di Lisa Heldi
20 aprile 2021

Nella misura in cui aumentano le iniziative della cosiddetta “agricoltura climaticamente intelligente”, ci sono esperti che denunciano l'”agroecologia spazzatura”, cioè iniziative globali che sostengono di scegliere pratiche sostenibili, negando nello stesso tempo le imprescindibili realtà politiche.

L’agroecologia è a un bivio. Il sistema contadino, che è praticato principalmente nei paesi in via di sviluppo ma sta guadagnando una certa considerazione negli Stati Uniti, incorpora una serie di pratiche di coltivazione ecologica in una filosofia più ampia, radicata nel trasferimento del potere dalle grandi imprese agroindustriali ai contadini.
L’approccio agroecologico ha ricevuto una crescente attenzione globale negli ultimi anni da parte di varie organizzazioni internazionali, tra cui l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), che ha ripetutamente indicato l’agroecologia come una strategia efficace e trasversale per raggiungere i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS), tra cui l’azione per il clima, la fame zero e la riduzione delle disuguaglianze.
Ma con questa maggiore attenzione è arrivato anche ciò che alcuni attivisti descrivono come una mossa rivolta ad annacquare gli aspetti politici, sociali e di impegno civile del sistema.
Un esempio: questo settembre le Nazioni Unite ospiteranno il Summit sui Sistemi Alimentari (
UN Food System Summit) come parte della loro agenda per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile entro il 2030. Ma sebbene la FAO abbia precedentemente adottato l’agroecologia, la programmazione agricola che viene proposta si concentra su un approccio più ampio che viene chiamato “nature-positive production” (produzione positiva per la natura). E una “traccia d’azione” [action track] in vista del Summit elenca 10 elementi dei sistemi agricoli “positivi per la natura” identici ai 10 elementi dell’agroecologia sviluppati dalla FAO diversi anni fa, ma questo non viene menzionato.
Joao Campari, direttore dei programmi alimentari del World Wildlife Fund (WWF) International, che dirige questa traccia d’azione, ha spiegato che i 10 elementi “potrebbero essere applicati universalmente per aiutare a potenziare tutti i sistemi di produzione positiva per la natura”.
Ma vari attivisti guardano con preoccupazione a questo tipo di ampliamento. In effetti, lo vedono come l’ultimo esempio di come l’agroecologia sia sempre più cooptata da coloro che si trovano all’interno del sistema stesso che l’agroecologia si propone di cambiare. Proprio questa settimana, una coalizione di accademici membri del Collettivo di Ricerca-Azione in Agroecologia (
Agroecology Research-Action Collective) ha indetto un boicottaggio del Summit con una petizione che invita i loro colleghi di tutto il mondo a fare lo stesso. Dicono che organizzazioni non governative (ONG), governi di tutto il mondo e grandi imprese stanno scegliendo alcuni principi agroecologici per apportare piccoli cambiamenti a sistemi intrinsecamente distruttivi, perpetuando al contempo gli squilibri di potere che il paradigma agroecologico cerca di demolire.
Eric Holt-Giménez, agroecologo ed ex direttore di Food First, ha dichiarato: “Vogliono prendere il sistema industriale così com’è e valutare alcuni miglioramenti marginali considerandoli come vittorie senza dover effettivamente mettere in discussione la struttura del sistema stesso. Saranno più verdi. Faranno minor uso di una qualche [risorsa]. Ma (…) l’espansione e la sovrapproduzione sono ciò su cui tutto si basa, e l’agricoltura convenzionale è stata pesantemente sovvenzionata per 80 anni dallo Stato attraverso fondi pubblici”.
Holt-Giménez ha lavorato per anni nel campo dell’agricoltura in America Latina e in Sudafrica e ha scritto una tesi di dottorato su
Campesino a Campesino, un movimento che egli stesso ha contribuito ad avviare, prima di passare a dirigere l’organizzazione non profit Food First. “L’industria e molte istituzioni convenzionali stanno cercando di spogliare l’agroecologia della sua storia e della sua politica, perché spogliare l’agroecologia della sua politica significa non dover rendere conto della propria politica.”

