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Commento al testo di Bollier: «I commons come un modello per la trasformazione»
In questo commento mi riferisco ad alcuni articoli e saggi di David Bollier, e in particolare a «The Commons as a Template for Transformation».[1] Sono convinto che David Bollier stia dando un grande contributo al movimento dei commons.[2] Questo saggio conferma il suo impegno appassionato nei confronti dei commons e la lucidità con cui analizza il movimento.
A mio parere, tuttavia, è necessario prendere seriamente in considerazione tre aspetti delle questioni relative ai commons. Si tratta di tre punti in cui David ed io seguiamo strade diverse… per il medesimo scopo.
- La diversità dei cosiddetti commons esige un radicale allontanamento da ogni presupposto di universalità del concetto.
- È necessario tracciare una chiara linea di demarcazione per distinguere i commons da altre realtà economiche.
- Non è necessario fare dei commons un paradigma.
Oggi il movimento dei commons procede a pieno ritmo. L’enorme potenziale dei commons è stato individuato: si trovano qui gli elementi adatti a pensare la nuova società. E ciò contribuisce anche a identificare le innovazioni sociologiche e politiche che dimostrano sia la fattibilità che l’attrattiva esercitata dai commons. In un recente libro che illustra chiaramente l’orientamento attuale («La ricchezza dei commons: un mondo al di là del Mercato e dello Stato»), David Bollier e Silke Helfrich scrivono:
“È diventato sempre più evidente che noi ci troviamo sospesi tra un vecchio mondo che non funziona più e un mondo nuovo che cerca faticosamente di nascere. Circondata da un ordine arcaico di gerarchie centralizzate da un lato e da mercati predatori dall’altro, presieduta da uno stato impegnato in una crescita economica che distrugge il pianeta, da tutte le parti del mondo la gente è in cerca di alternative”.[3]
È vero. Ci troviamo in questa transizione. Non si tratta soltanto di un’altra fase o di un’altra forma delle stesse cose, non si tratto di puro gattopardismo (cambiare tutto perché non cambi niente), ma della fine di un’epoca e dell’inizio di un’altra. Stiamo vivendo nel periodo di caos e di incertezza di una simile transizione. Per evitare che i nostri sforzi prolunghino l’agonia dell’era che sta morendo e quindi diventino controproducenti, dobbiamo evitare di servirci dei suoi concetti e delle sue logiche.
- Diversità
David è pienamente consapevole della diversità dei commons. I commons, afferma all’inizio del suo saggio, «consistono in un’ampia varietà…».
Abbiamo bisogno di aprire un dibattito sulla parola stessa e sul suo significato. Dobbiamo continuare ad usare la parola commons, che ad esempio non ha un equivalente in spagnolo e in altre lingue? È oggi evidente che il termine ci invita a intraprendere una complessa esplorazione storica per studiare e mettere a confronto le forme comunitarie presenti in luoghi e periodi diversi.
Commons è un termine generico per una varietà di forme sociali che esistevano in Europa, e specialmente in Inghilterra, prima che l’industrializzazione capitalista o socialista le trasformasse in risorse. In modo analogo, comunità è un termine generico riferito ad organizzazioni sociali molto diverse. Ad esempio: l’ejido spagnolo[4] è simile ma non identico ai commons inglesi, ai regimi indigeni molto diversi che gli spagnoli chiamarono ejidos o agli ejidos messicani moderni, ideati nella Costituzione del 1917, dopo la rivoluzione messicana, realizzati negli anni ’30 e riformulati o distrutti con il NAFTA dopo il 1992.
Non possiamo inserire nella nozione convenzionale di commons o di comunità alcune novità contemporanee che vengono abitualmente chiamate new commons. È necessario mettere in luce le somiglianze e le differenze di un migliaio di forme diverse di esistenza sociale che si collocano al di là della soglia privata ma non sono spazi pubblici, e nelle quali il libero incontro di varie forme di fare le cose, di parlarne e di viverle (arte, technê) esprime una cultura e l’opportunità di una creazione culturale.
Questa esplorazione dovrebbe prendere specialmente in considerazione almeno tre ipotesi:
- che il genere ha definito la configurazione di queste forme in passato, e che ciò è probabilmente infranto ma non scomparso in molti dei suoi eredi contemporanei (cfr. Illich, 1982);
- che l’individuo è stato creato sul modello del testo nel XII secolo (cfr. Illich, 1993);[5]
- e che l’amicizia è la materia prima che costituisce molti dei commons urbani contemporanei.
Bisogna anche esplorare i limiti e i contorni di tutte le forme sociali che chiamiamo commons, e anche le loro concatenazioni, le loro oppressioni, le loro camicie di forza. Una simile esplorazione storica e antropologica può arricchire la nostra percezione del presente, rivelando ciò che è stato nascosto dalla modernità e scoprendo le opzioni che si sono aperte, come sfide urgenti, nel tempo della morte dello sviluppo.
