Silvia Ribeiro
ricercatrice del Gruppo ETC
17 giugno 2023
Dal 5 al 15 giugno, gli organi sussidiari della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) si sono incontrati a Bonn, in vista della 28ª conferenza globale che si terrà a dicembre negli Emirati Arabi Uniti. Sebbene ci siano molti punti di tensione, fin dal primo giorno le discussioni si sono polarizzate da un lato sulla richiesta dei paesi del Sud del mondo di includere nell’agenda il tema del finanziamento all’azione per il clima (a cui i paesi del Nord dovrebbero contribuire in maggior misura) e dall’altro sulla proposta di Europa, Stati Uniti e altri paesi altamente industrializzati di discutere un programma globale di mitigazione dei gas a effetto serra (GHG, secondo la sigla inglese) senza inserire il finanziamento nell’agenda.
Quando i paesi industrializzati parlano di mitigazione – che nel linguaggio del cambiamento climatico è intesa come sinonimo di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra – in realtà si riferiscono a una situazione in cui si continua a produrre la stessa quantità di emissioni o anche di più, ma apparentemente si compensano le proprie emissioni raggiungendo lo zero netto [l’equilibrio tra la quantità di gas serra prodotta dalle attività umane e la quantità rimossa dall’atmosfera – ndt], con tecnologie come la cattura e lo stoccaggio del carbonio e la geoingegneria, e /o attraverso i mercati del carbonio, tutte misure che non riducono, ma addirittura possono aumentare le emissioni di gas serra. Gli stessi paesi controllano anche i brevetti sulle tecnologie rinnovabili e in nessun caso parlano di ridurre il consumo o la domanda di energia nel Nord globale, sebbene richiedano, di fatto, che gli altri paesi lo facciano.
Ci sono voluti più di due decenni perché la Convenzione sui cambiamenti climatici riconoscesse la necessità di risarcire le perdite e i danni dovuti al cambiamento climatico ai paesi che non li hanno causati, ma non ci sono finanziamenti per questo. I paesi del Nord non hanno nemmeno rispettato il timido impegno preso a Copenaghen nel 2015 di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno per i finanziamenti complessivi per il clima. Sottolineo che hanno usato il verbo mobilitare, perché i contributi a cui si sono impegnati non sono contributi reali, ma possono essere prestiti, investimenti privati con cui si ottengono maggiori profitti, nuova denominazione dell’aiuto allo sviluppo (a cui ci si era già impegnati in precedenza) come finanziamento per il clima, ridefinizione in termini di finanziamento per il clima
del supporto per le calamità naturali e persino di attività commerciali che generano più carbonio.
Tutto ciò è grave, perché i paesi del Sud che non hanno causato il cambiamento climatico sono quelli che ne risentono maggiormente e hanno bisogno di sostegno per adattarsi, prevenire e riparare gli impatti subìti, così da procedere sulla via di una transizione socialmente equa verso economie che soddisfino i bisogni di base delle loro popolazioni senza generare una maggior quantità di emissioni. Una richiesta che non è di carità, ma di giustizia.
Uno studio pubblicato questo mese sulla rivista scientifica Nature stima che da qui al 2050 i paesi industrializzati dovranno pagare più di 170 trilioni (milioni di milioni) di dollari di risarcimento per i danni causati ai paesi del Sud dai cambiamenti climatici. Anche se i paesi del Nord del mondo dovessero raggiungere, come molti di loro sostengono, quelle che chiamano “zero emissioni nette” entro quell’anno, avranno comunque occupato la maggior parte dello spazio atmosferico disponibile per non provocare un aumento di più di 1,5 gradi della temperatura globale, appropriandosi dello spazio degli altri paesi (“Compensation for atmospheric appropriation”, in Nature, 05/06/2023).
A livello storico, inoltre, i paesi industrializzati del Nord del mondo hanno emesso oltre il 90% delle emissioni di gas serra che causano il riscaldamento globale. Gran parte del restante 10% è diviso tra due paesi ad alta estrazione di petrolio: gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. Il resto dei paesi del mondo ha emesso poco, e la maggior parte non ha emesso nulla. Ogni anno vengono rilasciate circa 38 gigatonnellate (Gt) di gas a effetto serra. Al primo posto, sia a livello storico che per emissioni pro capite, si collocano gli Stati Uniti, che con il 4% della popolazione mondiale utilizzano il 25% dell’energia. Attualmente il maggior volume totale di emissioni è dovuto alla Cina, che tuttavia è molto indietro in termini di emissioni pro capite.
Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC) stima che per non superare l’aumento di temperatura di 1,5 gradi rimane solo un massimo di 480 gigatonnellate di anidride carbonica o di emissioni equivalenti.
La temperatura media è aumentata di 1,1 gradi rispetto ai livelli preindustriali, e quel riscaldamento provoca la crisi climatica che stiamo vivendo. Può sembrare poco, ma ogni decimo di grado di aumento globale significa gravi squilibri nel sistema climatico, il che devasta gli ecosistemi e aumenta gli eventi estremi con enormi impatti umani, molto diseguali nel mondo a causa della vulnerabilità dei più poveri.
Un altro studio analizza anche i presupposti dei modelli utilizzati dall’IPCC per calcolare gli scenari futuri delle emissioni (modelli di valutazione integrata o IAM, secondo la sigla inglese) e per stimare quanto è necessario ridurre da qui al 2050. Lo studio ha rilevato che questi modelli si basano sul presupposto che la domanda di energia dei paesi del Nord continuerà ad essere molto più alta di quella dei paesi del Sud, anche se i primi hanno una popolazione molto minore, il che riproduce e riafferma l’ingiustizia globale esistente (“Equity Assessment of Global Mitigation Pathways in the IPCC Sixth Assessment Report”).
La richiesta dei paesi del Sud di inserire nell’agenda il finanziamento per il clima è più che giusta, sia per la grande quantità di debiti sociali, ecologici e climatici accumulati, sia per la prevista appropriazione dello spazio atmosferico che i cosiddetti piani di mitigazione dei paesi industrializzati comportano.
Fonte: “Injusticia climática creciente”, in La Jornada, 17/06/2023.
Traduzione a cura di Camminardomandando