Jaime Jiménez, storico e avvocato colombiano, collabora con La Pluma e Tlaxcala.

Testo pubblicato da Tlaxcala, a cura di Fausto Giudice.

50 anni or sono, il 9 ottobre 1967, in Bolivia fu assassinato, dopo essere stato catturato, il rivoluzionario argentino Ernesto Guevara de la Serna. La vita e l’opera di questo grande uomo, trasformato nell’icona più significativa del XX secolo, sarebbe sufficiente a riempire enciclopedie, ma in questo saggio ci riferiamo brevemente al suo apporto alla pratica rivoluzionaria a livello mondiale. Perché il suo esempio e i suoi scritti incarnano il punto di contraddizione in questo universo di comunisti e marxisti che hanno perseguito o continuano a perseguire la conquista del potere per il popolo e la costruzione di una società socialista.

Per comprendere la novità dell’apporto guevarista è necessario risalire a ciò che è accaduto dopo la Rivoluzione russa. L’URSS, dopo l’ottobre del 1917, si trovò assediata su diversi fronti e dovette affrontare militarmente vari paesi stranieri e intraprendere una guerra civile contro i “bianchi”. All’interno del Partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) si sviluppò un forte dibattito su quale fosse la strategia internazionale che la Rivoluzione avrebbe dovuto seguire. Leon Trotsky sostenne che era necessario estendere la rivoluzione al resto dell’Europa, un’opzione che comunemente viene chiamata la “rivoluzione permanente”; in alternativa Stalin sostenne che non c’erano le condizioni per questo e che era prioritario “costruire il socialismo in un solo paese”.

A Trotsky non mancavano le ragioni. Dopo la Prima Guerra Mondiale in Europa si succedettero varie sollevazioni insurrezionali, prima fra tutte quella tedesca del novembre 1918, durante la quale vennero assassinati, fra gli altri, Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, ad opera della socialdemocrazia tedesca. Come reazione a questa ondata rivoluzionaria, nel corso degli anni 1920 e 1930 il fascismo si impose in vari paesi europei. La risposta della III Internazionale comunista, egemonizzata da Stalin, non fu la lotta frontale contro questa variante del capitalismo, bensì l’alleanza con le borghesie “democratiche”, con la creazione di “Fronti popolari” nei rispettivi paesi dove erano presenti i partiti comunisti dell’epoca.

Le “democrazie liberali” voltarono le spalle alla repubblica spagnola nella guerra civile, mentre i fascisti italiani e i nazisti furono eccezionalmente “generosi” con il sovversivo Franco: armi, munizioni, aerei, navi, sottomarini e decine di migliaia di tedeschi e italiani schiacciarono i repubblicani. Compiuto l’esperimento in Spagna, i fascisti decisero di intraprendere la Seconda Guerra Mondiale, prendendosi l’Europa a partire dalla Polonia, proseguendo con i paesi occidentali e tenendo l’URSS come il gioiello che avrebbe fornito ricchezze e migliaia di futuri lavoratori. I sovietici entrarono nello scontro nel 1941 e furono loro a dare la stoccata decisiva ai nazisti, che costò 20 dei 55 milioni di morti causati dalla Guerra, senza contare gli ingenti costi economici connessi a uno scontro di questo genere. Gli statunitensi giunsero nel giugno del 1944 a pescare nel torbido e ad evitare che i sovietici si prendessero tutta l’Europa.

Terminata la Guerra Fredda e dopo la morte di Stalin, nel febbraio 1956 si celebrò il XX Congresso del PCUS. La sua tesi principale, oltre alla critica del culto della personalità nei confronti di Stalin, morto nel 1954, fu quella della “Transizione pacifica al socialismo”. Questa strategia politica sosteneva che lo sviluppo del socialismo e delle organizzazioni operaie nel mondo non avrebbe richiesto necessariamente il rovesciamento violento del capitalismo nei paesi dove esso era dominante, vale a dire che l’azione parlamentare e di massa sarebbero state sufficienti per seppellire quel sistema politico ed economico.

