3 settembre 2019
Ci ha lasciati Immanuel Wallerstein, un grande maestro delle scienze sociali, uno statunitense universale, che seguì il pensiero di Karl Marx (tedesco), Ferdinand Braudel (francese) e la Teoria della dipendenza (latinoamericana). Storico interdisciplinare, sempre attento al presente partendo dal passato, ha scritto il suo ultimo articolo, il 500°, il 5 agosto di quest’anno: “Questa è la fine, questo è l’inizio” (Este es el fin, este es el comienzo, in La Jornada, 5/8/19). Fin dal 1974, con particolare riferimento alla macroeconomia, propose l’ipotesi di lavoro interpretativa di un impero mondo (ispanico, del XVI secolo), che poi si trasformò nel sistema mondiale specificamente capitalistico (World System, il “sistema mondo”, a partire dal XVII secolo, egemonizzato inizialmente dalle Province Unite olandesi attorno ad Amsterdam).
Nato a New York il 28 settembre 1930, Immanuel Wallerstein è morto il 31 agosto di quest’anno.
All’inizio specialista in problemi africani, verso il 1970 si concentrò sulla storia dell’economia nel mercato mondiale grazie alle interpretazioni di Braudel, e infine si stabilì all’Università di New York, nel campus Binghamton, dove con Giovanni Arrighi formò una scuola di pensiero, in dialogo fra gli altri con Samir Amin. Per molti anni invitò Aníbal Quijano, collega peruviano pure morto da poco, e fra i suoi discepoli si possono citare Ramón Grosfoguel (che ha inserito il tema della decolonizzazione epistemologica all’interno della tradizione di Wallerstein), come anche Agustín Lao Montes.
Mi sono incrociato molte volte in questi ultimi decenni con il collega Wallerstein negli Stati Uniti, in Lussemburgo e specialmente a Binghamton, dove ricordo il seminario tenuto in quell’università (al quale parteciparono anche Walter Mignolo e Bolívar Echeverría, sebbene quest’ultimo non partecipasse attivamente non essendo un tema della sua specializzazione) sulla relazione tra la Teoria della Dipendenza, il Colonialismo e l’origine della Modernità nel 1492, questione oggi dibattuta. Questo indusse Immanuel Wallerstein a scrivere un eccellente libro sull’Universalismo in Bartolomé de las Casas, che sfortunatamente è stato un po’ ignorato.
Allo stesso modo, l’inserimento della problematica cinese nella storia economica della Modernità, grazie al libro di André Gunder Frank Re-Orient, prese Wallerstein un po’ di sorpresa: nelle recensioni che lui, Arrighi e S. Amin scrissero per Review (pubblicazione dell’Università di Binghamton), si sosteneva che Gunder Frank aveva un po’ esagerato l’importanza della Cina. La scoperta della Cina (la sua scienza, tecnologia, economia, etc.), iniziata poco dopo, indurrà Wallerstein ad assumere in pieno la posizione del suo amico Gunder Frank.
Wallerstein divenne un riferimento obbligatorio per la storia del capitalismo, la modernità e il tema del mercato mondiale, sottolineando l’esistenza di un centro dominante, di una sub-periferia e di un mondo coloniale. Questo sviluppava aspetti che Marx avrebbe formulato esplicitamente, ma che non aveva potuto dimostrare compiutamente poiché l’argomento riguardava la fase del mercato capitalistico mondiale che rientrava nel suo programma di ricerca, ma che non arrivò ad esporre. Il trasferimento di plusvalore da un capitale globale coloniale sottosviluppato a un capitale globale con maggior composizione organica (ovvero con più tecnologia nel processo di produzione) e inserito nel contesto della concorrenza nel mercato mondiale (come per primo aveva enunciato Mauro Marini), fu descritto da Wallerstein, che ne tracciò la storia dal secolo XVI al XX in maniera paradigmatica (contrapponendosi alla posizione, fra gli altri, di Augustín Cueva che pensava che la Teoria della Dipendenza non avesse uno spazio teorico nell’opera di Marx).
Però Immanuel Wallerstein non solo storicizza la relazione di sfruttamento centro-periferia, ma offre anche supporti alla recente teoria della Globalizzazione (nel presente, e in una fase recessiva a causa del protezionismo nazionalista statunitense). Stabilisce inoltre da decenni un collegamento con la decadenza del sistema economico della sua stessa nazione, il che renderebbe ragione dell’emergere della Cina come potenza in ascesa.
Inoltre affronta anche l’analisi congiunturale sui movimenti sociali antisistemici insorgenti, e caldeggia i processi progressisti (per dare loro un nome) dallo zapatismo al processo della Quarta Trasformazione (quella che AMLO ha promesso al paese con la sua presidenza, ndt), esaminati sempre da un punto di vista geopolitico mondiale, che segna una riflessione altamente suggestiva che ci libera da un’analisi semplicistica e frettolosa. La visione storico-mondiale sulla linea di Ferdinand Braudel, con una forte influenza marxista, configura una prospettiva sempre nuova.
Abbiamo perduto uno dei grandi intellettuali del XXI secolo, che, come Noam Chomsky, travalica le frontiere che si impongono i pensatori anglosassoni statunitensi, ai quali risulta difficile, di fronte alla realtà, adottare un atteggiamento critico e creativo, generando in generale una scienza sociale conservatrice e provinciale (a partire dall’ipotesi che tutto ciò che è statunitense è universale, moderno, più evoluto).
Fonte: “Immanuel Wallerstein (1930-2019)”, in La Jornada, 03/09/2019.
Traduzione a cura di Camminardomandando
