile si sono avuti tre importanti precedenti: la lunga resistenza mapuche [popolo originario del Cono Sud – ndt], le rivolte studentesche e la nuova ondata femminista, quella del 2015 e, in particolare, quella del 2018, che ha attraversato l’intera società con imponenti occupazioni di atenei.

La resistenza mapuche ha cinque secoli, ma dal “ritorno” della democrazia ha avuto diversi momenti epocali. Negli anni ’90, il Comitato di coordinamento Arauco-Malleco (CAM) è stato uno spartiacque nella storia di questo popolo. Fu un’alleanza tra comunità e guerrieri, tra Longkos [capi – ndt] e Weichafes [guerrieri – ndt], questi ultimi formati nelle università e nei gruppi di sinistra. Insieme hanno prodotto un’importante sollevazione dal basso che ha riconquistato migliaia di ettari di terra, oltre a una buona dose di autostima collettiva.
Gli scioperi della fame dei prigionieri del CAM (tra il 2006 e il 2008) hanno ottenuto il sostegno di una parte della società bianca, che si è consolidato con l’assassinio di Matías Catrileo (2008) e che ha fatto un balzo impressionante un anno fa, quando ha avuto luogo l’assassinio di Camilo Catrillanca (14 novembre 2018) [Camilo Marcelo Catrillanca Marín era un contadino mapuche di Ercilla in Cile, ucciso dalla polizia cilena con un colpo alle spalle – ndt].

Per 15 giorni, migliaia di persone hanno bloccato strade, hanno acceso falò e hanno fatto rumore percuotendo pentole e padelle in più di 30 città. Questo è un precedente importante di quanto sta accadendo ora e spiega perché così tante persone sventolano bandiere mapuche durante le manifestazioni: il popolo mapuche è un riferimento etico e politico per tutto il Cile.

Il secondo movimento che si è aggregato è il movimento studentesco, in particolare quello delle scuole secondarie. Nel 2001 ha avuto luogo il “mochilazo” [manifestazioni con richieste sui trasporti; da mochilero, persona che viaggia con lo zaino in spalla – ndt], che oltre alle grandi manifestazioni ha prodotto una frattura nell’organizzazione studentesca controllata dal Partito Comunista. Da qui è nata un’articolazione orizzontale, chiamata Assemblea Coordinatrice degli Studenti Secondari (ACES), che praticava una nuova cultura politica.
Nel 2006 ha avuto luogo la “rivoluzione dei pinguini” [chiamata così con riferimento alla divisa scolastica – ndt], con 400 scuole superiori paralizzate. Nel 2011 il movimento ha dilagato oltre l’immaginabile, con l’occupazione di emittenti televisive, di 600 scuole e di decine di istituti che hanno proseguito l’attività scolastica sotto il controllo di studenti e insegnanti solidali. La risposta della popolazione alla brutale repressione del 4 agosto è stata una massiccia occupazione dei quartieri, con caceroleos [manifestazioni in cui si esprime rumorosamente la protesta percuotendo pentole – ndt] e fiesta/protesta fino all’alba, come succedeva nelle “giornate nazionali” contro il regime di Pinochet negli anni Ottanta.
Infine, l’anno scorso migliaia di donne hanno occupato 32 facoltà e diverse scuole secondarie, hanno denunciato professori e insegnanti noti per le molestie, gli abusi e le violenze [contro le studentesse], e hanno portato avanti la lotta che era esplosa nel 2015 con una grandissima manifestazione per l’8 marzo e le marce di protesta di “Non Una di Meno”. Di pari passo con questo movimento, si moltiplicano le organizzazioni femministe, tra cui gruppi di donne mapuche e dei settori popolari.
Questi tre movimenti (e altri come quello dei pensionati) sono confluiti dall’inizio di ottobre, sommando e moltiplicando le azioni che avevano realizzato negli ultimi decenni. Non è stata un’esplosione improvvisata sul momento, perché molti giovani avevano già sperimentato, su scala appena minore, quello che stanno facendo ora, anche se con risultati più modesti.
In Ecuador, si tratta di una rivolta pianificata o, meglio ancora, di una riedizione innovativa di quanto sta facendo la Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador (Conaie). Come abbiamo visto in un’altra analisi (Gara, 14/10/2019), la principale novità in questa occasione è stata che diverse migliaia di persone si sono unite all’occupazione di Quito da parte degli indigeni. I giovani delle città hanno contribuito con la loro quota di radicalismo e odio della polizia. La classe media ha dimostrato solidarietà con cibo, coperte, vestiti e donazioni di ogni tipo. Gli studenti hanno obbligato all’apertura le università pubbliche e private per ospitare e sfamare gli indigeni e i settori popolari. Le donne hanno organizzato una gigantesca manifestazione in cui le femministe accademiche hanno fraternizzato con le indigene della Cordigliera e dell’Amazzonia.
La lunga esperienza della Conaie, fin dalla prima rivolta del 1990, ha permesso di porre fine alla rivolta quando è apparso chiaro che i partiti volevano appropriarsi della mobilitazione, dei prigionieri e dei morti, per approfittare della lotta.
Si sono ritirati ma non si sono smobilitati. Hanno istituito il Parlamento Indigeno e dei Popoli, un’alleanza tra tutti i settori popolari per avviare una minga (lavoro collettivo) che deve stabilire le misure per uscire dal modello neoliberista. Questo lavoro è più difficile che resistere sulle barricate, perché non esiste un modello alternativo a quello neoliberista ed estrattivista già pronto da mettere in pratica.

Traduzione a cura di camminardomandando

Fonte: https://www.naiz.eus/es/iritzia/articulos/las-revueltas-de-octubre