Per giungere a questa conclusione esisteva già un antecedente teorico importante. Josip Stalin, nel suo testo “Sul materialismo dialettico e il materialismo storico”,i scritto nel 1938, sosteneva che le contraddizioni proprie del capitalismo lo avrebbero portato a un punto in cui i rapporti di produzione capitalistici (con la proprietà o no dei mezzi di produzione) avrebbero frenato lo sviluppo delle forze produttive (capacità di trasformazione della natura), per cui altri rapporti di produzione avrebbero dovuto aprirsi il passo, questo sì in modo violento, per liberare le forze produttive stagnanti. Vediamo in dettaglio:

(…) la storia dello sviluppo della società è, innanzi tutto, la storia dello sviluppo della produzione, la storia dei modi di produzione che si succedono gli uni agli altri nel corso dei secoli, la storia dello sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione fra gli uomini (Stalin, p. 17).”

L’esempio di questa contraddizione era rappre­sentato, secondo Stalin (p. 19), dalle crisi economiche del capitalismo: “(…) la proprietà privata capitalistica dei mezzi di produzione è in violento disaccordo con la natura sociale dei mezzi di produzione, con le caratteristiche delle forze produttive”. L’esempio di armonia ideale era rappresentato dall’URSS poiché la proprietà collettiva dei mezzi di produzione andava nella stessa direzione dello sviluppo delle forze produttive, per cui non c’erano crisi economiche e pertanto non “si producono casi di distruzione delle forze produttive”. Tale distruzione, secondo Stalin, era come togliere dalla circolazione, in vari modi, le merci in momenti di eccesso di offerta (p. 22).

Ma la contraddizione fra rapporti di produzione e forze produttive, che avrebbe fatto sì che una nuova classe sostituisse la vecchia, non sarebbe avvenuta in un momento qualsiasi:

Fino al raggiungimento di una certa fase, lo sviluppo delle forze produttive e i cambiamenti che avvengono nel campo dei rapporti di produzione si compiono in modo spontaneo, indipendentemente dalla volontà delle persone. Ma solo (…) fino al momento in cui le forze produttive che nascono e si sviluppano giungono a maturazione completa. Una volta che le nuove forze produttive sono giunte a maturazione, i rapporti di produzione esistenti e i loro rappresentanti, le classi dominanti, si trasformano in un ostacolo “insormontabile” che può essere rimosso solo per mezzo dell’azione cosciente delle nuove classi sociali, per mezzo dell’azione violenta di queste classi, attraverso la rivoluzione” (Stalin, p. 26).

Vale a dire: per compiere il salto rivoluzionario occorre attendere che le forze produttive maturino. Con questo presupposto teorico non fu difficile nel 1956 costruire la strategia della “transizione pacifica al socialismo”. A livello locale questo comportava il dover attendere che le condizioni oggettive (sfruttamento e oppressione) e soggettive (coscienza e organizzazione del popolo) fossero mature ed equilibrate per pensare a un progetto armato o insurrezionale: questo era il discorso della sinistra legale, parlamentare, i cui membri si spostavano verso destra senza neppure arrossire. Chi avesse pensato all’azione armata contro l’oligarchia sul suo terreno, cioè le città, veniva immediatamente bollato, spesso pubblicamente, come milita­rista, estremista di sinistra, avventuriero, romantico e irresponsabile.

Questo era il clima che si viveva nel momento in cui trionfò la rivoluzione cubana. Il rapporto di forze fece sì che un’avanguardia rivoluzionaria il primo gennaio del 1959 prendesse il potere e un paio di anni dopo dichiarasse il paese repubblica socialista.

Il Che Guevara impresse un nuovo volto alla gestione pubblica. Con i suoi apporti innovatori sulle tematiche dell’”uomo nuovo” e del ruolo della morale e dell’etica rivoluzionaria, e fondamentalmente col suo internazionalismo in Africa e soprattutto con il suo impegno con le rivoluzioni in America Latina, dimostrò, nei fatti e nella teoria, che il motore della storia è la lotta di classe (come affermato nel Manifesto Comunista) e non la contraddizione fra forze produttive e rapporti di produzione, che addirittura si sarebbe dovuto attendere, secondo Stalin, che giungessero a “maturazione”.

Ma l’impegno guevarista arrivava fino alle ultime conseguenze. Con la teoria del foco guerrigliero, che consisteva nell’idea che un gruppo di uomini, intraprendendo la lotta armata, poteva contribuire a che le condizioni soggettive (di coscienza e organizzazione) delle masse potessero maturare fino ad avere la forza per sconfiggere il capitalismo, Guevara ispirò dozzine di progetti guerriglieri nel mondo e particolarmente in America Latina, dove lo sfruttamento e la miseria del capitale avevano oppresso milioni di esseri umani (condizioni oggettive).

