Silvia Ribeiro
Ricercatrice del Gruppo Etc

18 dicembre 2021

Nelle ultime settimane, nello Stato di Oaxaca si sono succedute una serie di importanti assemblee e forum, convocate da comunità e organizzazioni indigene e contadine. Il 20 novembre, riunite nell’Assemblea di Oaxaca per la Difesa della Terra e del Territorio, hanno deciso di intensificare le lotte che le comunità portano avanti da anni e persino decenni, organizzandosi per condurre la campagna “Non è sviluppo, è espropriazione!”
La loro dichiarazione ci ricorda: “Noi, i popoli afro-messicani, amuzgo, binizaa, chatino, chinanteco, chocholteco, chontal, cuicateco, ikoots, ixcateco, mazateco, mixe, mixteco, náhuatl, tacuate, triqui, zapoteco e zoque e tutti gli uomini, le donne e i diversamente orientati che abbiamo il loro sangue nelle nostre vene e la loro cultura nella nostra vita quotidiana, siamo ancora qui. Abitiamo e lavoriamo i nostri territori ancestrali, sviluppando le nostre conoscenze e allo stesso tempo arricchendo il mondo con esse, in modo reciproco e rispettoso. Grazie a questo legame con il territorio, Oaxaca e tutto il Messico hanno la grande diversità e ricchezza culturale ed ecologica di cui si vantano tanto coloro che più ci arrecano danno.” (“Pronunciamiento 20 de noviembre 2021: Comienza la campaña ‘¡No es desarrollo – es despojo!”.
Gli estensori del documento elencano oltraggi e affronti contro i loro popoli a colpi di progetti minerari, dighe idroelettriche, agricoltura industriale, raffinerie, gasdotti, fracking, interventi sulle foreste, privatizzazione dell’acqua e una serie di megaprogetti e politiche statali che minacciano l’autodeterminazione e i territori indigeni. I progetti già in funzione hanno lasciato devastazione ambientale, divisione e morte nelle comunità. Gli oppositori vengono criminalizzati e perseguitati, e persino fatti sparire e uccisi da sicari o dalla polizia e dai militari, a ciascuno dei tre livelli di governo. In questo contesto – e anche a causa di esso – denunciano l’imposizione del megaprogetto ora chiamato Corridoio Interoceanico dell’Istmo di Tehuantepec, che prevede l’installazione di 10 parchi industriali di 500 ettari ciascuno, situati nell’area di 90 municipi che si estendono a cavallo degli Stati di Oaxaca, Veracruz, Chiapas e Tabasco, dove vivono 18 popoli indigeni, che non sono stati realmente informati sulle conseguenze del megaprogetto; violando i loro diritti indigeni, sono state fatte soltanto consultazioni-farsa che sono servite a seminare divisione nelle comunità e sono state usate come presunto avallo di questo megaprogetto che le comunità dell’istmo rifiutano da decenni.
Si chiedono: “Come è possibile che ci opponiamo ai megaprogetti di un governo ‘progressista’ che vuole tirarci fuori dalla ‘povertà’ e portarci lo sviluppo? Ci opponiamo perché sono gli stessi progetti dei governi precedenti, legati a interessi economici, e perché abbiamo una lunga e dolorosa esperienza che ci dà chiarezza politica: i conquistadores hanno cercato di espropriarci in nome di ‘Dio’, i colonizzatori e gli invasori in nome della ‘civiltà’, le classi ricche del Messico in nome della ‘modernità’, e ora i capitalisti e i governi neoliberisti stanno cercando di espropriarci in nome dello ‘sviluppo’”.
Il 27 novembre si è riunita a Santa María Atzompa, nello Stato di Oaxaca, l’Assemblea di Mujeres Tejiendo Comunidad y Lucha Antipatriarcal [Donne Tessitrici di Comunità e Lotta Anti-Patriarcale], con la partecipazione di un centinaio di donne di Oaxaca appartenenti a varie realtà organizzate. Le donne hanno un ruolo fondamentale in tutte le resistenze e sperimentano più livelli di oppressione e violenza in quanto donne. Hanno messo in comune il loro lavoro nel campo della salute, dell’economia, delle lotte e hanno denunciato la “violenza di Stato che noi donne, che difendiamo la terra e il territorio, stiamo vivendo a causa dei megaprogetti che minacciano i nostri popoli e la vita stessa (…); affrontiamo un sistema capitalista e patriarcale che non solo viola i nostri diritti come donne, ma minaccia anche l’estinzione dei nostri popoli”. Di fronte a tutto questo, propongono di ritessere noi stessi a partire dalla tenerezza, la resistenza, la ribellione e la dignità (“Asamblea de Mujeres Tejiendo Comunidad y Lucha Antipatriarcal”).
Il 4 e 5 dicembre si è tenuto il Forum Nazionale delle Resistenze e delle Alternative dei Popoli contro il Capitale Transnazionale e la Militarizzazione, ospitato dall’Unione delle Comunità Indigene della Zona Nord dell’Istmo. Più di 300 persone hanno partecipato, provenienti da 14 Stati della Repubblica. Le 79 organizzazioni presenti hanno condiviso le numerose lotte di resistenza ai megaprogetti autostradali, infrastrutturali, idrici e minerari, lotte che sostengono nonostante gli attacchi delle imprese e la repressione dei governi che consentono l’espropriazione e sono incuranti dello sfollamento a cui sono costrette intere comunità. Hanno denunciato le sparizioni forzate e l’assassinio di più di 50 difensori della propria comunità, tra cui Samir Flores, Luis Armando Fuentes e Noé Jiménez Pablo, e l’ingiusta detenzione di attivisti sociali come Kenia Hernández e Salvador Pinal; così come lo sradicamento delle donne triqui di San Juan Copala e Tierra Blanca, nello Stato di Oaxaca, o di quelle di Aldama e Chenalhó, in Chiapas. Il loro Pronunciamiento de Yajxonax esprime anche il rifiuto del decreto presidenziale del 22 novembre, che dichiara i megaprogetti del governo ‘progetti di sicurezza nazionale’ e prevede il rilascio delle autorizzazioni in cinque giorni, il che viola i loro diritti e i loro territori e legalizza la criminalizzazione e la repressione delle proteste (Si veda: “Unión de Comunidades Indígenas de la Zona Norte del Istmo”).
Ci sono molte altre denunce, azioni e organizzazioni che convergono tutte nella stessa direzione. Non sono iniziate nel 2018, ma hanno alle spalle secoli di costruzione e di resistenza.

Fonte: “No es desarrollo, es despojo”, in La Jornada, 18/12/2021.

Traduzione a cura di camminardomandando