di Silvia Ribeiro
19 maggio 2021

Quasi ovunque nel mondo, i dispositivi e i connettori digitali (dovremmo chiamarli disconnettori) hanno invaso la nostra quotidianità sociale e individuale: dal lavoro alla casa, dalla salute all’istruzione, dallo shopping al tempo libero, dalla politica alla simulazione democratica o alla presunta socialità: tutto è – o potrebbe essere – mediato da una qualche forma di digitalizzazione. C’è ancora una significativa disparità globale nell’accesso alla connettività elettronica, ma l’obiettivo delle imprese è quello di connettere digitalmente ogni angolo del globo, facendo in modo che quell’infrastruttura sia pagata con denaro pubblico e che i profitti rimangano privati.
Questa nuova forma del capitalismo, che tocca tutte le aree industriali e dei servizi, è entrata nelle nostre vite in modo furtivo, come se si trattasse di benefici in termini di una maggiore comunicazione, di risparmio di tempo e risorse, ecc., argomenti che non reggono a un’analisi critica. Nello stesso tempo, le imprese hanno evitato e lavorato contro ogni forma di regolamentazione delle loro attività. A causa della natura internazionale delle reti e delle piattaforme digitali, le grandi multinazionali tecnologiche sono anche tra i maggiori evasori fiscali.
Come ha detto l’economista Andrés Barreda nel seminario
Navegar la Tormenta Digital,i il loro obiettivo principale non è mai stato quello di far comunicare le persone, ma le cose, trasformando anche noi stessi, i nostri dati e i nostri comportamenti, in una merce come le altre nell’Internet delle Cose. Man mano che procedevano, hanno istituito nuovi sistemi di sorveglianza e controllo a largo raggio, al servizio sia delle imprese che dei governi.
Il contesto delle grandi imprese che supportano questa era digitale è costituito da potenti oligopoli, che progrediscono nel controllo di mercati e governi, sia per volume e influenza che gestendo i dati, che sono le chiavi dell’interconnessione e del funzionamento di altre imprese e dei governi stessi.
Dal primo trimestre del 2021, le più grandi società globali per capitalizzazione di mercato (valore delle azioni) sono state in ordine di volume Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet (proprietaria di Google), Facebook, Tencent, Tesla, Alibaba. Sono tutte società basate sulla tecnologia. Le prime cinque hanno sede negli Stati Uniti e sono spesso indicate nel loro insieme con l’acronimo GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft). Tencent e Alibaba sono cinesi. Tesla è l’impresa creata da Elon Musk, attualmente l’individuo più ricco del mondo.
Tutti i fondatori di queste società, che sono anche azionisti, sono tra i 10 individui più ricchi del pianeta, che insieme hanno più ricchezza dell’intera popolazione della metà più povera del mondo. Si tratta di Elon Musk (Tesla), Jeff Bezos (Amazon), Bill Gates (Microsoft),ii
Mark Zuckerberg (Facebook), Larry Page e Sergey Brin (Google), Larry Ellison (Oracle, un’altra società tecnologica).

