di Nora Merlin[1]
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Il discorso apolitico delle neuroscienze trasforma interessi economici e d’impresa in conoscenze neutre sancite come verità. Il dr Facundo Manes è uno dei rappresentanti di questa corrente che pone le neuroscienze come paradigma biopolitico funzionale al neoliberismo: un guru della comunicazione sostenuto dai mass media legati alle grandi imprese e dall’industria farmaceutica.
Il sistema capitalistico nella sua variante neoliberista opera imponendo idee attraverso i mezzi di comunicazione corporativi e il marketing, che si integrano, si richiamano a vicenda e finiscono per diventare di dominio comune. Si tratta di un progetto coloniale che ha bisogno di realizzare una produzione biopolitica di soggettività e, a questo fine, si appropria di contenuti e rappresentazioni della cultura.
La soggettività neoliberista prende forma secondo il modello d’impresa costituito da una serie standardizzata di elementi, nella quale l’essere umano si riduce alla sua espressione minima: tutto dev’essere calcolato, disciplinato e controllato. Le persone si sottomettono ai messaggi dei mezzi di comunicazione, che finiscono per funzionare inconsciamente come ordini. In questo modo, assimilano gli imperativi del momento e nutrono la convinzione di scegliere liberamente i messaggi, mentre in realtà questi sono imposti a forza di ripetizione e tecniche di vendita.
Il neoliberismo, come regime di colonizzazione della soggettività, ostruisce con oggetti tecnologici e farmaci il luogo della mancanza strutturale del soggetto e del sociale, respingendo ciò che pone un limite o agisce come impossibilità. Questa operazione porta inevitabilmente all’angoscia (il principale sentimento sviluppato nell’ambito del neoliberismo) che si manifesta a livello fisico con tachicardia, sudorazione, vertigini, crisi di panico, ecc. In altri casi, produce senso di colpa inconscio e bisogno di castigo, perché il soggetto, trasformato in consumatore, è sempre inadeguato, non si sente mai all’altezza delle richieste aziendali di successo e di merito. Si instaura una dialettica circolare e compulsiva tra sviluppo dell’ansia o del senso di colpa e consumo di psicofarmaci-tampone, i cui dosaggi risultano sempre insufficienti.
Fra le tattiche che mirano alla colonizzazione della soggettività, si collocano l’appello alla scienza e la trasformazione di interessi economici e politici in conoscenze neutre che si impongono come verità indiscutibili. Si tratta di una manipolazione mediatica, ripetitiva e apparentemente acritica, compiuta in nome del prestigio sociale della scienza e di una presunta oggettività apolitica. Si pretende di imporre saperi apparentemente neutrali, con un’insistenza che li rende acquisizioni consensuali e condivise da tutti. Chi si azzarda a contraddire “La scienza”? Chi mette in discussione ciò che afferma un esperto? La soggettività indifesa si inchina e si sottomette a un presunto sapere scientifico sempre vincente che si presenta come uno dei padroni della civiltà.
In questa prospettiva bisogna osservare che la ricerca sul cervello può funzionare come una nuova forma di offerta di specchietti colorati. Le neuroscienze sono un insieme di discipline che studiano la struttura, la funzione e le patologie del sistema nervoso, con la presunzione di definire le basi biologiche che spiegano il comportamento e i disturbi mentali.
Le neuroscienze, funzionali al neoliberismo, si propongono di realizzare la costruzione biopolitica di un soggetto adattato al circuito neuronale, portatore di amori calcolati e di angosce medicalizzate, in nome di una presunta salute mentale equilibrata che si ottiene con ricette e protocolli. Il dr. Facundo Manes, uno dei rappresentanti di questa corrente in Argentina, affermò ad esempio che “l’amore, più che un’emozione fondamentale, è un processo mentale sofisticato e complesso”. Manes definisce un amore fondato su un circuito neuronale, che si baserebbe sul funzionamento del cervello quando ci innamoriamo, sostenendo ad esempio che la dimensione della pupilla influisce sull’attrazione che possiamo provocare nell’altro.
È senza dubbio sorprendente che le neuroscienze vengano presentate come la cosa più moderna, mentre in realtà si tratta di un riduzionismo pre-freudiano, che omologava lo psichico al biologico e affermava che i processi mentali sono cerebrali. (“Un servidor de pasado en copa nueva”, come dice la canzone di Silvio Rodríguez). Ovvero, in italiano, “Vino vecchio in otri nuovi”.