L’ascesa dell’agroecologia spazzatura

Gli agronomi di diversi paesi all’inizio del XX secolo iniziarono a usare il termine agroecologia per descrivere un modo di coltivare in grado di conservare le risorse naturali e sostenere ecosistemi sani concentrandosi sulla riduzione di input come fertilizzanti e pesticidi, sulla costruzione della salute del suolo e sull’aumento della biodiversità agricola. Ma negli anni ’70 e ’80, un movimento in America Latina iniziò a trasformare l’approccio in un paradigma più ampio che potesse contrastare le politiche pilotate dall’alto della Rivoluzione Verde.
Gruppi come La Via Campesina credevano (e credono ancora) che le piccole aziende agricole sostenibili non sarebbero state in grado di avere successo all’interno di un sistema costruito per premiare le più grandi imprese agroalimentari, perché queste imprese scaricano molti dei loro costi sui contribuenti e ricevono un significativo sostegno governativo. Questi gruppi davano la priorità alle conoscenze degli agricoltori indigeni, alla sovranità alimentare locale e all’azione collettiva, e l’agroecologia si radicò in queste idee politiche. Oggi, oltre a La Via Campesina, il movimento comprende, tra gli altri, il Movimento brasiliano dei
Sem Terra e l’Alleanza per la Sovranità Alimentare in Africa.
Con l’intensificarsi della crisi climatica, le grandi imprese agroalimentari e le ONG globali che lavorano con loro hanno cercato dei modi per ridurre le loro impronte ambientali, in risposta alle pressioni del pubblico e dei governi e per evitare future perturbazioni e disastri. Persino l’American Farm Bureau Federation, che ha una storia di pressioni contro le politiche e i regolamenti ambientali, parla di “agricoltura intelligente dal punto di vista climatico” e promuove l’uso di pratiche sostenibili e rigenerative nelle grandi aziende agricole.
“Abbiamo cominciato a vedere che, mentre iniziava ad aprirsi questo spazio per l’agroecologia, esso stava anche iniziando ad essere sempre più contestato da vari attori che arrivavano con le proprie definizioni del termine. Ci sono grandi imprese e gruppi di imprese che si riuniscono (a volte anche lavorando con enti di beneficenza e governi) e cercano strategicamente di promuovere questa visione non trasformativa dell’agroecologia”, ha dichiarato Katie Sandwell,
senior project officer del Transnational Institute. “Volevamo rendere le persone consapevoli di ciò, e svelare alcune delle dinamiche alla base di quella tendenza”.
Sandwell e i suoi colleghi, insieme ai loro
partner di Friends of the Earth International e del Centro Internazionale Crocevia, hanno recentemente pubblicato un rapporto intitolato “Junk Agroecology” [Agroecologia spazzatura]. Il rapporto descrive in dettaglio tre iniziative internazionali per promuovere la sostenibilità in agricoltura: la piattaforma dell’Iniziativa per l’Agricoltura Sostenibile (SAI – Sustainable Agriculture Initiative), la Nuova Visione per l’Agricoltura (NVA – New Vision for Agriculture) e la Coalizione per l’Alimentazione e l’Uso del Suolo (FOLU – Food and Land Use Coalition). (Civil Eats ha contattato tutte e tre le organizzazioni per un commento; nessuna ha risposto prima che il rapporto andasse in stampa).
Tutti e tre i gruppi
creano partnership tra le più grandi imprese agricole, organizzazioni non profit e agenzie governative mondiali, e vi è una notevole coincidenza di membri. Cargill, Nestlé, Unilever e WWF International sono membri di tutti e tre. Il World Economic Forum, l’attore più influente nel campo dei partenariati pubblico-privato, è stato coinvolto nella creazione di due di essi.
