Silvia Ribeiro
ricercatrice del Gruppo ETC
29 luglio 2023
I data center e le attività di grandi imprese tecnologiche come Google, Meta, Amazon e Microsoft consumano volumi significativi di acqua dolce e di energia. Tra le altre conseguenze non virtuali delle loro attività, comportano inoltre una serie di impatti ambientali, consumano elevate risorse minerarie e generano rifiuti difficili da gestire. Sono anche un importante fonte di emissioni di gas a effetto serra (GES).
L’elevata domanda di acqua dolce ha già causato conflitti con le comunità interessate in diversi paesi. La politica adottata da Google è stata quella di non fornire dati sul proprio consumo di acqua, dichiarandolo un segreto commerciale. Solo dopo aver perso alcune cause legali intentate dalle popolazioni colpite, Google ha rivelato il consumo realizzato o previsto in alcuni data center. È il caso dell’Uruguay, dove in un contesto di scarsità di acqua per il consumo umano, Google programma un data center che consumerebbe 7 milioni e 600mila litri di acqua potabile al giorno, l’equivalente del consumo giornaliero di 55mila persone (https://tinyurl.com/yjupa4s2).
Data la moltiplicazione delle cause legali e delle proteste, Google ha deciso di rendere pubblico il consumo di acqua dei suoi data center a livello globale. Riferisce che nel 2022 ha consumato circa 21,2 miliardi di litri, che secondo Google è l’acqua che si utilizza per irrigare 37 campi da golf. Sapevamo già che i campi da golf sono dannosi per l’acqua e l’ambiente, oltre che non necessari, ma è l’immagine che Google ha scelto per distogliere l’attenzione dal vero problema: che secondo i suoi stessi dati, Google consuma nei suoi data center l’acqua che soddisferebbe* il bisogno di circa 420mila persone per un anno, o il bisogno giornaliero di più di 150 milioni di persone.
In America Latina, i paesi che ospitano più data center e più giganti tecnologici sono il Brasile, l’Argentina e il Messico. In Cile, c’è resistenza da parte di associazioni di quartiere all’installazione di questi centri a Cerrillos e Quilicura, nella periferia di Santiago, per la forte domanda di acqua e altri impatti.
Zeewolde, una piccola città dei Paesi Bassi, sta lottando contro l’installazione di un centro di Meta (l’impresa proprietaria di Facebook), sia per la domanda di acqua, sia per il consumo di energia e per l’occupazione di terreni (https://tinyurl.com/3rut49tj).
La popolazione di Talavera del Río, a Toledo, in Spagna, organizzata nell’associazione Tu nube seca mi río, sta lottando contro l’installazione di un data center di Meta, a causa dell’elevata domanda di acqua e dell’occupazione di 180 ettari di terreno.
Gli Stati Uniti sono il paese con il maggior numero di data center, la metà di tutti quelli esistenti nel mondo. A The Dalles, Oregon, quest’anno un giornale locale, dopo una battaglia legale di 13 mesi, ha ottenuto che le autorità cittadine rivelassero che il data center di Google consuma oltre il 25% dell’acqua potabile della città. Come in Uruguay, Google aveva blindato le informazioni come segreto commerciale e sono state le autorità stesse, utilizzando risorse pubbliche, a difendere l’impresa (https://tinyurl.com/t7cnkhuj).
Anche Meta e Microsoft sono state oggetto di proteste e lamentele simili per l’elevato consumo di acqua nei loro data center in diverse regioni degli Stati Uniti e dell’Europa.
Secondo uno studio di Virginia Tech, i data center sono tra le 10 industrie che consumano più acqua negli Stati Uniti, oltre ad essere uno dei maggiori consumatori di energia: utilizzano il 2% dell’energia disponibile in quel paese. Lo studio indica che un quarto di questi centri sono installati in zone soggette a stress idrico, ad esempio in piccole città in aree con un clima arido, vicino alle grandi città. Le grandi società tecnologiche sono alla ricerca di luoghi in cui, oltre all’acqua, possano disporre di fonti di energia, preferibilmente solare o eolica, per affermare che sono a basse emissioni di carbonio o che stanno compensando i gas serra (GES) che generano. Ciò significa occupare vaste aree limitrofe per parchi solari o eolici, o competere per l’uso di parchi già esistenti, che producono energia per altre attività che ne hanno bisogno per uscire dalla dipendenza dal petrolio. Pertanto, ciò che effettivamente fanno è trasferire le emissioni di gas serra su altre attività, per presentarsi con un’impronta di carbonio inferiore (https://tinyurl.com/2adktacf).
Oltre all’elevato consumo di acqua, principalmente per raffreddare le migliaia di computer che sono in funzione nei centri, la loro installazione implica anche l’uso di terreni, materiali, energia e altre risorse aggiuntive lungo tutta la catena di attività correlate. In generale, gli impatti derivanti da usi precedenti e paralleli non sono conteggiati dalle imprese nei loro rapporti.
L’aumento e la proliferazione della digitalizzazione in tutti i settori, compresi i servizi e l’intrattenimento, comporta impatti socio-ambientali molto negativi di cui si discute ancora molto poco, tranne che in quelle popolazioni che stanno già perdendo la loro acqua e stanno subendo altri danni. Di fronte alla solita reazione di chi dice che però abbiamo bisogno di Internet, dei servizi digitali, ecc., ci sono molte questioni da discutere. Una di queste è l’abitudine individuale e voluttuaria di inviare messaggi a base di faccine e altre sciocchezze. Ma la cosa più grave e urgente è l’altissima concentrazione imprenditoriale del settore. Sono i giganti tecnologici ad aver bisogno di questi giganteschi e voraci data center, assieme ad altre infrastrutture e industrie correlate che hanno pesanti impatti sull’acqua, sull’ambiente e sulle comunità.
Fonte: “Las guerras del agua no son virtuales”, in La Jornada, 29/07/2023.
Traduzione a cura di Camminardomandando