Raúl Zibechi
3 giugno 2022

Colombia, Ecuador e Cile ci mostrano processi recenti relativamente simili. I governi della destra neoliberista sono stati affrontati da grandi rivolte popolari di lunga durata, che hanno aperto lacune nella dominazione e messo a repentaglio la governabilità. Il sistema politico ha risposto incanalando la disputa nel terreno istituzionale, con l’approvazione e l’entusiasmo della sinistra.
Durante le rivolte, le organizzazioni di base si rafforzano e se ne creano di nuove. In Cile, più di 200 assemblee territoriali e più di 500 ollas (cucine [letteralmente: pentole] – ndt) comunitarie a Santiago quando venne dichiarata la pandemia. In Ecuador il parlamento indigeno e i movimenti sociali, con più di 200 organizzazioni. In Colombia decine di punti di resistenza, territori liberi dove le persone creano nuove relazioni tra loro.
I risultati dell’opzione istituzionale di solito diventano visibili qualche tempo dopo, quando la potenza delle rivolte inizia a disfarsi e non ci sono quasi più organizzazioni di base. Il Parlamento ecuadoriano non funziona più. Le assemblee cilene si sono indebolite in numero e partecipazione. Lo stesso accade in Colombia.
Il caso del Cile è il più drammatico, dal momento che l’intera potenza della rivolta è stata presto neutralizzata con la firma di un accordo per una nuova Costituzione, anche se sappiamo che l’obiettivo finale era quello di togliere la popolazione dalle strade, perché è la principale minaccia al dominio delle élites economiche e politiche.
Il Cile è l’unico di quei tre paesi in cui il processo elettorale ha incoronato qualcuno che ha affermato di rappresentare la rivolta, l’attuale presidente Gabriel Boric. Cosa si poteva chiedere di più? Un giovane che era stato attivo nella protesta studentesca e che fa parte della nuova sinistra raggruppata attorno ad Apruebo Dignidad! (“Approvo Dignità”: “coalizione politica cilena creata l’11 gennaio 2021 dal Frente Amplio e Chile Digno, voluta principalmente dai due maggiori partiti di tali coalizioni, il Partito Comunista e Convergencia Social, ai quali poi si sono uniti una serie di altre organizzazioni e movimenti” [da Wikipedia] – ndt).
È la più grande delusione immaginabile, per coloro che scommettevano su un cambiamento gestito dall’alto sulla scia della protesta. È stato Boric a firmare il patto con la destra e il centro, con la classe politica elitaria, per convocare l’assemblea costituente. È stato lui a dire più e più volte che le cose sarebbero cambiate con il suo governo e a promettere di smilitarizzare il territorio mapuche, Wall Mapu.
Due mesi dopo aver assunto la presidenza, ha proclamato lo stato di eccezione in quelle terre. Proprio come Sebastián Piñera, il presidente di destra odiato da metà Cile. Proprio come tutti i governi precedenti, compreso ovviamente il regime di Pinochet.
Lo stato di eccezione è diretto contro l’attivismo mapuche che recupera terre e sabota le imprese estrattive che distruggono la madre terra. In particolare, si volge contro la Resistenza Mapuche Lavkenche (RML), il Coordinamento Arauco-Malleco (CAM) e la Liberazione Nazionale Mapuche (LNM), nonché le organizzazioni autonome di resistenza territoriale.
L’occupazione militare dell’Araucanía risponde alla richiesta di camionisti e proprietari terrieri. Per Héctor Llaitul, dirigente del CAM, «è la piena espressione della dittatura militare che noi, i mapuche, soffriamo da sempre». La RML dal canto suo, ritiene che Boric abbia «lasciato le nuove politiche repressive nelle mani del Partito Socialista, con l’avallo della criminalità organizzata» (https://bit.ly/3lYSpSC).
Si può solo aggiungere che la politica economica è stata consegnata a uno dei principali difensori del neoliberismo e dell’ortodossia economica, Mario Marcel. Non ci saranno cambiamenti. Appena qualche tocco cosmetico. La popolarità di Boric è crollata: il 57% lo disapprova, solo due mesi dopo l’assunzione dell’incarico (https://bit.ly/3x2dkcz).
Il Cile non è l’eccezione, ma la regola. Qualcosa di simile accade in Ecuador, anche se la presidenza è stata conquistata da Guillermo Lasso, di destra. In Colombia, purtroppo, il movimento sociale si è invischiato nelle urne disorganizzando i propri territori urbani.
Alcune riflessioni.
In primo luogo, la politica elettorale dipende molto più dal marketing che dai programmi e dalle proposte. Proprio come il consumismo è una mutazione antropologica (Pasolini), il marketing elettorale rimodella mappe e comportamenti politici da cima a fondo.
Due: il potere, il vero potere, non nasce dalle urne e non sta nei parlamenti o nei governi, ma è situato lontano dalla visibilità pubblica, nel capitale finanziario ultra-concentrato, nell’invisibile 1% che controlla i media, le forze armate e di polizia, i governi di qualsiasi livello e, soprattutto, i gruppi narco-paramilitari illegali che ridisegnano il mondo.
Tre: i governi eletti non possono – nell’ipotetico caso in cui ci provino – toccare gli interessi dei poteri reali e dei potenti. Questi sono corazzati dietro a vari eserciti, statali e privati, a un sistema giudiziario opaco e ai media mainstream.
Quarto: si tratta di prendere altre strade, non di insistere su quelle che già sappiamo portano solo a rilegittimare ciò che esiste e indebolire gli altri mondi che nascono. Non contendere il loro potere (né la loro salute, né i loro mezzi di comunicazione, né la loro educazione). Creare il nostro. E difenderlo.

Fonte: “La estéril ilusión del cambio por arriba”, in La Jornada, 03/06/2022.
Traduzione a cura di Camminardomandando.