
Silvia Ribeiro – 20 luglio 2019
L’Antartide, la calotta polare di ghiaccio dell’emisfero sud, si sta sciogliendo. Sempre più in fretta, a causa del caos climatico causato dal capitalismo industriale. Questo porta ad un innalzamento globale del livello del mare, che nel corso di un secolo potrebbe raggiungere i tre metri, ricoprendo le nazioni insulari e inondando le città costiere. Questa e le altre catastrofi in corso dovrebbero indurre i governi, soprattutto quelli del Nord del mondo che sono i principali responsabili, a intraprendere azioni chiare e incisive per fermare le cause del cambiamento climatico. Invece, le proposte di geoingegneria più folli continuano ad emergere come se fossero progetti scientifici seri: manipolare i sistemi terrestri su larga scala soltanto per alleviare i sintomi del cambiamento climatico.
Per salvare città come New York, Shanghai, Tokyo o Calcutta, un team di scienziati del Postdam Institute for Climate Impact Research, finanziato dal governo tedesco, il 18 luglio di quest’anno ha proposto un nuovo mega-progetto di geoingegneria. Migliaia di cannoni farebbero cadere 74 miliardi di tonnellate di neve artificiale dal mare sui ghiacciai dell’Isola dei Pini e di Thwaites, nell’Antartide occidentale, per rallentarne lo scioglimento. Si tratta di un territorio non rivendicato da nessun paese, secondo il trattato antartico, confinante con l’Antartico cileno e argentino.
Questi ghiacciai si trovano nella zona critica di scioglimento dei ghiacci, che in Antartide è dovuta principalmente al riscaldamento del mare, che sta sciogliendo la sua base sottomarina. Non si tratta di un processo lineare, ma a un certo punto la fusione innesca una maggiore vulnerabilità e accelera, cosa che viene già osservata. Per cercare di fermare questo processo, la proposta di questo gruppo di scienziati è di creare neve artificiale per decine di miliardi di tonnellate, lanciarla con cannoni che raggiungono i 640 metri per superare l’altezza dei ghiacciai e depositarla al ritmo di 10 metri di neve all’anno, per almeno 10 anni, su una superficie di 52 mila chilometri quadrati (pari all’intera superficie del Costa Rica o più del doppio della superficie di El Salvador). O anche più a lungo, se il cambiamento climatico continua.
La neve artificiale verrebbe creata con l’acqua pompata dall’oceano, che dovrebbe prima essere desalinizzata e mantenuta come neve o ghiaccio fino alla sua integrazione nei ghiacciai. L’intero processo richiederebbe enormi quantità di energia, parte della quale si propone venga fornita da 12.000 generatori eolici in mare, ma si riconosce che questo sarebbe solo per produrre la neve artificiale e lanciarla. Non comprende la costruzione degli impianti o la domanda di energia per la desalinizzazione (che è essenziale, poiché l’impiego di acqua salata avrebbe gravi effetti negativi sui flussi dinamici della calotta di ghiaccio) o per le altre fasi legate al processo, il tutto in condizioni estremamente difficili.
L’installazione delle infrastrutture energetiche e dei cannoni avrebbe effetti devastanti sulla fauna selvatica. Gli scienziati che hanno presentato la proposta ammettono che avrebbe un enorme impatto negativo sull’ecosistema e sulle specie marine. Di fatto, si riferiscono ad essa come al sacrificio dell’Antartide per salvare le grandi città. Riconoscono anche grandi incertezze su altri possibili effetti; ad esempio, non tengono conto, nei loro calcoli, del riscaldamento ulteriore dell’atmosfera se la temperatura continua ad aumentare, né che la rimozione di enormi quantità di acqua oceanica potrebbe alterare la circolazione marina e rendere più facile per l’acqua calda entrare alla base della calotta polare, accelerandone lo scioglimento.
Come per le altre proposte di geoingegneria, la soluzione potrebbe finire per essere peggiore del problema iniziale. È molto preoccupante che un’istituzione riconosciuta, come il Postdam Institute, si unisca al coro dei sostenitori della geoingegneria – che è in moratoria presso la Convenzione sulla diversità biologica – pur ammettendo che si tratterebbe di sacrificare interi ecosistemi e che i rischi di fallimento e di impatti collaterali sarebbero molto gravi.
Secondo l’istituto, lo stanno facendo perché, se anche gli obiettivi dell’accordo di Parigi di mantenere l’aumento della temperatura media a meno 2 gradi fossero rispettati, l’Antartide continuerà a sciogliersi e tra 200 anni New York, Tokyo e altre megalopoli scompariranno. Sostengono dunque che i governi dovranno pensare a cosa sacrificare. Ma la questione cruciale è perché, di fronte a tale gravità, non avanzano proposte altrettanto drastiche per porre fine alle cause e fermare il cambiamento climatico. Ad esempio, se il 10 per cento più ricco del pianeta avesse un tenore di vita da cittadino medio europeo (molto più alto della media latinoamericana), le emissioni globali di gas serra scenderebbero del 30 per cento! (Kevin Anderson, Tyndall Centre). Il principale motore del cambiamento climatico è il capitalismo industriale basato sui combustibili fossili (petrolio, gas, carbone) e gli unici che ne beneficiano sono un’assurda minoranza di paesi, aziende e individui ricchi. Le proposte di geoingegneria non hanno lo scopo di salvare le città, ma di salvare questi interessi. Questo è ciò che deve essere cambiato, non sacrificare l’Antartide o a qualsiasi altra regione.
Traduzione a cura di Camminar domandando
Fonte: “Sacrificar la Antartida para salvar el capitalismo”, in La Jornada, 20 luglio 2019.