Tutte le iniziative promuovono “un’intensificazione sostenibile dell’agricoltura con sfumature agroecologiche”, afferma il rapporto. Ad esempio, uno dei progetti della FOLU è il Sustainable Farming Program di PepsiCo, che coinvolge il gigante alimentare globale aiutando le aziende agricole all’interno della sua catena di approvvigionamento a mettere in atto pratiche che raggiungano obiettivi come “un uso efficiente dei fertilizzanti e dell’acqua”.
“L’obiettivo finale di queste riforme è garantire che le grandi imprese possano continuare a fare profitti, senza una fondamentale trasformazione né delle ingiuste relazioni socioeconomiche, politiche ed ecologiche su cui si basa il sistema agroalimentare, né dell’ideologia esclusivista e miope che lo legittima”, hanno scritto gli autori del rapporto. “Allo scopo di ‘cambiare tutto in modo che nulla cambi’, le aziende agroalimentari transnazionali trovano, nell’agroecologia, un menu di soluzioni estremamente utili che hanno deciso di integrare selettivamente nel loro modello agroindustriale”.
Ovviamente, molti sostenitori del cambiamento del sistema alimentare vedono anche piccoli cambiamenti all’interno dei sistemi attuali come sviluppi positivi e sostengono che piccoli cambiamenti su larga scala possono avere un impatto significativo sul processo. Jeff Moyer, amministratore delegato del Rodale Institute, ad esempio, ha spiegato la decisione dell’organizzazione dell’agricoltura biologica di lavorare con Cargill in questo modo, indicando come un’opzione vincente l’opportunità di spostare alla produzione biologica “grandi superfici in un’unica area”.
Ma Shiney Varghese, analista politica senior presso l’Institute for Agriculture & Trade Policy, un’organizzazione non profit che promuove politiche alimentari e agricole sostenibili, ha detto che è importante distinguere tra agricoltori che potrebbero coltivare in maniera convenzionale e sinceramente vogliono adottare una pratica agroecologica per rendere le loro operazioni più sostenibili, e imprese che utilizzano appositamente la messaggistica agroecologica – e l’uso crescente del termine “rigenerativo” negli Stati Uniti – per aumentare i loro profitti cambiando molto poco del loro modo di operare.
“Ridurre al minimo gli input è certamente un passo auspicabile per quegli agricoltori che cercano di ridurre i loro costi o la loro impronta ambientale, ma questi passi da soli non producono una transizione agroecologica”, ha detto Varghese. Quest’ultima, a suo avviso, consiste nella “trasformazione dell’ordine attuale per creare sistemi alimentari, agricoli e commerciali equi, sani e sostenibili, che aiutino a costruire comunità rurali rivitalizzate, e persone e pianeta in salute”.
Secondo Sandwell, esibire piccoli miglioramenti incentrati su singole pratiche può consentire alle imprese di far apparire i loro sistemi più sostenibili di quanto non siano realmente, consolidando ulteriormente il sistema attuale e distogliendo risorse da soluzioni più trasformative.
“Si stanno ancora spostando verso un sistema alimentare che concentra maggior potere e controllo nelle mani di un numero minore di attori”, ha detto. Quindi, mentre aggiungere rotazioni colturali o aumentare la biodiversità potrebbe essere una buona cosa, è un “cambiamento che potrebbe fornire un marginale miglioramento ambientale ma che continua a rafforzare tutte quelle altre dinamiche negative. I conti non tornano”.

