Raúl Zibechi
17 giugno 2022

L’omogeneità dei soggetti collettivi non fu altro che un sogno impossibile del pensiero critico, che oggi è messo in discussione dalla realtà. Lo sforzo di omogeneizzare il campo popolare ha portato alla politica dell’unità che attraversò il sindacato, le varie organizzazioni sociali e il partito, perché era considerato chiave per la conquista dello Stato.
Fin dalle sue prime opere, come il Manifesto del Partito Comunista (1848), Marx lavorò sull’idea che la società sarebbe stata sempre più divisa in due campi opposti e che ciascuno sarebbe stato omogeneo, perché avrebbe difeso interessi comuni che prevalevano sulle contraddizioni secondarie, come le battezzò Mao.
Marx riteneva che le condizioni di esistenza dei proletari sarebbero andate sempre più eguagliandosi a causa dallo sviluppo del lavoro in fabbrica che li immerge nella povertà, ma credeva anche che solo il proletariato fosse una classe veramente rivoluzionaria. Le altre tendono a scomparire o sono reazionarie, come pensava che fosse anche la classe contadina.
Ma se queste idee non erano corrette, ancor meno lo sarebbe l’applicazione di alcuni principi da esse derivati nell’azione politica. Così apparvero le centrali uniche, come le CUT del Brasile e del Cile, tra le altre, compresa la centrale unica contadina della Bolivia, il CSUTCB. Ci sono centinaia di sindacati unici per ramo, ognuno dei quali incarna l’unità.
Questi concetti di unità e unicità incarnano una precisa volontà di escludere e appiattire il diverso, tutto ciò che non è subordinato a una strategia che ha bisogno di soggetti collettivi omogenei. Si presume infatti che l’unità scolpita nell’omogeneità permetta che ci siano soggetti potenti in grado di prendere il potere e imporre l’egemonia del campo rivoluzionario.
Poi succede quello che succede: si impone una leadership che rappresenta l’unità e finisce per usurpare il ruolo dei settori popolari che dichiara di rappresentare. Fino a quando quel germoglio dall’alto non diventa una nuova classe dirigente, o come si voglia chiamare il branco dei Putin, Ortega e Xi, che governano comandando.
Nel 1970, e fino a poco tempo fa, i sostenitori dell’unità accusavano le femministe di dividere la sinistra e i sindacati, e affermavano che le loro richieste si sarebbero concretizzate quando loro (i leader maschili) sarebbero saliti al potere. Lo stesso è stato detto ai popoli indigeni e neri. La lettera di Aimé Césaire a Maurice Thorez quando si dimise dal Partito Comunista Francese (1956) è uno dei pezzi più illuminanti che denunciano questa politica (https://bit.ly/3HD4JCp).
La verità, e la cosa promettente, è che da quando altri soggetti collettivi come i popoli indigeni e le donne hanno cominciato ad emergere, le cose hanno cominciato a cambiare e non si parla più tanto di omogeneità e unità. Ma sono sorti nuovi problemi.
Resistere e combattere in eterogeneità ha portato collettivi e persone a difendere questioni limitate e ristrette, ignorando i problemi comuni. Inchiodarsi alla difesa dalle oppressioni che si subiscono e nello stesso tempo lottare anche contro il capitalismo, il patriarcato e il colonialismo, non è usuale ai nostri giorni.
In questo modo, il potere ha imparato a cooptare, adottando verniciature di verde e di sostenibilità, dicendo di sostenere le donne, i sessualmente diversi, gli indigeni e i neri. È stato il modo per allargare la sua base sociale incorporando le élites dei movimenti, ma ponendo un assedio politico contro gli anticapitalisti, accusandoli di essere radicali.
In realtà, il potere gioca il suo gioco. Il problema, come quasi sempre, è nel nostro campo. Possiamo andare avanti solo se sentiamo che tutte le oppressioni ci sfidano, che dobbiamo sostenere tutte le resistenze, al di là della geografia di ciascuna, dell’attrattiva di questo o quel discorso o leader.
Come diceva León Philip: Non cantiamo mai la vita della stessa gente / né il fiore di un solo giardino / Che tutti i popoli e tutti gli orti siano nostri.
Un tema centrale è come mettersi in relazione tra persone e gruppi diversi, tra eterogeneità che resistono. Qui le parole unico e unità disturbano. I popoli indigeni del Brasile hanno creato un’articolazione, l’APIB (Articolazione dei Popoli Indigeni del Brasile). I nasa del Cauca colombiano hanno creato un consiglio regionale, il CRIC. In Messico, il Consiglio Indigeno di Governo è un esempio di un analogo proposito.
Altri hanno creato coordinamenti, plenarie e una grande varietà di forme, con l’intenzione di includere le differenze, incoraggiando la loro espressione in un arcobaleno in cui tutti i colori coesistono senza che uno si imponga sugli altri. Per abbracciare tutti i popoli, tutte le oppressioni e le resistenze, non si usano né le avanguardie né le contraddizioni principali e secondarie.
Costruire sull’eterogeneità, rispettando i tempi e i modi di camminare di ciascuno, come propongono gli zapatisti, è un processo di apprendimento incompiuto, sempre incompleto, che ci richiede di essere disposti a continuare ad imparare e a continuare ad abbandonare gli ego individuali e collettivi.

Fonte: “Pensar y actuar desde las heterogeneidades”, in La Jornada, 17/06/2022.
Traduzione a cura di Camminardomandando.