di Raúl Zibechi
25 aprile 2020

Non vogliamo i tuoi regali. Non vogliamo i tuoi viveri che nascondono intenzioni di sfruttamento”, dice il comunicato di comuneros e autorità delle ronde campesine delle province di Huancabamba e Ayabaca, nella regione Piura, nel nord del Perú.
In questo modo, il 21 di aprile le comunità danneggiate dall’impresa mineraria Río Blanco Cooper S.A. hanno rifiutato la manovra dell’impresa mineraria che da anni tenta di entrare in questa zona e che ora approfitta dello stato di necessità per dividere la popolazione.
Il comunicato sottolinea che l’impresa “maschera le sue vere intenzioni attraverso donazioni”, poiché “da quando è arrivata nella nostra provincia ha portato solo morte e ora semina atti di persecuzione e azioni legali contro i nostri dirigenti”.
Le si fa notare che le medicine che offre in dono “non serviranno quando l’impresa contaminerà il nostro territorio e le nostre acque” e che gli abiti che vuole donare “non serviranno quando distruggerà le nostre foreste pluviali”.
Il comunicato inoltre attribuisce all’impresa mineraria Rio Blanco la responsabilità “delle azioni che ogni base o centrale delle ronde intraprenda contro i promotori che agiscono nella zona, i quali devono stare a casa loro e non venire a dividere la nostra popolazione”.
Raphael Hoetmer, che ha accompagnato le resistenze e le marce dei
comuneros di Ayabaca, commenta per telefono l’importanza della brughiera e delle foreste pluviali per l’approvvigionamento idrico di Piura e Cajamarca. “È una zona di organizzazione campesina robusta, con ronde autonome e autogestione della vita. Rifiutano l’attività mineraria perché, pur sapendo di essere poveri, vogliono conservare un modo di vivere che offre loro benessere e libertà, che peggiorerebbe con l’attività mineraria (vedi “Piura: Ayabaca y Huancabamba rechazan donativos de la impresa minera Río Blanco”).
Un altro esempio di dignità lo offrono le comunità di Morona Santiago (Ecuador), che sono state denunziate dalla società mineraria Explorcobres per aver attaccato il 28 di marzo l’accampamento La Esperanza. Sempre secondo l’impresa, i
comuneros (che vengono definiti “delinquenti”), occuparono l’accampamento, “incendiarono varie installazioni, attrezzature e un veicolo”.
Sempre in Ecuador, la comunità San Pedro Yumate, che resiste all’attività mineraria della Río Blanco, nella zona montuosa di Cajas, a un’ora da Cuenca, lunedì ha installato la terza barricata, di fronte alla strada Cuenca-Molleturo- Naranjal, attuando una
mingai per impedire il passaggio ad automezzi e persone non autorizzate dall’assemblea comunitaria, come ci scrive Paul dal suo temporaneo confinamento fra gli shuar, in Amazzonia.
Mentre le attività minerarie distruggono vite, contaminano acque e montagne mettendo a rischio la continuità delle comunità, i
campesinos e gli indigeni non hanno aggredito nessuna persona, ma solo le istallazioni delle imprese multinazionali.
Restiamo nella regione andina. Il compagno e antropologo Rodrigo Montoya ci invia un testo meraviglioso intitolato “Lima finisce qui”. Racconta che migliaia di abitanti di Lima, che anni addietro erano emigrati da diverse province andine, hanno iniziato una marcia di ritorno ai loro villaggi. “Non erano manifestanti in cammino verso una piazza pubblica per protestare”. Avevano il comune desiderio di andarsene dalla megacittà.
“La maggioranza dei marciatori era giovane e aveva lineamenti andini”, scrive Rodrigo, che ai suoi quasi 70 anni è stato alunno dell’
escuelita zapatista. Porto con me questo ricordo perché Rodrigo è un compagno che ha fatto del suo impegno una forma di vita. Anche se non sa se desiderano andarsene dalla capitale per sempre, constata che si tratta di un fatto “forse troppo importante”.
Se ne vanno da Lima perché non hanno lavoro, soffrono la fame, e perché l’individualismo della grande città affligge i loro cuori. “Ciò che rimane ai viaggiatori di ritorno è la reciprocità dell’
ayni -un giorno di lavoro per un giorno di lavoro, un carico di legna per un carico di legna (lo scambio di aiuto fra comunità)- e la minga -un giorno di lavoro per un pranzo, con musica, bevute e balli- tra familiari di uno stesso ayllu o comunità, come ultima risorsa da trovare sugli altipiani, lì dove i ‘ritornanti’ senza virus sperano di arrivare e di essere ben accolti”.