Il capitalismo aveva le idee chiare. La sua strategia è la riproduzione del capitale con i margini di guadagno più alti possibile, e per ottenerlo ha invaso e massacrato popoli (Nicaragua, Guatemala, Santo Domingo, Vietnam, Irak, Afganistan, etc.), ha appoggiato i più biechi tiranni (Anastasio Somoza, Duvalier, etc.), ha promosso frodi, ha posto fine alle conquiste del lavoro di secoli, ha privatizzato tutto e come premio è giunto per primo alla rivoluzione tecnologica (informatica, cibernetica e robotica), ovvero, ha compiuto un passo da gigante nello sviluppo delle forze produttive. Opprimere i popoli è stata la via per guadagnare molto denaro e sconfiggere il campo socialista. Il tipo di modello da seguire a livello individuale è quello di diventare ricchi, non importa come.

Guevara capì che il modo di riprodurre il socialismo, di mettere fine al capitalismo, era quello di promuovere rivoluzioni in tutto il mondo, di esercitare la solidarietà assumendo il costo e i rischi dei popoli oppressi in lotta contro il capitale, di tenere testa ai metodi violenti e terroristici delle oligarchie e dei loro Stati usando le armi, senza dimenticare le masse. Un altro enorme insegnamento del Che ha a che vedere con la soggettività del rivoluzionario nel considerare che la rivoluzione era innanzi tutto un atto d’amore per gli altri, di solidarietà e affetto concreto per il popolo e ancor più per i compagni in lotta. Il tipo di modello da seguire a livello individuale era quello del militante che faceva della rivoluzione il proprio progetto di vita e che era disposto a giungere alle conseguenze più estreme.

Questo modo di vedere la rivoluzione da parte del Che si scontrava con la visione sovietica e ovviamente con quella dei suoi fiancheggiatori in America Latina. In realtà i Partiti comunisti del mondo erano fedeli seguaci delle direttive di Mosca e questo ebbe effetti nefasti, nel breve termine in Bolivia (e per il progetto guevarista), e a lungo termine in Colombia, per ricordare due soli esempi.

In Bolivia il Partito Comunista Boliviano (PCB) ebbe responsabilità diretta nella scelta errata della zona dove il Che iniziò a costruire la guerriglia. All’inizio era stato scelto l’Alto Beni, regione ricca in agricoltura, altamente popolata, con un campesinato combattivo e una scarsa presenza statale, al punto che vi fu comprata una finca (fattoria), che poi si abbandonò per la sua vicinanza a una caserma, optando per comprarne una più all’interno. Mario Monje, massimo dirigente del PCB, informato della situazione, indicò una zona diametralmente opposta, inospitale, spopolata, ma con il “vantaggio” di essere “vicina” all’Argentina, il grande amore di Guevara … e si cambiò territorio: sappiamo con quale risultato. Il libro “La guerriglia del Che” scritto da una delle maggiori autorità al mondo sul tema, il francese Regis Debray, che era stato a fianco del Che e che per questo fu messo in prigione per tre anni, ci descrive in dettaglio ciò che abbiamo appena dettoii.

In Colombia il Partito Comunista Colombiano (PCC) fu sempre refrattario a sviluppare la lotta guerrigliera nelle città. Di fatto esso era nato nel 1930, dopo un aspro dibattito all’interno del Partito Socialista Rivoluzionario. Il disaccordo era con coloro che avevano tentato di scatenare una sollevazione insurrezionale a metà del 1929, dopo aver subito il Massacro nelle piantagioni di banana nel dicembre del 1928, durante uno sciopero che venne represso a fucilate e che lasciò più di mille morti, secondo il rapporto del consolato statunitense di Santa Martaiii. Raúl Eduardo Mahecha, Tomás Uribe Márquez e María Cano, veri dirigenti operai che avevano organizzato molti movimenti negli anni 1920, furono accusati di golpismo, avventurismo ed estremismo di sinistra, e di fatto vennero espulsiiv.

È vero che il PCC affiancò un lavoro con i campesinos in alcune zone del sud e del centro del paese fin dagli anni 1930 e anche in seguito, allorché, nel periodo della “violenza partitica” (1948-1954), appoggiò la costruzione di Autodifese campesine per neutralizzare il violento attacco statale e parastatale che eliminava fisicamente i contadini. Queste Autodifese divennero successivamente le FARC. Però è anche certo che vanificò in maniera decisa l’idea di sviluppare la guerra rivoluzionaria a livello urbano.