Agroecologia e Comitato per la Sicurezza Alimentare Mondiale (CFS)

Un dibattito correlato è attualmente in corso in seno al Comitato per la Sicurezza Alimentare Mondiale (Committee on World Food Security – CFS) delle Nazioni Unite, che elabora raccomandazioni politiche per i governi mondiali relative alla sicurezza alimentare e alla nutrizione. Attualmente, il CFS è nelle fasi finali dello sviluppo di una serie di raccomandazioni politiche chiamate “Approcci agroecologici e altri approcci innovativi”.
Kirtana Chandrasekaran e Martín Drago di Friends of the Earth International sono coinvolti in questo processo come membri del Meccanismo della Società Civile e dei Popoli Indigeni (
Civil Society and Indigenous People’s Mechanism – CSM), un gruppo che rappresenta produttori alimentari su piccola scala e indigeni di tutte le parti del mondo. Inizialmente, Chandrasekaran e Drago erano incoraggiati dal fatto che le raccomandazioni politiche si stavano elaborando sulla scia dei progressi della FAO nello sviluppo dei 10 elementi dell’agroecologia e nel riconoscimento degli elementi politici del paradigma. E quando un gruppo consultivo del CFS ha fornito una relazione da utilizzare nel processo, ha chiaramente descritto l’agroecologia come dipendente dal cambiamento politico e dall’equità sociale.
Ma due bozze più tardi, sia Chandrasekaran che Drago usano la terminologia della guerra per descrivere il processo. “Una delle grandi battaglie è stata – ed è tuttora – la distinzione tra agroecologia e ‘tecniche di intensificazione sostenibile’, che è fondamentalmente ciò che si potrebbe chiamare dipingere di verde il modello industriale, comprese pratiche come l’applicazione efficiente di fertilizzanti e la tecnica della non aratura (
no-till) in coltivazioni di prodotti agricoli su larga scala”, ha detto Chandrasekaran. “L’agroecologia comprende non solo un’analisi di tutti i sistemi, ma anche dimensioni sociali ed economiche, che sono ugualmente importanti”.
Drago ha detto che, fin dall’inizio del processo, rappresentanti degli Stati Uniti, guidati da Paul Welcher, un addetto alle questioni agricole del Servizio Agricolo Estero del Dipartimento dell’Agricoltura, hanno rifiutato il linguaggio che riconosce le componenti politiche dell’agroecologia sottolineando gli “altri approcci innovativi”, che includono l’intensificazione sostenibile. I rappresentanti statunitensi hanno proposto modifiche alla seconda bozza che cambiano i riferimenti agli squilibri di potere all’interno dell’agricoltura, eliminano le frasi che presentano l’approccio dell’agroecologia incentrato sull’equità come preferibile ad altri sistemi e rimuovono le asserzioni che riguardano i diritti contadini e il sostegno alla conoscenza locale e indigena.
È un altro esempio di uno “sforzo complessivo per catturare non solo una narrazione, ma in realtà fondi pubblici, investimenti pubblici e politiche pubbliche per trasformare il sistema secondo le modalità di cui hanno bisogno per aumentare i profitti”, ha detto Drago. “Non accetteremo (…) una serie di pratiche che aprono le porte alla cattura dell’agroecologia da parte delle grandi imprese. I negoziati sulle raccomandazioni politiche del CFS proseguiranno a maggio e le raccomandazioni ufficiali saranno approvate in giugno. Il Servizio Agricolo Estero del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti non ha finora risposto a una richiesta di commento.
Con l’avvicinarsi del suddetto Summit delle Nazioni Unite sull’alimentazione, la questione si gioca anche su quel palcoscenico. Per guidare il Summit, il segretario generale delle Nazioni Unite ha scelto l’inviata speciale Agnes Kalibata, presidente dell’Alliance for a Green Revolution in Africa (AGRA), un’organizzazione che intende portare agli agricoltori africani modelli di agricoltura industriale occidentale che utilizzano fertilizzanti chimici e semi ad alta tecnologia, spesso geneticamente modificati.
A marzo, il Meccanismo della Società Civile e dei Popoli Indigeni (CSM) ha affermato che i suoi membri avrebbero boicottato il Summit a causa dell’influenza delle grandi imprese e dell’attenzione più focalizzata sui metodi dell’agricoltura industriale e meno sull’agroecologia. In seguito, tre relatori speciali delle Nazioni Unite sul diritto al cibo (uno attualmente in carica e due ex) hanno pubblicato un articolo in cui affermano che l’evento è stato organizzato con un apporto eccessivo da parte del settore privato.
“Inevitabilmente – hanno scritto – ciò ha significato una focalizzazione su (…) soluzioni accomodanti, favorevoli agli investimenti, in grado di cambiare il gioco”. “Di conseguenza, le idee che avrebbero dovuto essere il punto di partenza per un ‘Summit della gente’ sono state di fatto tagliate fuori. Da oltre un decennio, agricoltori, pescatori, pastori e operatori alimentari chiedono una trasformazione del sistema alimentare che sia radicata nella sovranità alimentare e nell’agroecologia. Questa visione si basa sulla riprogettazione, la ri-diversificazione e la ri-localizzazione dei sistemi agricoli. Richiede che i presupposti economici siano messi in discussione, che i diritti umani siano tutelati e che il potere sia riequilibrato”.
Kalibata ha risposto a queste critiche su
The Guardian, affermando che l’obiettivo del Summit è quello di considerare una serie diversificata di interessi. “Sebbene l’impegno del settore privato sia importante per creare uno slancio di cambiamento, nessuna grande impresa agroalimentare è a capo di qualcosa o è singolarmente responsabile della definizione dei risultati del Summit”, ha scritto. “L’intero scopo del Summit è quello di includere non solo gli interessi condivisi di tutte le parti interessate, ma anche, cosa importante, le aree di divergenza su come affrontare la dura realtà che l’umanità ha di fronte. Se vogliamo costruire sistemi alimentari più inclusivi, dobbiamo essere pronti ad effettuare un dibattito inclusivo. Ciascuno ha un posto al tavolo delle discussioni”.
Un portavoce del Summit ha anche affermato che “le organizzazioni degli agricoltori, i gruppi dei popoli indigeni e le organizzazioni della società civile rappresentano più di un terzo di coloro che sono coinvolti” nelle cinque piste d’azione del Summit. E Campari, che guida la traccia
d’azione sui sistemi agricoli positivi per la natura, che abbiamo menzionato più sopra, ha aggiunto che “l’adozione dell’agroecologia, l’agricoltura rigenerativa e le conoscenze tradizionali e indigene riguardanti la gestione della produzione di cibo sulla terra e nell’acqua, sono parti centrali di questa traccia. Così come lo sono l’agricoltura di precisione e l’applicazione di tecnologie avanzate, anche se queste non sono esplicitamente discusse e non hanno una posizione preferenziale nei materiali. Tutte le soluzioni positive per la natura che si basano su principi e pratiche che giovano nello stesso tempo alla gente e al pianeta sono le benvenute”.