Forse siamo di fronte all’inizio di una inversione del ciclo, l’emigrazione dalla città alla campagna, come ci propongono in questi giorni i ribelli del Rojava, “tornare alla terra” per “ripopolare villaggi collettivi rurali”
ii come dice il comunicato del Comitato di Solidarietà col Kurdistan di Città del Messico. Sento che ciò che stanno facendo molti andini è tutto un programma per affrontare il collasso del sistema.
Dalla regione andina passiamo a Montevideo (Uruguay). Qui è accaduto quello che un gerarca del governo municipale ha definito come “l’occupazione urbana più grande degli ultimi cinquant’anni”. Si tratta di alcune migliaia di famiglie che occupano un’enorme area che appartiene a un’impresa di servizi portuali, abbandonata da circa 50 anni, i cui proprietari hanno un grosso debito con lo Stato.
L’occupazione è iniziata a gennaio con appena 28 famiglie, a santa Catalina, la periferia povera della zona ovest di Montevideo. La necessità ha spinto queste famiglie a decidere di correre il rischio di occupare un terreno privato, per superare il sovraffollamento in cui vivono. Giovedì 16 aprile il Ministero dell’Interno ha dispiegato una forte operazione con decine di poliziotti, elicotteri e droni, arrestando 5 abitanti. Fra loro, due donne sono state condannate agli arresti domiciliari.
Lunedì 20, sfidando la quarantena, dai 50 ai 100 occupanti hanno manifestato di fronte alla sede del governo. Hanno resistito allo sgombero, hanno preso l’iniziativa e hanno sfidato la quarantena. Si tratta di lavoratori impoveriti, disoccupati, lavoratrici domestiche, braccianti, pescatori e perfino alcuni poliziotti, che non possono pagare neppure un modesto affitto in una zona che era stata la culla del movimento operaio.
L’avvocato Pablo Ghirardo, che rappresenta i sindacati e che ha lavorato per vari mesi con gli occupanti del barrio che hanno battezzato “Nuovo Inizio”, assicura che lo hanno fatto “per il sovraffollamento, poiché vivono fino a sette persone in un mono-locale dove piove, oltre alla forte speculazione immobiliare che rende insostenibili gli affitti”. Nella manifestazione portavano cartelli sui quali si leggeva: “Terra per chi ci vive” e “Non condannateci per il fatto di essere poveri” (vedi “
Concentración de vecines del barrio Nuevo Comienzo”, 20 aprile 2020).
Nel barrio funziona un posto di ristoro, grazie alle donazioni di vari sindacati e di abitanti solidali del quartiere. Hanno tracciato le future strade e hanno lasciato luoghi liberi per spazi collettivi e per la sala per gli incontri comunitari. Sono così ben organizzati che la polizia non è riuscita ad effettuare lo sgombero. Il paletto che un giorno di gennaio un’abitante mise per marcare il suo spazio in un terreno abbandonato, si è moltiplicato fino a trasformarsi in un
barrio.
Jorge Zabalza qualifica la massiccia occupazione come “un’esplosione sociale simile a quella innescata dagli studenti che hanno saltato i tornelli nel metrò di Santiago del Cile”. Centinaia di migliaia di persone sono state cacciate dal modello estrattivo ai margini della città. Per Zabalza, “l’iniziativa individuale che è divenuta una valanga collettiva consente di intuire l’esistenza di un immaginario che anticipa future ribellioni popolari” (vedi Zabalza, “
Lo subterráneo”, 26 febbraio 2020).

Fonte: “Un nuevo comienzo rebosante de dignidad y autonomía

Traduzione a cura di Camminardomandando

Leggi altri articoli della serie Movimenti nella pandemia

i Ndt – La minga è un’antica tradizione di lavoro collettivo con finalità di utilità sociale. Oggi per estensione il termine indica anche incontri politici fra comunità e iniziative pubbliche, in quanto lavoro intellettuale e impegno concreto all’azione.

ii Ndt – in spagnolo aldeas. Fra le popolazioni delle Ande, l’aldea è l’unità organica costituita dal piccolo centro abitato e dal suo territorio, in rapporto di amicizia, di parentela e di scambio comunitario con le aldee vicine, in un’organizzazione che permette il mantenimento della diversità e degli equilibri fondamentali fra montagna, foresta, pascoli e campi coltivati. Si veda il testo curato dal PRATEC, Cosmovisioni. Occidente e mondo andino, Mutus Liber, 2015, p. 276.