Secondo il rapporto sull’economia digitale della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), le GAFAM, insieme ad Alibaba e Tencent, nel 2019 hanno controllato due terzi delle piattaforme digitali a livello globale. Hanno controllato inoltre una percentuale ancora più elevata di servizi di cloud computingiii offerti al pubblico (a governi, aziende, privati), con in testa Amazon AWS, Google Cloud e Microsoft Azure.
Con la pandemia e le restrizioni che ha imposto, la digitalizzazione è progredita in modo esponenziale, sfruttando, fondamentalmente senza condizioni, la raccolta di dati di intere comunità e popolazioni, anche suddivisi per età, grado di istruzione e condizioni di salute, che le venivano forniti dagli Stati. Si tratta di un’enorme fonte di profitto per le imprese transnazionali che dominano la digitalizzazione e il mondo delle piattaforme, le cui percentuali di mercato sono ulteriormente aumentate.
In tale contesto, l’obbligo (stabilito in Messico nell’aprile 2021) di fornire i dati biometrici di tutti gli utenti di telefonia mobile alle compagnie telefoniche allo scopo di comporre un registro nazionale, è una grave assurdità che favorisce gli interessi di quei monopoli.
Gli argomenti a favore della registrazione dei dati biometrici per tutte le linee di telefonia mobile, sostenuti dal governo e dalla maggioranza al potere nel Congresso, ruotano attorno al fatto che ciò potrebbe limitare l’uso dei telefoni da parte della criminalità organizzata. Questo è soltanto un pio desiderio, perché i boss della criminalità organizzata ovviamente non registreranno linee telefoniche a proprio nome e con i propri dati. Le argomentazioni di varie istituzioni contro questo nuovo registro si basano principalmente su questioni di privacy individuale e di violazione dei diritti umani.
In entrambi i casi, il punto di partenza è una nozione di individui separati, contrapposti allo Stato e al mercato, o con riferimento ai diritti dei singoli. Ma l’uso e l’installazione massiccia di dispositivi digitali, i registri nazionali e l’obbligo di fornire i nostri dati biometrici ci riguardano a livello collettivo e molto più di quanto non riguardino ciascuno separatamente.
Già i produttori di telefoni cellulari in molti casi ci “offrono” come se fosse un vantaggio l’uso dei nostri dati biometrici per attivare alcune funzioni, il che dimostra che hanno interesse a raccoglierli. Questo perché i dati biometrici permettono di interpretare le nostre emozioni e facilitano una sorveglianza molto maggiore, ad esempio tra la folla. Come spiego in un altro
articolo, si tratta di elementi chiave per l’industria della “persuasione”, spesso subliminale, il che espande non solo la vendita da parte delle imprese dei nostri dati per fascia di interesse economico o sociale, ma anche la vendita di previsioni e della prospettiva di una modifica dei nostri comportamenti.
Per i governi, questo tipo di registrazione è utile anche per criminalizzare le proteste, come quelle che hanno avuto luogo in Cile e in Colombia, perché consente di identificare i partecipanti attraverso i loro dispositivi e incrociare tali informazioni con quelle di telecamere urbane, droni, ecc.
Queste sono alcune delle questioni sollevate dall’era digitale, sulla quale abbiamo bisogno di molta più conoscenza, riflessione e azione collettiva. In questo senso,
condivido qui alcuni dei contributi elaborati dalla Rete di Valutazione Sociale delle Tecnologie in America Latina (Red TECLA).
La scorsa settimana si sono concluse le Giornate “Utopie o Distopie: I popoli dell’America Latina e dei Caraibi di fronte all’era digitale”, promosse da Internet Ciudadana
iv in collaborazione con varie organizzazioni latinoamericane, come l’agenzia di informazione ALAI, l’associazione di radio comunitarie ALER, CLOC-Via Campesina, e altre che si sono unite, attive sia nel campo dell’attivismo digitale che in vari settori (sindacale, contadino, accademico, ambientalista, educativo e della comunicazione popolare).
La proposta iniziale di un anno fa era di effettuare una diagnosi collettiva per comprendere le caratteristiche e l’orientamento attuale del sistema tecno-digitale, individuare le strategie di lotta necessarie e scoprire come collegarle a livello trasversale, settoriale e territoriale, per “impedire l’avanzata delle transnazionali della tecnologia digitale sulla nostra autodeterminazione”. Si è lavorato per gruppi analizzando gli impatti della digitalizzazione sul lavoro e sull’occupazione, sulla comunicazione, sull’istruzione, sull’agricoltura e il mondo contadino e sui diritti digitali collettivi. Diverse relazioni presentate in questi gruppi sono state pubblicate dalla rivista
América Latina en Movimiento in un numero intitolato Quién decide nuestro futuro digital?” (Chi decide il nostro futuro digitale?).
I partecipanti a queste giornate erano diversi sotto molti aspetti, sia nelle prospettive di analisi che nella radice della loro critica tecnologica e nelle loro proposte, ma è stato un esercizio interessante e necessario, proprio perché ci ha permesso di conoscere reciprocamente le posizioni di varie organizzazioni e movimenti e di proporre alcune azioni comuni. Una chiara piattaforma comune è la contestazione dei monopoli transnazionali e l’urgente necessità di cambiare e fermare l’estrazione impunita, l’uso e l’abuso dei nostri dati come individui e come comunità. E di promuovere i nostri diritti collettivi e la nostra autonomia attraverso opzioni di comunicazione e connessione al di fuori del controllo transnazionale, che esistono, ma che per prosperare hanno bisogno della nostra decisione e del nostro lavoro.

Fonte: “Enfrentar el capitalismo digital”, in desInformémonos, 19/05/2021.
Traduzione a cura di Camminardomandando.

i Ndt – Il seminario ha avuto luogo a Città del Messico il 18-19 novembre 2019.

ii Ndt – nel marzo 2020, Bill Gates ha lasciato il consiglio di amministrazione della Microsoft, col pretesto ufficiale di volersi dedicare totalmente alle sue opere filantropiche (o meglio, filantropocapitalistiche…)

iii Ndt – Risorse informatiche accessibili via internet (archiviazione, gestione dati, rete, software, ecc.).

iv Ndt – “Internet Ciudadana è un’iniziativa in costruzione che intende creare uno spazio latinoamericano e caraibico in cui coloro che lavorano per la giustizia sociale, la democrazia, la democratizzazione della comunicazione, il software libero e aperto, la neutralità della rete o l’ampia gamma dei diritti umani, così come per il coinvolgimento della società civile, possano confluire per costruire agende comuni verso l’Internet della gente” (dal sito di Internet Ciudadana).