Dobbiamo esplorare tutto questo se riteniamo seriamente che i commons, o almeno certi tipi di commons, sono già il germe della nuova società. Di solito, la nuova società emerge nel grembo della vecchia ed è spesso nascosta e distorta dalla mentalità precedente. Una delle sfide più importanti e urgenti che oggi dobbiamo affrontare consiste nel ripulire i nostri occhi per essere in grado di identificare chiaramente la novità di questa creazione sociologica della gente comune, che in tutte le parti del mondo sta creando la nuova società attraverso un nuovo tipo di rivoluzione, una rivoluzione silenziosa e quasi invisibile.
Non credo che David sia fondamentalmente in disaccordo su questo. Ma tende ad usare la parola commons come un nuovo tipo di ‘universale’, che può essere trovato e sviluppato in qualsiasi luogo. Io credo che dobbiamo evitare questa tentazione, che può essere inquadrata nel contesto dell’idea di “un solo mondo”, un vecchio sogno occidentale le cui origini si possono far risalire fino alla parabola del “buon samaritano” e all’apostolo Paolo.
“Sin da quando l’apostolo Paolo aveva fatto a pezzi la validità delle distinzioni mondane di fronte al dono della salvezza divina, era stato possibile pensare a tutti gli esseri umani come se fossero posti tutti sullo stesso piano. L’illuminismo ha secolarizzato quest’eredità e l’ha trasformata in un credo umanistico. Né la classe o il sesso, né la religione o la razza avevano importanza di fronte alla natura umana, come non contavano nulla di fronte a Dio. L’universalità del Figlio di Dio è stata riscritta nei termini dell’universalità della dignità umana. Da allora in poi, l’umanità è diventata il denominatore comune che unisce tutti i popoli e il motivo del declino delle differenze nel colore della pelle, nel credo e nelle consuetudini sociali” (Sachs, 1992, trad. it. p. 426).
Accettando l’idea che c’è una fondamentale somiglianza fra tutti gli esseri umani, la costruzione di un solo mondo è stata assunta in Occidente come un dovere morale. È diventata un’avventura distruttiva e colonizzatrice, che cerca di assorbire e dissolvere, nello stesso movimento, tutte le diverse tradizioni e forme di vita sulla terra. Questo vecchio progetto, supportato da tutte le forme della croce e della spada, viene ora portato avanti sotto l’egemonia degli Stati Uniti. Alla fine della seconda guerra mondiale, questa egemonia ha usato l’emblema dello sviluppo (cfr. Esteva, 1992). Alla fine della guerra fredda, quando il mito dello sviluppo era ormai una bandiera logora, è stato introdotto un nuovo emblema. Sotto il mantello della globalizzazione viene attualmente promosso un culturicidio quasi universale, con più violenza che mai, e spesso con un carattere genocida.[6]
A mio avviso, dobbiamo impedire accuratamente che avvenga qualcosa di simile con i commons e con il movimento dei commons.
- Commonomia?
Il commoning (la ‘comunalità’), il movimento dei commons non è un’economia alternativa, ma un’alternativa alla società economica. Con il suo Home Economics (1987) Wendell Berry ha recuperato per noi il significato originale della parola economia: l’amministrazione della casa, e ha notato come ciò che avviene oggi nell’economia è ben lontano da ogni idea di casa. Sulla stessa linea, possiamo usare oggi la parola commonomia per parlare del modo in cui i commoners sono saggi amministratori dei commons, dopo aver constatato la tragedia del trattamento economico della natura. Il termine commonomia vuole alludere all’amministrazione dei commons.
Vent’anni or sono, Vandana Shiva ha chiarito che il termine risorsa è l’opposto di commons (cfr. Sachs, 1992). La trasformazione dei commons in risorse li ha dissolti. Trattare i commons come common-pool resources [risorse comuni], come fanno la Ostrom e molti altri, è una minaccia radicale alla vera sopravvivenza dei commons. Come spiega Peter Linnebaugh, «Parlare dei commons come se fossero una risorsa naturale è fuorviante nel migliore dei casi e pericoloso nel peggiore; i commons sono un’attività e, se esprimono qualcosa, esprimono relazioni sociali inseparabili da relazioni con la natura. Sarebbe meglio prendere la parola come un verbo piuttosto che come un sostantivo» (Linnebaugh, 2008, p. 279).
Il premio Nobel per l’economia a Elinor Ostrom è un riconoscimento ambiguo. Richiama un’adeguata attenzione sui commons, ma genera anche confusione. La Ostrom era ancora ferma all’efficienza economica e agli altri principi dell’economia per la gestione delle risorse, pur cercando di introdurre alcune migliorie nella teoria dell’azione collettiva (cfr. Ostrom, 1990, 2010). Era questo l’argomento centrale di un suo seminario, a cui ho partecipato su suo invito nel 2010. A quanto sembra, non riusciva a staccarsi dal grosso fraintendimento di Hardin a proposito della tragedia dei commons.
David pensa che i commons consistano in «pratiche sociali auto-organizzate che permettono alle comunità di gestire risorse per l’interesse collettivo secondo modalità sostenibili». Pone dunque l’accento sulla gestione e sulle risorse, come fa la Ostrom.
- Paradigma?
David afferma che i commons sono un paradigma, probabilmente il nuovo paradigma sociale.
