di Bartolomé Claveroi

Cazalla de la Sierra, 17 novembre 2019

In memoria di Idón Chivi.

Non ha molto senso addentrarsi adesso nel dibattito se ci sia stato o meno un colpo di Stato. Chi lo nega vuole nascondere l’illegittimità del risultato finale. Chi lo sostiene vuole nascondere la principale responsabilità del Governo del MAS, del Movimento per il Socialismo-Strumento Politico per la Sovranità dei Popoli. Tra l’una e l’altra posizione, tra colpo di Stato no e colpo di Stato sì, quello che si è verificato e si verifica da queste parti, in Europa, è una spaventosa disinformazione, in buona parte voluta, su quanto avvenuto in Bolivia.

Vorrei innanzitutto mostrare le mie credenziali per potermi esprimere sull’attuale situazione in Bolivia, dato che la mia è solamente una opinione tra tante. Mi considero un osservatore europeo privilegiato del processo di trasformazione positiva che questo paese ha vissuto nel corso degli anni del presente millennio. L’ho visitato regolarmente, con cadenza come minimo annuale, dalla metà degli anni novanta del secolo scorso fino all’anno 2011. Mi manca una conoscenza diretta degli ultimi otto anni, fatto che tengo in considerazione nell’esprimere con le dovute riserve la mia opinione; opinione che corrisponde alla mia esperienza personale e all’informazione di cui dispongo. Ecco quindi in primo luogo le mie credenziali, che spero servano anche per stabilire degli antefatti precisi, utili a soppesare l’attualità.
Nei primi tempi mi sono recato in Bolivia come professore per tenere lezioni di diritto internazionale dei popoli indigeni all’Università della Cordillera, in orario
serale in modo che potesse assistervi personale dell’amministrazione pubblica. In seguito, a partire dalla metà della prima decade degli anni duemila, iniziato con vigore il processo di cambiamento, i miei ospiti erano principalmente appartenenti all’area governativa, a volte direttamente membri del Governo; più precisamente, erano membri della Rappresentanza Presidenziale nell’Assemblea Costituente. Si può trovare notizia del mio modesto contributo alla stessa nel libro di testimonianze di Salvador Schavelzon, El nacimiento del Estado Plurinacional de Bolivia. Etnografía de una Asamblea Constituyente (2012; gratis in internet). Quell’Assemblea è stata l’esperienza più democratica mai vissuta nelle Americhe. Ha dato vita alla Costituzione dello Stato Plurinazionale della Bolivia; plurinazionale grazie al contributo, poi riconosciuto costituzionalmente, delle nazioni indigene.
Alla fine della prima decade degli anni duemila, ho nuovamente visitato il paese in veste di membro del Forum Permanente per le Questioni Indigene delle Nazioni Unite, prendendo parte ad una missione delle Nazioni Unite stesse che doveva indagare sulle condizioni di vera e propria schiavitù di intere comunità all’interno di grandi latifondi nell’est boliviano. Sono gli anni in cui ho anche lavorato con la Missione dello Stato Plurinazionale di Bolivia presso le Nazioni Unite con il compito di estendere lo status di diritti umani ad alcuni diritti talmente essenziali quali il diritto all’acqua e al trattamento delle acque reflue. Altri viaggi furono organizzati da ONG, principalmente il CEJIS (Centro di Studi Giuridici e di Inchiesta Sociale). Ai tempi delle mie buone relazioni con il Governo boliviano, ho anche tenuto lezioni presso la Scuola Diplomatica del Ministero delle Relazioni Internazionali e dei Culti, come anche alcune conferenze presso la Vicepresidenza dello Stato Plurinazionale.
Erano tempi appassionanti, grazie allo slancio internazionale boliviano e all’ispirazione di fondo della Costituzione dello Stato Plurinazionale, che procedeva con determinazione verso un vasto ampliamento dei diritti. Dopo il mio lavoro alle Nazioni Unite, mi sono impegnato nel continuare a frequentare annualmente la Bolivia, in particolare per tenere lezioni alla Facoltà di diritto dell’Università di Sucre, a Chuquisaca, la capitale costituzionale (La Paz è la capitale politica). Durò poco. La Vicepresidenza dello Stato Plurinazionale aveva ritirato i finanziamenti. Così è terminata la luna di miele. Cosa è successo? Il Vicepresidente boliviano si era occupato addirittura personalmente di altri viaggi. Il Presidente, Evo Morales, aveva manifestato il suo appoggio diretto al gruppo delle Nazioni Unite che aveva realizzato la visita di cui ho riferito. Come mai alcuni cooperanti, al plurale perché io non sono l’unico, adesso sono caduti in disgrazia?
