di Raúl Zibechi
11 agosto 2023
È probabile che Giorgio Agamben, il filosofo italiano, non abbia esagerato dicendo che il paradigma della vita contemporanea non è la città ma il campo di concentramento. Osservando quanto accade in angoli diversi dell’America Latina, ci troviamo di fronte a un salto di qualità e di quantità nell’espandersi dei campi di prigionia.
Nayib Bukele, presidente del Salvador, ha decretato l’accerchiamento di un intero dipartimento (equivalente a intere province o stati in altri paesi) dedito all’agricoltura e alla pastorizia, abitato da 160.000 persone e situato al centro-nord del paese. Si tratta di Cabañas, circondato da 8000 soldati e poliziotti all’inseguimento di una piccola banda criminale.
A molti salvadoregni l’accerchiamento ricorda gli ordini di fare terra bruciata che lanciava l’esercito contro la guerriglia durante la guerra civile che scoppiò negli anni ‘80. Adesso, con lo stato d’emergenza sono stati imposti lockdown a paesi e città, ma questa è la prima volta che si chiude un intero dipartimento.
Lo stato di emergenza vige dal marzo del 2022, ratificato da un parlamento e da una magistratura sottomessi al volere del presidente. In questo lasso di tempo, sono state arrestate e detenute più di 70.000 persone, alloggiate in carceri di alta sicurezza in cui la loro umanità viene sistematicamente offesa, come testimoniano foto e video diffusi dal governo stesso. Sei organizzazioni per i diritti umani hanno diffuso un rapporto in cui denunciano che lo stato di polizia ha fatto 5490 vittime di violazione dei diritti umani in soli 15 mesi, al ritmo di 12 violazioni al giorno.
Si tratta di detenzioni arbitrarie, minacce, lesioni, aggressioni e violenze sessuali, che si sommano ai 173 morti nelle carceri dello Stato. Il governo va di corsa. Una recente riforma della giustizia consente processi di massa a gruppi fino a 900 persone, il che annulla qualsiasi garanzia giuridica.
Un editoriale dell’Asociación de Radiodifusión Participativa de El Salvador (Arpas), basato su un articolo del quotidiano El Faro, sostiene che il governo di Bukele sta negoziando una riduzione degli omicidi e il sostegno elettorale al partito Nuevas Ideas, in cambio di benefici per i membri delle bande e le loro famiglie. Aggiunge che alcuni analisti ritengono che il patto di Bukele con le bande non sia come le tregue dei governi precedenti e che possa essere un’alleanza strategica per la governabilità (Arpas, 4/22).
El Faro sostiene, sulla base di documenti ufficiali, che Bukele negozia da anni con la Mara Salvatrucha 13 (MS-13), liberando i leader delle bande in cambio del sostegno elettorale alla sua candidatura (El Faro, 3/9/20).
Tali alleanze sono comuni in tutto il mondo e vengono di fatto create con un duplice obiettivo: stabilizzare la governance e distruggere le organizzazioni della società, obiettivo forse più caro ai governi di oggi.
In un periodo di insurrezioni e rivolte popolari in tutta l’America Latina, fomentare la criminalità organizzata contro i popoli in lotta sembra essere un ottimo affare per i vertici.
È molto probabile che il governo Lasso in Ecuador e i governi messicani che hanno lanciato la guerra alla droga abbiano avuto e abbiano tuttora accordi di questo tipo con la criminalità, anche se più al riparo dalla copertura mediatica.
La militarizzazione e gli attacchi ai popoli mirano a liberare i territori, in modo che il capitale possa trasformare i beni comuni in merci.
In El Salvador, Cabañas è stato l’epicentro della resistenza alle miniere transnazionali e una regione di interesse per le grandi compagnie che vogliono sfruttare l’oro e l’argento. Tra il 2000 e il 2017, le compagnie canadesi e australiane si sono scontrate con l’opposizione delle comunità coinvolte.
A Cabañas, i leader delle comunità denunciano persecuzioni, minacce, vessazioni giudiziarie e sorveglianza. Negli ultimi anni, diversi leader sono stati assassinati o imprigionati. Si può concludere che l’assedio di Cabañas cerca di indebolire la resistenza delle comunità, che hanno ben chiaro che l’estrazione mineraria finirebbe per assestare un colpo definitivo alla loro sopravvivenza, perché la crisi idrica che colpisce tutta l’America Centrale si sta aggravando in El Salvador.
Nel Corridoio Secco Centroamericano, lunghe siccità, tempeste e forti acquazzoni sono un susseguirsi di eventi che aggravano la povertà intaccando i cicli produttivi della terra. Quasi il 70% del territorio salvadoregno soffre di siccità elevata o grave. Quelli che migrano da questa regione, popolata da 10 milioni di persone, possono essere considerati rifugiati climatici.
Bukele sta chiudendo il cerchio della guerra di espropriazione contro i popoli: ha generato uno Stato di polizia, ha militarizzato ampie regioni del paese, deporta popolazioni e apre nuovi territori all’accumulazione per espropriazione. Un paese trasformato in un campo di concentramento, che le altre classi dominanti vorrebbero imitare.
Fonte: “Un campo de concentración llamado El Salvador”, in La Jornada, 11/08/2023.
Traduzione a cura di Camminardomandando