ricercatrice del Gruppo ETC
5 ottobre 2024
Sono molti gli impatti della digitalizzazione globale. Si tratta di un processo pilotato da giganti tecnologici, le transnazionali a più alta capitalizzazione del pianeta, che lo gestiscono per aumentare i loro profitti e il loro controllo su tutte, tutti e tutto, avvalendosi di infrastruttura e risorse pubbliche.
Alcuni aspetti di questo processo sono oggetto di dibattito. Altri, come gli impatti ambientali della digitalizzazione e le gravi conseguenze sociali ed economiche che comportano, sono rimasti nell’ombra.
L’industria digitale non è affatto eterea o virtuale: dai chip ai miliardi di dispositivi elettronici, dalle batterie ai sempre più numerosi rifiuti elettronici tossici, alla costruzione di antenne, al cablaggio globale, ad enormi data center, all’addestramento e all’uso di programmi di intelligenza artificiale fino alle ‘nuvole’ informatiche, i cloud che memorizzano, interpretano e ridistribuiscono i dati, la domanda di materiali, energia, acqua e terreno è enorme. Il tutto accompagnato dal trasferimento di lavoratori verso industrie, servizi e altre attività, in concomitanza con livelli di un estremo e colonialistico sfruttamento della manodopera, dal momento che la maggior parte dei lavoratori che sostengono questa industria sono persone sottopagate nel Sud del mondo.
Il nuovo rapporto del Gruppo ETC: «Dietro alle nuvole: gli impatti ambientali della digitalizzazione» [disponibile online in inglese e in spagnolo] intende fornire una panoramica sintetica della portata di questi aspetti di cui poco si parla.
I dati digitali non sono eterei o innocui. Richiedono un uso intensivo di risorse, sono fatti di sabbia, acqua, carbone, minerali, terre rare e sostanze chimiche pericolose che generano rifiuti tossici. Danno un grande impulso all’estrazione mineraria e ne moltiplicano gli effetti in termini di inquinamento, di domanda di energia e di consumo di acqua.
La produzione di chip semiconduttori, ad esempio, richiede vari elementi, fra cui silice (chiamata anche oro digitale), quarzo e acqua ultra-pura. L’alto grado di purezza che deve essere posseduto da ogni componente si traduce in un’elevata richiesta di energia e di acqua per i processi di depurazione e per il mantenimento di ambienti ultra-puliti: diecimila volte più puliti dell’aria esterna.
Un’azienda di Taiwan (TSMC – Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) detiene il 60% del mercato globale, con Apple come principale cliente. Si tratta di un’industria di grande opacità, spiega il documento del Gruppo ETC. Con la scusa della riservatezza per proteggersi dallo spionaggio industriale, non indica quali sono le oltre 200 sostanze chimiche organiche e inorganiche utilizzate nella catena di approvvigionamento e di produzione. Uno studio di SK Hynix (il più grande produttore di semiconduttori in Corea del Sud) afferma che gli impianti di produzione utilizzano circa 430 sostanze chimiche diverse, incluse 130 sostanze classificate come CMR (cancerogene, mutagene e tossiche per la riproduzione). Studi condotti negli anni 1990 negli Stati Uniti hanno dimostrato che l’esposizione chimica nel processo di produzione di chip semiconduttori causava nelle lavoratrici il doppio di aborti spontanei rispetto alla media. Allora l’industria si è trasferita in paesi asiatici, dove si segnalano infertilità, aborti spontanei, cancro e altre gravi malattie (https://tinyurl.com/42btrt5h).
Un altro aspetto legato all’inquinamento chimico è l’esposizione a sostanze chimiche e altri inquinanti contenuti nei rifiuti elettronici, che vengono raccolti nelle discariche. principalmente da bambini e donne Si tratta di un’attività che è notevolmente aumentata nel Sud del mondo, poiché diversi paesi, a causa della difficoltà di gestione dei rifiuti elettronici, sono diventati importatori di questi rifiuti, una merce che in molti casi poi viene accumulata in discariche. Uno straziante rapporto dell’OMS relativo ai bambini e a questo tipo di rifiuti segnala che i bambini e le giovani donne sono esposti a più di mille sostanze nocive in siti dove si attua un sistema informale di recupero dei rifiuti globalizzato e in espansione (https://tinyurl.com/yffvxyxs).
Fino al 70% del cobalto, un elemento chiave per i chip e le batterie dei telefoni cellulari, viene estratto principalmente nella Repubblica Democratica del Congo, in terribili condizioni ambientali, sanitarie, di sfruttamento e di sgombero forzato di comunità.
Queste condizioni, con sfumature diverse, si riscontrano nell’estrazione di altri metalli e terre rare di cui necessita la catena dell’industria digitale. L’estrazione di questi prodotti è anche uno dei motori dell’aumento della distruzione di fondali marini, nella corsa ad espandere l’estrazione mineraria in acque profonde.
I giganteschi data center, che sono la base materiale delle ‘nuvole’ informatiche, sono grandi installazioni in vaste aree, sempre più estese, con migliaia di computer accatastati che richiedono un’erogazione molto elevata e ininterrotta di energia e di acqua fredda per evitare il surriscaldamento dei server. Ci sono dozzine di iniziative locali di resistenza contro l’installazione di questi data center in molte parti del mondo, in quanto competono con la disponibilità di acqua e di energia per le popolazioni locali (https://tinyurl.com/5n8rtfnd).
È urgente smantellare la truffa delle ‘nuvole’ eteree dell’industria tecnologica. La digitalizzazione non è un Nirvana gratuito e immateriale, ma un modo di vivere e di relazionarsi che è alla base del capitalismo e della sua devastazione della natura e delle persone, con costi ambientali e sociali estremamente elevati (https://tinyurl.com/4tcc53as).
Fonte: «El peso de las nubes», In La Jornada, 05/10/2024.
Traduzione a cura di Camminardomandando.