Raúl Zibechi
30 giugno 2023

Preoccupato per lo slittamento della guerra iniziata in Ucraina verso una terza guerra mondiale, lo scrittore spagnolo Rafael Poch riflette con argomentazioni che valgono anche per il Messico, l’America centrale e il resto dell’America Latina: “È uno scandalo storico che in Europa, un continente che è recidivo in questo campo, non ci siano ancora segni di un movimento popolare per la pace” (Poch, “Hacia la Tercera”).

Non pretendo che tutte le sue argomentazioni, come vedremo, siano valide per il nostro continente. Ma facciamo un passo alla volta. L’autore ritiene che la deriva guerrafondaia “costringa a interrogarsi e a rivedere dettagliatamente tutto ciò che è accaduto in Europa negli ultimi 30 anni”. Ritengo che lo stesso si possa dire per l’America Latina, poiché le guerre di oggi iniziano prima, compresa la “guerra contro le droghe”, che senza dubbio ha fatto salire a nuovi livelli l’aggressione contro i popoli.

Denuncia poi “il cieco disorientamento di tutta quella ‘sinistra di destre’ che sostiene l’invio di armi all’Ucraina”, perché senza il loro apporto la guerra sarebbe abbastanza delegittimata. Poch sostiene che, nel caso dell’Europa, negli ultimi decenni si riscontra un “dominio culturale degli Stati Uniti”, proprio nel momento in cui la superpotenza sta vivendo il più grande declino della sua storia. Questo argomento ha una portata globale, dal momento che la cultura yankee è penetrata profondamente nelle nostre sinistre, anche se continuano ad inalberare un discorso antimperialista.

Questa cultura difende, ad esempio, “guerre imperialiste travestite da battaglie per la libertà e i diritti umani”, oltre a criticare le dittature e a difendere l’uguaglianza di genere, usata come arma di guerra contro alcune nazioni e non come rivendicazione di pieni diritti per tutte le persone.

Ma critica anche il giornalismo egemonico, perché alla “razionalità delle domande sulle risorse e gli interessi, sulla storia, sulle tendenze al dominio e sulla geografia” ha sostituito la semplicità del “condannare i malvagi”. In altre parole, viene oscurata

la questione del contesto, grossolanamente rimossa dai non-dibattiti attuali.

Sebbene la revisione storica degli ultimi 30 anni elaborata da Rafael Poch nel suo articolo “Hacia la tercera” [Verso la terza] sembri accurata, ci sarebbe da aggiungere qualcosa a un tema che egli affronta in modo abbastanza generale quando attacca “quella sinistra di destre”, che da noi si chiama progressismo e che governa buona parte della regione.

Il progressismo e la sinistra hanno svolto un ruolo significativo nella smobilitazione e nella depoliticizzazione delle società. In Europa non esiste un vero movimento antifascista, anche se l’estrema destra governa in Italia, può tornare al governo in Spagna, avanza in Germania e in altri paesi. E nemmeno c’è stato un movimento contro Jair Bolsonaro nelle strade brasiliane, perché la sinistra scommette sulle urne e crede che la protesta faccia calare i voti delle classi medie.

Quando i popoli sono scesi in piazza con sollevazioni fenomenali (Cile, Colombia, Ecuador, Perù, e ora nella provincia di Jujuy, in Argentina), lo hanno fatto nonostante o contro il progressismo e i partiti di sinistra che, una volta spenta la fiammata della protesta, si preparano a incanalarla attraverso i canali istituzionali.

In Europa, essere a favore della pace, per quella sinistra, è sinonimo di essere filo-russi e pro-Putin. Nel nostro continente, difendere la vita e i territori dei popoli equivale a “fare il gioco della destra”, come dicono i progressisti. In questo modo si scoraggia la critica e la disobbedienza al potere, il che è un chiaro sintomo della depoliticizzazione che ci attraversa come società e che, alla lunga, favorisce la destra.

Essere di sinistra, infatti, è sempre stato sinonimo di un esercizio di critica-autocritica e di disobbedienza al potere; non si è mai trattato di fare calcoli sui vantaggi che si potevano conseguire per arrivare al potere o per mantenerlo.

In Honduras, la presidente progressista Xiomara Castro ha preso come modello il salvadoregno Nayib Bukele per combattere la violenza delle bande. Violenza contro la violenza; militarizzazione della società; tutto il potere alla polizia e all’esercito; spogliare i delinquenti della loro umanità, quando provengono dal mondo che sta in basso.

Il possibilismo e il pragmatismo sono la metastasi del progressismo e delle sinistre. Per quale motivo il Presidente del Messico non condanna coloro che attaccano le comunità zapatiste e squalifica coloro che difendono i loro territori e le organizzazioni per i diritti umani? Chi spara contro la gente è più difendibile di chi mette a rischio soltanto il proprio corpo, senza violenza, per difendere la vita?

Il comunicato del Congresso Nazionale Indigeno anticipa che potremmo trovarci di fronte al preambolo di un’offensiva militare e mediatica, nella misura in cui la violenza viene minimizzata (“Chiapas: la violencia que arriba pretenden ocultar”). Nelle fasi finali di un’amministrazione, si possono intraprendere azioni radicali con un costo politico inferiore rispetto ad altri periodi.

In ogni caso, non dobbiamo perdere di vista il fatto che la ‘sinistra di destre’ è salita al potere per sbloccare la governabilità, di fronte al potente attivismo dei popoli.

Fonte: “Por qué no hay un movimiento contra la guerra”, in La Jornada, 30/06/2023.
Traduzione a cura di Camminardomandando.