L’appoggio governativo era stato incondizionato rispetto all’obiettivo della missione delle Nazioni Unite. E non poteva essere altrimenti. L’impegno in questione è contemplato nella Costituzione stessa della Bolivia, quella del 2009, che, almeno in teoria, continua ad essere in vigore. Essa recepisce il diritto internazionale dei diritti dei popoli indigeni. E non si limita a dichiarazioni generali. Si propone espressamente la decolonizzazione mediante il riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni non solo in termini di tolleranza, ma addirittura con impegni molto concreti come, tra molti altri, quello di un approccio comunitario alla riforma agraria per la riduzione dei latifondi e l’emancipazione delle comunità indigene prigioniere all’interno delle grandi proprietà; questo era precisamente il nostro obiettivo, nel contesto di quella missione internazionale.
La nostra missione, quella delle Nazioni Unite, realizzata nello stesso anno 2009, si svolse in condizioni drammatiche. Il dipartimento di Santa Cruz, il principale tra quelli interessati dalla problematica inumana dei grandi latifondi con comunità indigene al loro interno, era caratterizzato da una ribellione razzista degli auto-denominatisi “comitati civici”. La città era piena di scritte di tale matrice; non ne riporto nemmeno una per non dare visibilità all’odio che esprimevano. Le nostre visite alle comunità indigene avvenivano con la presenza minacciosa, a distanza, di gente a cavallo ostentatamente armata. Il Viceministro alla Cultura, che venne in quello stesso periodo a Santa Cruz, fu vittima di un sequestro di alcuni giorni che ci tenne col fiato sospeso.
Il Governo e il partito che lo sosteneva, il MAS, Movimento per il Socialismo-Strumento Politico per la Sovranità dei Popoli, ci appoggiavano fino in fondo, addirittura più, molto di più, di alcune agenzie delle Nazioni Unite stesse. Il PNUD, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, arrivò a fare causa comune, furtivamente, con i “comitati civici”, i razzisti. A fronte di tali ostilità, noi potevamo contare su appoggi non meno importanti, come quello del Patto di Unità formato dal Consiglio Nazionale di Ayllus e Markas del Kullasuyo, la Confederazione dei Popoli Indigeni, la Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori, la Confederazione Nazionale delle Donne Contadine Indigene Originarie-Bartolina Sisa e la Confederazione Sindacale delle Comunità Interculturali; una concertazione che era stata decisiva in seno all’Assemblea Costituente.
All’inizio della seconda decade del nuovo millennio, le cose iniziarono a cambiare drasticamente, non solo per noi osservatori esterni non direttamente coinvolti ma, fondamentalmente, per la stessa Bolivia e per i suoi cittadini. Attraverso opportuni cambiamenti ministeriali, il Governo cancellò in modo evidente il suo programma di ripristino del modello comunitario con tutte le sue implicazioni, entrando in un lungo periodo, che è durato fino alla sua recente caduta, di connivenza con i “comitati civici”, mentre continuava con tutta la retorica indigenista. Contravvenendo ai principi stessi della Costituzione, adottò risolutamente una politica di favore verso gli interessi delle
corporation internazionali, specialmente nei riguardi dell’industria estrattiva. In sintesi, iniziò a discostarsi palesemente dalla Costituzione senza cambiare la stessa di una sola virgola. La sua continua e pretestuosa evocazione divenne un alibi a copertura di tali politiche acquiescenti.
Il Governo ha incontrato resistenza soprattutto da parte delle organizzazioni indigene e sindacali. Il Patto di Unità si è rotto nel 2011 e sono rimaste solamente le organizzazioni satelliti del MAS, il partito al potere. La risposta del Governo e delle sue organizzazioni è stata da manuale: persecuzione, cooptazione, corruzione. Lo stesso MAS ha iniziato a farsi carico del lavoro sporco. Per comprendere questa evoluzione, bisogna guardare l’altra faccia della medaglia. Il Governo modificò le condizioni di accesso alle risorse boliviane da parte delle
corporation internazionali, dotandosi di fondi sostanziosi non solo per la corruzione e il clientelismo, ma anche per il lancio di politiche sociali o assistenziali a beneficio di parte rilevante della cittadinanza. E il suo indigenismo non è stato solo retorico e insidioso; sono state attuate politiche antirazziste che hanno cambiato la facciata della società boliviana, almeno la facciata. Il cambiamento culturale è stato spettacolare.
