18 novembre 2019
Noi, professori ricercatori del programma di dottorato in Scienze dello Sviluppo dell’Università Mayor de San Andrés (CIDES-UMSA), esprimiamo la nostra indignazione per le interpretazioni semplicistiche espresse dai colleghi e dalle istituzioni accademiche straniere riguardo agli eventi politici che si stanno ancora svolgendo in Bolivia.
Partendo dall’affermazione che in Bolivia c’era stato un colpo di Stato, sono state tratte conclusioni tali da denotare una mancanza di conoscenza della diversità dei soggetti che si sono mobilitati nelle ultime settimane, le cui legittime richieste sono state avanzate nel quadro delle aspirazioni democratiche derivanti dalla crescente incertezza sui risultati delle elezioni del 20 ottobre 2019. In questo scenario, la mobilitazione, in particolare tra i giovani, è stata il risultato di un lungo accumulo di diffidenza nei confronti del Movimento per il socialismo (MAS), un partito di governo che si è sistematicamente avvantaggiato dalla de-istituzionalizzazione del Paese, volta a privilegiare i suoi interessi di partito e di gruppo attraverso l’abuso di potere. Il rapporto dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) sulle elezioni nazionali, che ne ha sottolineato le gravi irregolarità, non ha fatto altro che ratificare questa situazione, che già oggi assume la dimensione di una profonda e pericolosa crisi statale.
Nello scenario delle mobilitazioni per il rispetto del voto, la crisi dello Stato ha avuto come sfondo la decisione di Evo Morales di sollecitare le basi contadine del MAS ad assediare le città e privarle degli apporti necessari alla loro esistenza quotidiana, come misura per mettere a tacere la protesta e senza tener conto che in Bolivia c’è un ampio flusso interattivo tra il mondo rurale e quello urbano. Da allora, ad eccezione di una parte significativa degli abitanti di El Alto e di altre città intermedie, che mantengono un autentico senso di identificazione etnica con l’ex Presidente, si è verificato un profondo allontanamento della popolazione dal governo del MAS, soprattutto la popolazione urbana. Questo scenario di rottura si è approfondito nel dipartimento di Cochabamba, dove si trova la regione di coltivazione della coca del Chapare, un baluardo politico di quel partito, dove si stanno verificando i più tragici eventi di sacrificio collettivo del movimento contadino a favore del ritorno al potere di Evo Morales.
Detto questo, la crisi statale che la Bolivia sta vivendo oggi è il risultato della decisione di Evo Morales di rinunciare sull’istante al suo ruolo di governatore di tutti i boliviani, una decisione ratificata dall’esilio e aggravata dall’uso delle risorse dello Stato per la repressione, non solo mentre era presidente, ma anche adesso, data la presenza di un apparato violento costruito durante il suo mandato e che, dopo le sue dimissioni, è diventato una struttura irregolare di sistematica intimidazione nei confronti dei quartieri popolari e della classe media, che a loro volta cominciano a esprimere una predisposizione all’autodifesa, cosa che può avere drammatiche conseguenze di scontro civile nel Paese.
In questo contesto, il popolo boliviano si trova attualmente nel mezzo di una chiara assenza dello Stato e di un fragile processo di ricostruzione delle istituzioni democratiche che gli consenta di esercitare pienamente la propria autodeterminazione, di recuperare le nozioni di diversità e complementarietà che lo caratterizzano e di superare i miraggi messianici e clientelari del potere, che, come abbiamo visto, non favoriscono altra soluzione che lo scontro e la violenza tra i cittadini, e quelli più colpiti sono di solito gli strati sociali più bassi.
Chiediamo alla comunità accademica che segue i processi politici in Bolivia di dare priorità agli appelli per la pacificazione del Paese, all’assoluto rispetto dei diritti fondamentali, civili e politici e delle garanzie costituzionali, assumendo come obiettivo comune il superamento dell’attuale momento di crisi, cercando la riconciliazione ed evitando ogni forma di censura, repressione e persecuzione politica da qualsiasi parte provengano, sempre nell’interesse di preservare, rafforzare e approfondire non solo la nostra democrazia, ma la nostra esistenza come società organizzata.
Traduzione a cura di Camminardomandando