Molto tempo fa, Kühn spiegava che un paradigma è ciò che condividono i membri di una comunità scientifica… e una comunità scientifica è costituita da uomini che condividono lo stesso paradigma. Ovviamente possiamo trovare definizioni di paradigma non circolari: uno schema, un esempio, un modello… Ma oggi è molto difficile dissociare l’idea di paradigma dalla scienza.
Tutti i tipi di think tanks[7] della maggior parte delle università e dei centri di ricerca oggi sono impegnati a ideare il nuovo paradigma sociale, dopo aver dolorosamente riconosciuto che quello vecchio non serve per capire quello che sta succedendo e meno ancora per trovare una via d’uscita dalla crisi e per costruire una nuova società. Oggi come oggi, noi crediamo che continueranno a fallire nell’impresa. Il loro sforzo assomiglia sempre più alla metafora usata per descrivere certi sforzi metafisici: la ricerca in una stanza buia di un gatto nero che non esiste. Se riconosciamo seriamente che il paradigma moderno è morto di morte naturale dopo il crollo di tutti i pilastri filosofici ed empirici che lo sostenevano, seguire la stessa vecchia strada, all’interno dello stesso vecchio schema e con gli stessi metodi, appare chiaramente sterile e destinato al fallimento. Per di più, sospettiamo fortemente che il nuovo sistema di riferimento esista già, ma non è emerso nei centri dell’élite, delle minoranze sociali, ma nella base, nel mondo delle maggioranze sociali, dove pratiche che sono in se stesse teoria hanno generato un’intera serie di parole, categorie e idee che anticipano una nuova era. Quello che oggi abbiamo è un sistema pluralistico di riferimento che sta emergendo, un nuovo orizzonte di intelligibilità, non un nuovo accordo fra scienziati, come Kühn definisce un paradigma.
* * *
Sembra che tutto quello che sto dicendo sia una questione di parole. Sì, è una questione di parole. Per avventurarsi in una nuova era, per avanzare verso il «nuovo mondo che cerca faticosamente di nascere», come dice David, abbiamo bisogno di parole nuove. Anche durante la transizione…
San Pablo Etla, febbraio 2014
Riferimenti bibliografici
Berry, Wendell (1987) Home Economics, NorthPoint Press, Berkeley, CA.
Bollier, David y Silke Helfrich (2012) The Wealth of the Commons: A World Beyond Market & State, The Commons Strategies Group, Levellers Press, Amherst, MA.
Cayley, David (1992), Ivan Illich in conversation, trad. it. Conversazioni con Ivan Illich, un archeologo della modernità, Elèuthera, Milano.
Esteva, Gustavo (1992) «Development», W. Sachs, The Development Dictionary: A Guide to Knowledge as Power, Zed Books, London, trad. it. «Sviluppo», in W. Sachs, Dizionario dello sviluppo, Ed. Gruppo Abele, Torino 1998.
Illich, Ivan (1982) Gender, Pantheon, New York, trad. it. Il genere e il sesso. Per una critica storica dell’uguaglianza, Mondadori, Milano 1984.
Illich, Ivan (1993) In the Vineyard of the Text, University of Chicago Press, Chicago, trad. it. Nella vigna del testo, Cortina, Milano 1994.
Linebaugh, Peter (2008) The Magna Carta Manifesto: The Struggle to Reclaim Liberties & Commons for All, University of California Press, Berkeley.
Ostrom, Elinor (1990) Governing the Commons: The Evolution of Institutions for Collective Action, Cambridge University Press, Cambridge, trad. it. Governare i beni collettivi, Marsilio, Venezia 2006.
Poteete, A.R., M.A. Janssen, E. Ostrom (2010) Working Together, Princeton University Press, Princeton.
Sachs, Wolfgang (Ed.) (1992) The Development Dictionary: A Guide to Knowledge as Power, Zed Books, London, Dizionario dello sviluppo, Ed. Gruppo Abele, Torino 1998.
[1] Pubblicato da Great Transition Initiative nell’aprile 2014.
[2] N.d.t. – Il concetto di commons è difficilmente traducibile in italiano. L’espressione corrente ‘beni comuni’ non ci sembra indicata, dal momento che i commons erano essenzialmente relazioni, condizioni, ambiti comunitari di un ‘fare comune’ in cui si giocavano anche i legami simbolici con la natura e la società. Per questo abbiamo scelto di mantenere il termine inglese.
[3] Bollier D. e Helfrich S., The Wealth of the Commons: A World Beyond Market & State, Levellers Press, Amherst 2012.
[4] Ejido viene dal latino exitus, uscita. Era la terra ai limiti dei villaggi, che singoli contadini utilizzavano in comune nella Spagna del XVI secolo.
[5] N.d.t. – Per quanto riguarda la nuova concezione dell’individuo che emerge nel XII secolo, si veda ad esempio Cayley, 1992, trad. it. pp. 176-178.
[6] Per una visione generale di questo sogno e progetto, si veda la voce «Un mondo» nel Dizionario dello sviluppo (Sachs, 1992).
[7] N.d.t. – Gruppi di esperti, letteralmente «serbatoi di pensiero».