Sarebbe stato irreversibile se non si fosse continuato con le pratiche di persecuzione, corruzione e simulazione; quella stessa simulazione che ha funzionato molto bene per il Governo boliviano in molti ambiti internazionali, comprese le diverse istituzioni delle Nazioni Unite finalizzate alla supervisione in materia di diritti umani. Ed è arrivato il momento della goccia d’acqua sporca che fa traboccare il recipiente colmo di detriti. È successo alle ultime elezioni. Con tutto quello che abbiamo visto, il tandem formato da Evo Morales e Álvaro García Linera, Presidente e Vicepresidente dello Stato Plurinazionale, si era ormai abituato a violare impunemente la Costituzione. E lo fa anche per rimanere al potere nonostante il limite costituzionale di mandato. Convocano e perdono un referendum che glielo avrebbe consentito. Ricorrono al Tribunale Costituzionale che dà il permesso con la peregrina motivazione che la partecipazione politica mediante candidatura alle elezioni costituisce un diritto umano che non può essere limitato nemmeno dalla stessa Costituzione. E così arriviamo alle elezioni dell’ottobre 2019. Il massiccio sostegno elettorale goduto dal MAS come partito di governo si è andato deteriorando non solo a causa dell’usura del tempo, ma anche e soprattutto per gli effetti deleteri delle politiche di cui si è riferito. In questa occasione, la formula Morales-Linera non vince al primo turno. Non raggiunge i requisiti costituzionali. Non supera la metà dei voti espressi, né supera del dieci per cento il candidato che si posiziona al secondo posto. E quel che è peggio per il tandem, i numeri non promettono neanche la vittoria per maggioranza semplice al secondo turno. Nessun altro candidato è disponibile a cedere i propri voti. Avendone già l’abitudine, la soluzione sembra facile: brogli durante lo scrutinio. Il Tribunale Elettorale Supremo, organismo controllato dal MAS, ritarda lo scrutinio per manipolare i risultati. Aggiusta le cifre in modo da ottenere la distanza del dieci per cento. Proclama Presidente e Vicepresidente Evo Morales e Álvaro García Linera.
La reazione è fortissima. La mobilitazione contro i brogli è realmente popolare. E c’è chi immediatamente si butta a pescare nel torbido. Sono soprattutto i settori peggiori del razzismo civico, a cui adesso si aggiunge il fondamentalismo cristiano. Proclamano che si tratta nientemeno che di mettere il crocifisso e la bibbia dove gli indigeni avevano insediato la
wiphala, la bandiera multicolore simbolo della plurinazionalità. In questo scontro, il segno della croce non può essere meno innocente né più belligerante. A questo si aggiunge un ammutinamento della polizia dalle motivazioni oscure, tra il sindacale e il politico, al quale si unisce, da parte degli alti comandi militari, l’invito rivolto al Governo perché ceda il potere non si sa a chi. Ma niente di tutto ciò è stato decisivo per la sua caduta. L’Organizzazione degli Stati Americani si pronuncia sull’effettiva esistenza di brogli elettorali, aggiungendo che si deve mantenere l’ordine costituzionale, che in quel momento significa che Evo Morales dovrebbe rimanere alla presidenza della Bolivia per indire nuove elezioni. Morales decide invece di ritirarsi e di espatriare. Che cosa lo porta a questa mancanza finale di resistenza? Non ha il sostegno della maggioranza, anche se non assoluta, della cittadinanza boliviana? Come può lasciarla nei guai? Sostiene che la sua vita è in pericolo, cosa che non pare vera. Le ragioni decisive per spiegare tale comportamento non le ho ancora dette. In tutto questo movimento, le organizzazioni indigene e sindacali che non erano state completamente cooptate dal MAS, e che avevano mantenuto un margine di indipendenza, si pronunciano contro la continuità del Governo. Manifestano la propria opinione dicendo che quando è troppo è troppo. Non si può andare oltre. Evo Morales ha soltanto il sostegno del MAS, il suo partito, che tuttavia è incapace non solo di vincere le elezioni in maniera pulita, ma anche