Raúl Zibechi
6 ottobre 2023
Tra agosto e settembre ho visitato tre paesi dove negli ultimi anni ci sono state importanti sollevazioni o rivolte popolari: l’Ecuador, la Colombia e il Cile. In tutti e tre ci sono state situazioni simili di grande effervescenza collettiva contro i governi della destra, anche se i singoli processi avevano caratteristiche diverse.
In Ecuador, nel 2019, c’è stata una sollevazione indigena organizzata dalla Conaie [Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador], che è riuscita a mettere alle strette il governo di Lenin Moreno, il quale ha dovuto lasciare il palazzo del governo a Quito per rifugiarsi a Guayaquil. La sollevazione faceva parte della lunga serie di rivolte indigene che si sono susseguite dai primi anni 1990, ma questa volta l’arrivo di contingenti comunitari ha reso visibile un fortissimo attivismo giovanile nei quartieri popolari, specialmente nel sud della città.
La rivolta di 13 giorni è culminata nella creazione di un numeroso e variegato Parlamento Indigeno e dei Movimenti Sociali, che poco dopo aver iniziato la sua attività nel paese è collassato di fronte alla convocazione delle elezioni che hanno portato alla vittoria dell’attuale presidente, Guillermo Lasso. La sollevazione, la più vigorosa fra quelle degli ultimi due decenni, si è dissolta nelle nebbie elettorali quasi senza lasciare traccia. La successiva, nel 2022, non aveva neanche lontanamente la potenza della precedente.
In Colombia ci sono state due rivolte (2019 e 2021). La seconda è stata la più grande mobilitazione popolare nella storia del paese, che ha infranto l’uribismo [ndt – corrente che sostiene la politica e il pensiero neoliberista di Álvaro Uribe, presidente della repubblica colombiana dal 2002 al 2010]. In entrambi i casi, ciò che ha dato il via a una protesta che si è prolungata per mesi è stata la convocazione di uno sciopero da parte delle federazioni sindacali. La ribellione è stata così intensa da riuscire a liberare occupare grandi spazi urbani, i focolai della resistenza, dove i giovani dei settori popolari hanno instaurato modalità proprie di vita e di assunzione delle decisioni.
In pochissimo tempo, i 25 focolai della resistenza a Cali, epicentro della rivolta, si sono sgretolati, dando spazio a un massiccio sostegno alla candidatura di Gustavo Petro. Per la prima volta i candidati della sinistra hanno vinto le elezioni, ma la mobilitazione popolare ha perso la sua forza e ora le destre stanno prendendo l’iniziativa.
In Cile, dall’ottobre 2019, c’è stata in tutto il paese l’esplosione di una rivolta popolare per chiedere le dimissioni del presidente Sebastián Piñera. Milioni di persone sono scese in piazza, e i gruppi più attivi sono riusciti a liberare intere aree, come Plaza Dignidad (ex Plaza Italia), nel cuore di Santiago. In pochi giorni sono state create più di 200 assemblee territoriali, ma la casta politica è riuscita a firmare un patto per convocare un’assemblea costituente a cui hanno aderito le organizzazioni di base, la cui vitalità è andata svanendo.
La nuova costituzione, elaborata con la partecipazione di movimenti e partiti di sinistra, è stata bocciata da una schiacciante maggioranza. Mentre il movimento popolare si disorganizzava, il governo progressista di Gabriel Boric ha mostrato aspetti neoliberisti, non ha concesso l’amnistia a coloro che erano stati arrestati durante la protesta e ha elogiato i Carabineros e altre forze repressive che avevano provocato ferite agli occhi di più di 400 manifestanti.
Anche se ogni rivolta è stata diversa, ci sono aspetti comuni: c’è stata in tutti i casi un’ampia iniziativa dal basso di giovani, donne, abitanti delle periferie urbane, popoli indigeni e neri. La potenza e la dimensione delle proteste sono state in grado di delegittimare i governi a tal punto che nessuno dei presidenti che le hanno affrontate è riuscito a tornare al governo.
Tuttavia, penso che meriti qualche riflessione il fatto che non siano riuscite ad ottenere un cambiamento di rotta su questioni strutturali come l’accumulazione per espropriazione e il neoliberismo, ma, soprattutto, che le organizzazioni nate durante le rivolte si siano disgregate di fronte alla convocazione elettorale.
Questo schema si ripete da tempo, almeno dall’Argentinazo del 19 e 20 dicembre 2021 [ndt – rivolta popolare generalizzata che ha portato alle dimissioni del presidente Fernando de la Rúa, aprendo un lungo periodo di instabilità politica]: i politici professionisti del sistema convocano le elezioni e in questo modo riprendono l’iniziativa, mettendo i movimenti popolari sulla difensiva. In quasi tutti i casi, i movimenti non sono stati in grado di invertire questa situazione, poiché i governi eletti continuano con le politiche estrattiviste.
Non è davvero facile smantellare o rompere questo meccanismo di disorganizzazione dei movimenti dal basso, messo in atto dalla classe dominante. A mio avviso, possiamo compiere ulteriori progressi solo se prendiamo molto sul serio questo modo di agire di quelli che stanno in alto ed evitiamo di sottometterci alla loro agenda. Non mi riferisco al voto o al non voto, ma alla necessità di non disorganizzarci quando convocano le elezioni.
I settori che meglio hanno affrontato questa situazione sono quelli che erano già consolidati, come le popolazioni indigene dei tre paesi, in particolare il popolo Mapuche in Cile. Una delle principali lezioni che ci viene data da questa serie di rivolte e dalla ricomposizione elettorale della governabilità è l’importanza di un’organizzazione di più ampio respiro.
Fonte: “Romper el ciclo revueltas-estabilización electoral”, in La Jornada, 06/10/2023.
Traduzione a cura di Camminardomandando.