Una serie di soluzioni?

Il dibattito sulla politica e sulle applicazioni dell’agroecologia è lungi dall’essere concluso, ma è difficile immaginare che le imprese e le organizzazioni agroindustriali sottoscrivano una ristrutturazione del potere, poiché al momento controllano la stragrande maggioranza del capitale politico. Eppure, Holt-Giménez ritiene che i sistemi agroecologici possano ancora essere sostenuti senza stravolgere completamente le strutture capitalistiche.
Negli Stati Uniti, egli afferma, politiche progressiste come la gestione dell’offerta per prevenire la sovrapproduzione, la parità dei prezzi, l’internalizzazione delle esternalità dell’agricoltura industriale e l’applicazione delle leggi antitrust farebbero un’enorme differenza. “Queste cose non sono affatto rivoluzionarie e potrebbero essere fatte”, ha detto. “E improvvisamente, gli agricoltori delle aziende a conduzione familiare avrebbero una vera possibilità di competere.”
Alla fine, tutte queste argomentazioni su come viene applicata e cooptata l’agroecologia arrivano qui: l’agroecologia non è la sola ad essere un paradigma politico. Secondo Holt-Giménez, tutta l’agricoltura è determinata dalla politica, e coloro che hanno potere politico ed economico hanno interesse a negarlo.
Mentre l’agricoltura industriale è spesso sovvenzionata da un sostegno governativo, ha aggiunto Varghese, gli agricoltori agroecologici pagano per intero i costi di produzione, il che significa che sono in svantaggio fin dall’inizio. “Con una crescente consapevolezza della crisi climatica, (…) aumenterà anche il sostegno pubblico a un’agricoltura resiliente rispetto ai cambiamenti climatici”, ha affermato.
Ad esempio, l’USDA (Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti) di Biden sta attualmente considerando di creare una banca del carbonio per pagare gli agricoltori per le pratiche di rispristino della salute del suolo e di espandere i finanziamenti disponibili mediante programmi di conservazione. “Il settore delle multinazionali è desideroso di mantenere il suo accesso alla parte del leone di questo sostegno. Ciò di cui abbiamo bisogno è una condizione di parità, in cui gli approcci agroecologici ricevano almeno lo stesso sostegno finanziario pubblico delle monocolture industriali”.

Fonte: “Is Agroecology Being Co-Opted by Big Ag?”, pubblicato da Civil Eats, (organizzazione non profit per la diffusione del pensiero critico sul sistema alimentare).
Traduzione a cura di Camminardomandando.

i Lisa Held è reporter politica senior di Civil Eats.