Ridurre il soggetto, la relazione con il prossimo, la dimensione sociale all’attività spontanea della corteccia cerebrale o alla connettività neuronale è un anacronismo. La scoperta del neurone, realizzata da Santiago Ramón y Cajal alla fine del XIX secolo, diede un apporto fondamentale alla neurologia. Ma Sigmund Freud, che era un neurologo, già nel 1895 sostenne che questa disciplina era sterile nell’ambito della ricerca sulla psiche. Abbandonò questa via e si orientò verso quella che sarebbe stata la psicanalisi: scoprì l’importanza della parola e dell’ascolto nell’alterazione del corpo e nella produzione di sintomi, affermando che la guarigione avverrà tramite la parola e l’ascolto di ciascun soggetto. Nel 1900 scoprì l’inconscio e ideò la psicanalisi come pratica, costruendo una teoria che avrebbe portato molte novità, fra cui la nuova nozione di un corpo che non è solo organico e determinato da connettività neuronali, ma che è anche segnato, traumatizzato e colpito dalle parole dell’Altro. La psicanalisi propose una rottura epistemologica radicale. Venne a mettere in discussione l’universalità della norma, conferendo dignità alla differenza assoluta, come mai era avvenuto nella storia della cultura: ogni sofferenza è singolare, ogni caso è un’eccezione, ogni amore è unico, la sessualità non è biologica, standardizzata, non coincide con le genitalità, e il corpo parlato si costituisce come erogeno. In seguito, Jacques Lacan continuò a sviluppare la psicanalisi, articolandola con la linguistica, la logica, la topologia, ecc., e questo corpo teorico costituisce lo strumento fondamentale per trattare la sofferenza dell’essere parlante.
Le neuroscienze cercano di procedere verso la medicalizzazione a partire da situazioni comuni della vita, ad esempio un lutto, una rottura del rapporto di coppia, un conflitto, mirando a narcotizzare l’angoscia, il senso di colpa e tutto ciò che considerano anomalie sintomatiche. Un altro aspetto da prendere in considerazione è il fatto che prendono le mosse da un presupposto che in senso stretto costituisce un inganno, presentando l’adattamento o l‘omeostasi e l’armonia come orizzonti possibili dell’esistenza umana sessuata e mortale. Per rendere l’idea con un’immagine, sarebbe la metafora dell’amore come l’incontro con l’anima gemella, o l’adeguamento dei soggetti all’ordine costituito, generando l’illusione di una completezza priva di residui, differenze e perturbazioni.
Noi psicanalisti non vogliamo ritornare nella caverna paleontologica proposta dalle neuroscienze. Il nostro punto di vista è che la sofferenza soggettiva individuale non è causata dal neurone, che l’inconscio non è biologico e che i trattamenti proposti dalle neuroscienze non sono moderni né seri. La terapia che propongono agisce come un bavaglio per anestetizzare i soggetti e mettere a tacere la sofferenza, il che finisce per aggravarla, perché da un punto di vista psicanalitico si tratta di fare in modo che la persona si esprima e trovi un ascolto specializzato, quello dell’analista.
Il progetto delle neuroscienze non è innocente: mira alla medicalizzazione della società, aspirando a gonfiare il mercato del consumo di farmaci in conformità con gli interessi delle imprese e dei laboratori, così come a disciplinare i soggetti e ad adattarli alla morale e alla norma del dispositivo capitalistico.
Oggi la parola neuroscienza è di moda, in sintonia con lo sviluppo neoliberista; attualmente nel nostro paese ha fra i suoi rappresentanti un guru della comunicazione sostenuto dai mass media legati alle grandi imprese, il dr. Facundo Manes. Questo neurologo non è un attore sociale neutrale, ma una figura legata al governo, probabile candidato di Cambiemos[2] alle prossime elezioni.[3] Si vuole inoltre creare un polo di “neuroscienze applicate” a beneficio di imprese private, affari immobiliari e laboratori. Questo centro verrebbe costituito attraverso la riconversione e la trasformazione funzionale degli ospedali neuropsichiatrici José T. Borda e Braulio Moyano, che a loro volta diventeranno “centri di attenzione, sperimentazione e ricerca legati alle neuroscienze applicate”. Una decisione così fondamentale di politica sanitaria non si può prendere in maniera unilaterale, ma deve essere il risultato di un dibattito che coinvolga tutti coloro che si occupano di salute mentale.
Le neuroscienze implicano il trionfo della medicalizzazione, del paradigma positivista e della ricerca tecnica slegata dagli effetti politici e soggettivi del vivere con altri e altre. Presuppone il business dei laboratori e il trionfo della colonizzazione neoliberista che produce una psicologia di massa in cui il soggetto si riduce ad essere un oggetto di sperimentazione manipolato, quantificato e disciplinato.
Il soggetto non può essere calcolato da esperti né emerge attraverso un protocollo di ‘normalizzazione civilizzata’, non cediamo la cultura.
Buenos Aires, 15 marzo 2017
traduzione a cura di camminardomandando
[1] Psicanalista, docente e ricercatrice. Autrice di Populismo y psicoanálisis.
[2] N.d.t. – Una coalizione politica fra forze di destra che nel 2015 portò alla presidenza in Argentina di Maurizio Macrì.
[3] N.d.t. – Questo articolo risale al marzo 2017.
Fonte: La Tecl@ Eñe
