Fotomontaggio delle proteste in Chile gennaio 2020

di Raul Zibechi

31 gennaio 2020

I movimenti antisistemici e le relazioni sociali non capitalistiche acquistano forza e si rafforzano quando si radicano in territori recuperati e sotto il controllo di soggetti collettivi. Una delle chiavi di questo potenziamento dei movimenti è che i territori ci danno la possibilità di costruire i nostri poteri, al di fuori del controllo delle istituzioni statali.
Se le donne zapatiste possono dire che l’anno scorso non ci sono stati femminicidi nelle loro terre, è perché sono diventate forti (emancipate, come direbbero gli accademici), capaci di difendersi, di attivare le nuove relazioni sociali che stanno costruendo. Qualcosa di simile si può dire di altri popoli in movimento, in particolare in America Latina.

Comunque, possiamo valutare la forza di un movimento in base al suo grado di territorializzazione; poiché gli altri modi di valutare i poteri collettivi, come il numero di persone che si mobilitano, essendo un barometro, non sono sufficienti per costruire qualcosa di nuovo, diverso e duraturo. Il territorio può essere la casa comune dove nascono e crescono altri mondi.

Le assemblee territoriali che si sono create in Cile al caldo della ribellione popolare scoppiata il 18 ottobre, sono la creazione più importante del popolo cileno, perché incarnano l’auto-organizzazione collettiva per resistere e creare nuove relazioni, al di fuori del mercato e dello Stato. Lo scorso novembre a Santiago ci sono state 120 assemblee territoriali collegate a due assemblee di coordinamento, a seconda della zona della città, con forte radicamento tra gli abitanti mobilitati (https://bit.ly/2RwOzSu).

Il 18 gennaio, alla riunione del Comitato di Coordinamento delle Assemblee Territoriali, erano quasi 200 (ne sono state registrate 164, perchè 24 assemblee venivano da fuori della città di Santiago). Più di mille delegati hanno partecipato all’incontro, che è stato organizzato in 20 gruppi di lavoro per discutere quattro temi: la situazione costituzionale, l’elenco delle richieste (salute, istruzione, sicurezza sociale, alloggi, ecc.), i diritti umani e la costruzione del potere territoriale.

Il collettivo di educazione popolare Caracol è stato incaricato di promuovere dinamiche che facilitassero la circolazione delle idee e la parola non fosse monopolizzata da uomini militanti. Dalle loro analisi emerge che le assemblee territoriali sono l’aspetto organizzativo più rilevante dell’attuale rivolta, che ha generato un clima di ingovernabilità mai visto nel periodo post-dittatoriale, paragonabile solo ai giorni di protesta contro Pinochet tra il 1983 e il 1986 (https://bit.ly/37OfIGp).

Definiscono le assemblee come potere popolare locale nelle città, poiché risolvono i loro problemi più urgenti autonomamente e collettivamente, senza perdere di vista l’orizzonte nazionale. Il collettivo Caracol ci ricorda che l’assemblea e l’educazione popolare sono le forme organizzative legittimate in Cile dal basso, forme di democrazia diretta che sono alla base dei movimenti studenteschi, femministi, ambientali e delle proteste territoriali. Ecco perché ripropongono vecchi slogan come “tutti i poteri alle assemblee” e “solleviamoci in due, tre… mille assemblee territoriali”.

All’apertura dell’incontro, tenutosi presso la Scuola di Arti e Mestieri dell’Università di Santiago, è stato letto un comunicato del Coordinamento delle Assemblee Territoriali (CAT) che respinge la convocazione dall’alto dell’assemblea costituente, mentre difende il processo per una nuova Costituzione che parta dalle assemblee, dai consigli comunali e dai movimenti popolari (http://www.asambleasterritoriales.org/que-es-la-cat/declaracion-cat/).

Si impegna a rafforzare il soggetto popolare basandosi sulla solidarietà e sul lavoro collettivo nei quartieri, sull’autoeducazione e sull’auto-formazione popolare, e difende una democrazia diretta senza gerarchie. Chiede la destituzione della classe politica, del potere e delle militanze tradizionali, difendendo l’idea di vivere in comunità e di tessere legami di fiducia nei territori.
Questo è il nucleo della ribellione e il patrimonio politico-culturale più importante per le prossime generazioni di ribelli. Così come la rivolta ecuadoriana ha dato vita a un Parlamento indigeno e popolare in cui sono già coordinati 200 movimenti, l’epidemia cilena si condensa e acquista densità politica nella rete delle assemblee territoriali.

L’esperienza ci insegna che un’intensa azione di massa, solitamente chiamata ciclo di protesta, si rilassa con il passare del tempo. Per far si che le pratiche collettive non si diluiscano, affinché la dignità diventi un’abitudine, come sottolinea il Coordinamento, ciò che migliaia di persone hanno vissuto deve cristallizzarsi in queste organizzazioni territoriali, che continueranno a scalzare il sistema, in silenzio, quando i riflettori dei media saranno spenti.

C’è molto da dibattere e da continuare ad apprendere. Come creare la nostra agenda e non dipendere dall’agenda dall’alto; come rifuggire dalla logica di riportare alle istituzioni o allo scenario macro quello che stiamo costruendo in basso e a sinistra. Queste assemblee sono il nuovo mondo possibile, di cui dobbiamo prenderci cura affinché altri e altre lo facciano crescere, quando possano e vogliano.

Fonte: https://www.jornada.com.mx/2020/01/31/opinion/018a2pol

Traduzione a cura di camminardomandando