Questo fece sì che a metà degli anni 1960 vennero espulsi dal PCC i leader della Gioventù comunista (Pedro León Arboleda, Pedro Vásquez Rendón e altri), i quali sostenevano la lotta armata in tutte le situazioni. Questi giovani fondarono nel 1965 il Partito Comunista Marxista-Leninista e quasi nello stesso tempo, nel 1967, l’Esercito Popolare di Liberazione, organizzazione che in modo maggioritario e burocratico consegnò le armi all’inizio degli anni 1990, ma che conserva tuttora focolai di resistenza armata in alcune zone del paese.

Il fatto è che la Colombia si era urbanizzata e la lotta di classe veniva vissuta in maniera intensa e cruciale nelle città, per cui fu messa in atto una strategia statale e paramilitare che, senza alcun pudore, esercitò il Terrorismo di Stato e così sconfisse l’insurrezione, il popolo e le sue organizzazioni negli ultimi trent’anni. Il PCC non mutò posizione, sebbene si debba riconoscere “a suo favore” che, se anche vi furono epoche in cui il Partito visse in clandestinità, le sue cellule urbane non vennero colpite né i suoi dirigenti assassinati, per lo meno fino alla metà degli anni 1980. C’è chi sostiene che la scelta di mantenere la lotta armata fuori dalle città gli consentì di essere un “partito legale con un braccio armato”, nella misura in cui i dirigenti più impegnati e decisi venivano inviati nelle FARC, ma il partito non riconobbe mai le proprie relazioni con questo gruppo armato. Anche durante il genocidio dell’Unione Patriottica (1985-2005), periodo nel quale centinaia di quadri del partito furono assassinati, il PCC non mutò posizione, e a questo va forse ricondotta la creazione, alla fine degli anni 1990, del Partito Comunista di Colombia Clandestino (PCCC), questo sì in rapporto diretto con le FARC.

Oggi la Colombia vive un vero paradosso. Una parte immensa della popolazione, me compreso, aspira alla pace, vuole porre termine ad un ciclo di violenza che dura da più di 70 anni, ma sfortunatamente lo Stato non è capace di frenare l’ondata di uccisioni di leader popolari imprigionandone gli autori materiali e intellettuali (dal gennaio all’agosto del 2017 sono stati 101, secondo Indepaz). Per di più, lo scorso 5 di ottobre sono stati assassinati dagli 8 ai 15 contadini (ci sono diverse versioni) e ne sono stati feriti più di 50, per il fatto di aver formato una catena umana che cercava di impedire lo sradicamento di piante di coca in assenza di un piano sostitutivo alternativo, perché senza la foglia di coca questi lavoratori della terra restano condannati alla miseria; la comunità intera accusa la Polizia, ma questa sostiene che è stato un gruppo armato dissidente delle FARC. La Colombia non ci crede ed è indignata.

La coscienza dei familiari e amici di tutti questi leader sociali e campesinos assassinati probabilmente sarà terreno fertile perché il terzo “Considerato” della Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 (ricorso estremo alla ribellione)v e l’eredità del Che fioriscano al suo interno…

El Roto, Spagna

L’articolo originale è stato pubblicato il 09/10/2017 nel sito internet di Tlaxcala:

http://tlaxcalaint.org/article.asp?reference=2 1730

iStalin, Josif, Sobre el materialismo dialéctico y el materialismo histórico, ripubblicato dalla UJCE [Unión de Juventudes Comunistas de España] e preso dalla Edición de Lenguas Extranjeras de Pekín 1977. Visita del  07/10/2017.

iiDebray, Regis, La guerrilla del Che, México, Siglo XXI, 5ª edizione, 1983.

iiiVega, Renán, La dimensión internacional del conflicto social y armado en Colombia. Contribución al entendimiento del conflicto armado en Colombia, Bogotá, Desde abajo, 1ª ristampa, 2015, pp. 738.

ivMedina, Medófilo, Historia del Partido Comunista de Colombia, Bogotá, Centro de Investigaciones Sociales-CEIS-, Ed. Colombia Nueva, pp. 112-112. Si veda anche Uribe, María Tila, Los años escondidos- Sueños y rebeldías de la década del veinte, Bogotá, 4ª edizione, 2015, pp. 353-355.

vConsiderato che è indispensabile che i diritti dell’uomo siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione” (Preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo).