di Raúl Zibechi
Brecha, 23 agosto 2019

Malgrado
siano circondati dall’Esercito messicano, le basi di appoggio
dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) sono
riuscite a rompere l’accerchiamento militare, mediatico e politico
che gravava sopra di loro. In un comunicato del 17 agosto, firmato
dal subcomandante Moisés, indigeno divenuto il portavoce del
movimento zapatista dopo la ‘morte’ simbolica di Marcos, dalle
montagne del sud-est messicano viene annunziata la creazione di sette
nuovi caracoles
(vedi sotto) e quattro municipi autonomi, che si chiameranno da ora
in avanti «centri di resistenza autonoma e ribellione
zapatista».
Siamo di fronte al terzo balzo in avanti
organizzativo delle comunità maya che costituiscono l’EZLN. Le
date sono 1994, 2003 e 2019. Nel 1994 annunciarono la creazione dei
municipi autonomi ribelli zapatisti, in mezzo alle frodi elettorali e
al caos instaurato dal governo dello storico Partito Rivoluzionario
Istituzionale (PRI – il partito che ha governato il Messico dal 1927
al 2000, ndt). Nel 2003 dettero vita a cinque caracoles
per esercitare l’autonomia, allorché il parlamento messicano,
inclusi sia i partiti di destra che quelli di sinistra, respinse ciò
che era stato negoziato e firmato da delegati ufficiali (riferimento
agli accordi di San Andrés su Cultura e Diritti indigeni, ndt).
I
27 municipi autonomi (inizialmente erano alcuni di più) si
sovrappongono ai municipi ufficiali, e in essi si raggruppano i
rappresentanti delle comunità delle rispettive zone di influenza. I
caracoles
invece articolano le loro regioni e sono sede delle Giunte di Buon
Governo, che svolgono a rotazione il compito di governare una mezza
dozzina (in media) di municipi e centinaia di comunità.
La zona
zapatista non è omogenea. Nelle comunità e nei municipi (che sono
autogovernati da consigli autonomi) convivono famiglie zapatiste e
non zapatiste, con la particolarità che le seconde accedono alle
cliniche e ai centri sanitari creati e diretti dalle prime, e
preferiscono la giustizia autonoma amministrata dalle Giunte di Buon
Governo, che non chiedono denaro e non sono corrotte, come accade per
la giustizia dello Stato.
Le famiglie non zapatiste usufruiscono
dell’aiuto dei governi federali e dello Stato del Chiapas,
ricevendo alimenti e materiali per le abitazioni e per i progetti
sociali, un aiuto che l’attuale governo di Andrés
Manuel López Obrador ha ampliato con progetti assistenziali, quali
Sembrando
Vida
(Seminando Vita) e Jóvenes
Construyendo el Futuro (Giovani
che Costruiscono il Futuro). Gli zapatisti non solo non usufruiscono
di questi progetti, ma, per sollecitazione delle donne, neppure
bevono alcolici, poiché esse sanno che l’alcol incrementa la
violenza machista.
I caracoles
sono «finestre per guardare il nostro interno e per vedere fuori»,
mentre le Giunte di Buon Governo «funzionano secondo i principi
della rotazione, della revoca del mandato e della rendicontazione» e
sono «reti reali di potere dal basso», mediante le quali vengono
articolati i consigli comunali. Si sono trasformate in forme di
potere in cui «i governanti divengono servitori», come ricorda il
sociologo Raúl Romero (La Jornada, 17 agosto 2019).
Un balzo in avanti
La cosa più importante dell’annuncio dello scorso 17 agosto è che vari dei nuovi centri si trovano al di fuori della zona di controllo tradizionale dello zapatismo, mentre altri sono interni e rafforzano la presenza che gli zapatisti hanno nella regione dopo la sollevazione del 1994, quando recuperarono centinaia di migliaia di ettari dei grandi proprietari terrieri. Oggi i centri zapatisti sono 43.
Come segnala il direttore della rubrica Opinión del quotidiano La Jornada, Luis Hernández Navarro, «l’espansione dell’autonomia zapatista in nuovi territori smentisce la supposta diserzione delle sue base sociali risultante dai programmi assistenziali». Organizzano centinaia di assemblee, «moltiplicandosi come forza politico-sociale, attraverso mobilitazioni pacifiche sui generis, che hanno cambiato il terreno di confronto con lo Stato, trasferendolo sul terreno dove le comunità sono più forti: quello della produzione e riproduzione della loro esistenza» (La Jornada, 20 agosto 2019 – traduzione italiana nel blog del Comitato Chiapas “Maribel”).
Il passo successivo è l’appello alla società perché contribuisca alla costruzione dei nuovi spazi, oltre che l’appello ai collettivi urbani perché creino una «rete internazionale di resistenza e ribellione», chiedendo ai partecipanti di rinunziare «a egemonizzare e omogeneizzare». Inoltre, convocano intellettuali e artisti a festival, incontri e convegni, ‘semenzai’ di idee e dibattiti.
Una nuova cultura politica
L’aspetto più interessante di questa espansione dello zapatismo consiste nei modi in cui lo hanno fatto, nel come della loro azione politica. Perché rivela una cultura contromano rispetto a quella egemonica, ancorata com’è alle istituzioni statali o alle ONG e all’affermazione della separazione fra coloro che comandano e prendono le decisioni e coloro che obbediscono e operano.
Nel comunicato firmato da Moisés, così come nella precedente comunicazione zapatista, vi è una chiara presa di distanza dall’avanguardismo, ma anche dalla cultura gerarchica dei partiti. Sono state le donne e i giovani ad uscire dalle proprie comunità per dialogare con altre comunità, e si sono capiti rapidamente «come solo si capiscono fra loro quelli che condividono non solo il dolore, ma anche la storia, l’indignazione, la rabbia».
Il ruolo centrale è stato quello delle donne: «Non solo stanno davanti » spiega Moisés «per indicarci il cammino e affinché non ci perdiamo, ma stanno anche di fianco perché non ci sviamo, e dietro perché non arretriamo». Esse incarnano la cultura comunitaria, che antepone il collettivo all’individuale, la dignità e la cosmovisione ai vantaggi materiali. Per questo si sbagliano di grosso i governi che pensano -come quello di AMLO, ma anche gli altri progressisti- che con piani economici possono far sì che interi popoli rinunzino alle proprie identità.
Si tratta di una cultura politica che può essere compresa solo in chiave comunitaria. Coloro che visitano le regioni zapatiste sono soliti sorprendersi quando li sentono rivolgersi ai loro principali ‘nemici’, le basi del PRI, chiamandoli «fratelli priisti» oppure, con riferimento all’attuale partito di governo, «fratelli partitisti». Molti di questi fratelli sono coloro che adesso hanno compiuto il passo di rifiutare le elemosine dall’alto per diventare zapatisti: il modo che hanno scelto per continuare ad essere popoli originari.
Traduzione a cura di Camminar domandando
Fonte: “La tercera expansión del zapatismo”, in Brecha, 23 agosto 2019