Silvia Ribeiro
ricercatrice del Gruppo ETC
20 febbraio 2020

Si parla molto del coronavirus Covid-19, eppure se ne dice molto poco. Ci sono aspetti fondamentali che rimangono nell’ombra. Voglio citarne alcuni, distinti ma complementari.
Il primo si riferisce al meccanismo perverso del capitalismo che occulta le vere cause dei problemi per non affrontarle, perché ciò colpisce i suoi interessi, allo stesso tempo però facendo affari con l’apparente cura dei sintomi. Nel frattempo, gli Stati spendono enormi risorse pubbliche per misure di prevenzione, di contenimento e di cura, che a loro volta non agiscono sulle cause, e questo modo di affrontare i problemi diventa un business vincolato per le multinazionali, ad esempio, per quanto riguarda vaccini e medicinali.
Ci si riferisce a virus e batteri per lo più come se fossero esclusivamente organismi nocivi che devono essere eliminati. Prevale un approccio bellicoso, come in tanti altri aspetti del rapporto del capitalismo con la natura. Tuttavia, per la loro capacità di saltare da specie a specie, virus e batteri sono una parte fondamentale della co-evoluzione e dell’adattamento degli esseri viventi, esseri umani compresi, così come del loro equilibrio con l’ambiente e della loro salute.
Il Covid-19, che sta facendo notizia a livello mondiale, è un ceppo della famiglia dei coronavirus, che causano malattie respiratorie generalmente lievi ma che possono essere gravi per una piccolissima percentuale delle persone colpite a causa della loro vulnerabilità. Altri ceppi di coronavirus hanno causato la sindrome respiratoria acuta grave (SARS), considerata un’epidemia in Asia nel 2003 ma scomparsa dal 2004, e la sindrome respiratoria acuta del Medio Oriente (MERS), praticamente scomparsa. Come il Covid-19, sono virus che possono essere presenti negli animali e nell’uomo, e, come avviene con tutti i virus, gli organismi colpiti tendono a sviluppare una resistenza che a sua volta provoca una nuova mutazione del virus.
C’è un consenso scientifico sul fatto che l’origine di questo nuovo virus – come di tutti quelli che sono stati dichiarati o che hanno rischiato di essere dichiarati pandemici negli ultimi anni, compresa l’influenza aviaria e l’influenza suina che ha avuto origine in Messico – è zoonotica. Cioè, viene dagli animali e poi muta, colpendo l’uomo. Nel caso del Covid-19 e della SARS si presume che provenga da pipistrelli. Anche se si dà la colpa al consumo di pipistrelli nei mercati asiatici, in realtà il problema non è il consumo tradizionale e locale di animali selvatici. Il fattore chiave è la distruzione degli habitat della fauna selvatica e l’invasione di fauna selvatica negli insediamenti urbani e/o l’espansione dell’agricoltura e della zootecnia industriale, che crea situazioni uniche per la mutazione accelerata dei virus.
La vera fabbrica sistematica di nuovi virus e batteri che si trasmettono all’uomo è l’allevamento industriale di animali, soprattutto pollame, maiali e mucche. Più del 70 per cento degli antibiotici su scala globale sono utilizzati per l’ingrasso o la prevenzione di infezioni in animali non malati, il che ha portato a un problema molto grave di resistenza agli antibiotici, anche per gli esseri umani. Dal 2017, l’OMS ha invitato le industrie zootecniche, ittiche e alimentari a smettere di utilizzare sistematicamente gli antibiotici per stimolare la crescita in animali sani. Per completare l’opera, le grandi aziende zootecniche e alimentari aggiungono dosi regolari di antivirali e pesticidi all’interno delle medesime strutture.
Tuttavia, è più facile e più conveniente indicare alcuni pipistrelli o zibetti – il cui habitat naturale è stato sicuramente distrutto – piuttosto che mettere in discussione queste fabbriche di malattie umane e animali.
Anche la minaccia di una pandemia è selettiva: tutte le malattie che sono state considerate epidemie negli ultimi due decenni, compresa quella da Covid-19, hanno prodotto molti meno decessi rispetto a malattie comuni come l’influenza – di cui, secondo l’OMS, ogni anno nel mondo muoiono fino a 650.000 persone. Ciononostante, queste nuove epidemie motivano misure di sorveglianza e di controllo estreme.
Come dice il filosofo italiano Giorgio Agamben, questo conferma la crescente tendenza a usare lo stato di eccezione come un normale paradigma di governo.
Riferendosi al caso del Covid-19 in Italia, Agamben sottolinea che «il decreto-legge subito approvato dal governo “per ragioni di igiene e di sicurezza pubblica” si risolve infatti in una vera e propria militarizzazione “dei comuni e delle aree nei quali risulta positiva almeno una persona per la quale non si conosce la fonte di trasmissione (…)». Una formula talmente vaga e indeterminata che permetterà di estendere rapidamente lo stato di eccezione in tutte le regioni (…). A questo, continua Agamben, si aggiunge lo stato di paura che che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui e che si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale. Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo». (Agamben,L’invenzione di un’epidemia”, 26 febbraio 2020).

Fonte: “Coronavirus, agronegocios y estado de excepción”, in La Jornada, 29/02/2020.
Traduzione a cura di Camminardomandando.