di ottenere con altri mezzi, come l’esercizio pacifico e massiccio del diritto di manifestare, che il Governo stia in piedi. Al contrario, anche il MAS, come i “civici”, ricorre alla violenza, il che rende difficili le cose e indebolisce ancora di più la sua posizione. Questo è lo scenario della fuga di Evo Morales e Álvaro García Linera. Anche altri esponenti di alto livello del MAS, inclusi quelli che secondo la Costituzione dovrebbero occupare ad interim la presidenza per gestire nuove elezioni, rinunciano. Rendono impraticabile, così facendo, una via d’uscita costituzionale. La Costituzione non può prevedere uno scenario di così ampia abdicazione. Si produce letteralmente un vuoto di potere senza soluzione costituzionale, un vuoto che viene immediatamente occupato non dal secondo candidato delle ultime elezioni, il quale a sua volta rinuncia ad assumersi la propria responsabilità, bensì dal “civismo”, cioè, come già sappiamo da quanto detto sopra, dal razzismo puro e duro. Il crocifisso coloniale si colloca al posto della wiphala plurinazionale. Il nuovo Governo si preoccupa di adottare decisioni politiche d’effetto invece di occuparsi delle elezioni. Al momento sta rivedendo tutti i propri allineamenti internazionali, ricorrendo perfino alla rimozione massiccia di personale diplomatico. Si stanno iniziando a creare le condizioni affinché il ripristino del razzismo si imponga con i metodi scorretti del caso. Si arriva ad assolvere militari e poliziotti per eccessi compiuti nel contrasto alle proteste.
Bisogna insistere sul fatto che il nuovo Governo non ha assolutamente alcuna copertura costituzionale per insediarsi al potere. Per dirlo con altre parole, è rivestito solo di illegittimità; un’illegittimità molto maggiore di quella del Governo precedente, quello di Morales, dopo il broglio elettorale. E ora il razzismo “civico” è passato all’offensiva, non sta più sulla difensiva. C’è chi va dicendo, con tutte le buone intenzioni, che come il “civismo” ha imparato a convivere con il MAS ai tempi di Morales dopo la sua svolta acquiescente, adesso si riprodurrà lo stesso accordo in condizioni più democratiche. Spero di sbagliarmi, ma mi sembra una predizione troppo ottimista. Sintomaticamente, coloro che stanno facendo questi pronostici ignorano o nascondono la componente razzista del “civismo”, nonostante sia tornata a manifestarsi nella sua forma più selvaggia. E danno per buona, o per già irreversibile, l’occupazione del potere da parte del peggior “civismo”, come se dovesse limitarsi a gestire in modo neutrale le dovute elezioni. Ho amicizie in Bolivia, per nulla razziste, ora affette da questa miopia. Non so se, al loro posto e in tali difficilissime circostanze, non mi succederebbe lo stesso. Evo Morales e il MAS non sono stati spodestati, ma hanno tentato un auto-golpe, sommando la candidatura incostituzionale e il broglio elettorale, e fallendo strepitosamente. Il risultato è quello di un colpo di Stato, però senza che si sia dovuto compiere. Così è andata la storia. Ora seguono le narrazioni.
Non ha molto senso addentrarsi adesso nel dibattito se ci sia stato o meno un colpo di Stato. Chi lo nega vuole nascondere l’illegittimità del risultato finale. Chi lo sostiene vuole nascondere la principale responsabilità del Governo del MAS, del Movimento per il Socialismo-Strumento Politico per la Sovranità dei Popoli. Tra l’una e l’altra posizione, tra colpo di Stato no e colpo di Stato sì, quello che si è verificato e si verifica da queste parti, in Europa, è una spaventosa disinformazione, in buona parte voluta, su quanto avvenuto in Bolivia, nel bene e nel male, durante l’ultima decade e fino ad oggi.

Traduzione a cura di Camminardomandando

i Bartolomé Clavero è un giurista e storico spagnolo, specializzato in storia del Diritto. Ha una cattedra presso l’Università di Siviglia ed è ex vicepresidente del Forum Permanente delle Nazioni Unite per le Questioni Indigene e membro dello stesso Forum in rappresentanza degli Stati dell’Unione Europea.