Raúl Zibechi
12 giugno 2023
Chiunque sia stato in Venezuela tra il 2016 e il 2018 deve concludere che in questo momento c’è una ripresa importante ma relativa. Il paese si è lasciato alle spalle le gravi carenze che causavano code interminabili per ottenere cibo, e ora si trova tutto l’immaginabile, ma a prezzi impossibili per lavoratori che guadagnano dai 15 ai 20 dollari al mese.
Quegli anni furono un vero e proprio terremoto, economico, sociale, culturale e politico. Basti ricordare che il mese con l’inflazione mensile più alta è stato il settembre 2018 con il 233%, e a febbraio 2019 l’iper-inflazione su base annua ha raggiunto il 2.295.981%. Cifre astronomiche, al di là di ogni immaginazione.
Nel giugno 2016, durante la mia ultima visita a Barquisimeto, le strade sembravano deserte, circolavano pochissime auto degli anni ’70. L’illuminazione era quasi inesistente, le strade erano tappezzate di buche, le code per comprare cibo, soprattutto la farina con cui si fanno le arepas [focacce di farina di mais, alimento base come per noi il pane – ndt], erano interminabili, e molte persone passavano la notte in fila per prendere un chilo di farina e un chilo di riso. L’emigrazione ha portato via sei milioni di persone, il 20% della popolazione.
Oggi, invece, si vedono auto degli anni 2000, molte delle quali vendute a prezzi bassi dai migranti. Le strade e i viali sembrano relativamente trafficati (anche se non con gli ingorghi delle città latinoamericane), c’è molta più illuminazione e le strade sono state riparate. Tutti quelli con cui ho potuto parlare durante questa settimana concordano sul fatto che c’è più attività, meno criminalità e maggiore stabilità, poiché i prezzi aumentano ‘solo’ del 400% all’anno. La Banca Centrale ha riferito che nei primi quattro mesi i prezzi sono cresciuti dell’86,7%, una cifra che, pur essendo molto alta, è ben diversa da quelle degli anni precedenti.
Nel 2019 il governo ha deciso di liberalizzare i prezzi che il governo di Hugo Chávez aveva regolamentato. e il tasso di cambio è stato liberalizzato. Banconote da un milione bolivar sono ancora in circolazione. Con dieci di loro Yhonatan Rodríguez paga i pedaggi, che ammontano a solo mezzo dollaro, quotato 26 bolivar. Di conseguenza c’è più stabilità e il mercato è invaso da prodotti importati, ma anche da quelli fabbricati in Venezuela, poiché ora le poche industrie sopravvissute sono redditizie.
Il rovescio della medaglia è la crescita della povertà e della disuguaglianza, che rivela il consolidamento del capitalismo nella società venezuelana. Si sono moltiplicate le bodeguitas, che vendono dai liquori alla frutta e verdura a prezzi ragionevoli, anche se molto più alti di quelli che i settori popolari possono permettersi. Una maestra riceve 300 bolivar al mese (11 dollari), ma un litro di olio costa due dollari e un chilo di farina un dollaro. Per questo motivo gli insegnanti sono in sciopero da mesi, con il risultato che ci sono solo uno o due giorni di scuola alla settimana. In alcuni quartieri, le famiglie si sono organizzate per risolvere il problema degli acquisti e del trasporto degli insegnanti, in modo che i loro figli e le loro figlie possano ricevere un’istruzione.
Il trasporto pubblico è radicalmente mutato, per quello che posso vedere per le strade di Barquisimeto dove sto visitando la rete di cooperative Cecosesola. Sette anni fa era in funzione un sistema moderno chiamato Transbarca, un sistema di trasporto veloce con autobus articolati. È stato inaugurato nel 2013 ed ha avuto molto successo grazie al basso prezzo e alla velocità del trasporto e dei collegamenti.
Oggi la maggior parte dei veicoli è paralizzata in un ‘cimitero degli autobus’, le piazzole sono vuote e i pochi autobus in circolazione passano una volta all’ora, mentre prima la frequenza era di 15 minuti. Il fatto è che sono stati sostituiti da un’infinità di minibus privati che servono la stragrande maggioranza della popolazione, anche se il loro prezzo è di 7 bolivar rispetto agli 1,50 dell’autobus Transbarca. È un piccolo esempio di una società che sta risolvendo i problemi che lo Stato ha creato per inefficienza e corruzione.
I problemi sono ben lungi dall’essere risolti. Le code per fare il pieno di benzina sono interminabili. La raffineria di Puerto Cabello è stata riparata, ma quella di Falcón è rimasta paralizzata (sono le due raffinerie più grandi, in funzione rispettivamente da 70 e 60 anni); entrambe hanno gravi problemi di manutenzione. In questo momento la benzina non c’è o sta arrivando col contagocce, il che paralizza le attività e ricorda i momenti peggiori di carenza di carburante. Gli automobilisti possono impiegare giornate intere per fare il pieno.
Queste sono solo istantanee di una realtà contraddittoria. La cosa più importante, a mio avviso, è il completo fallimento delle politiche stataliste che puntano esclusivamente sulla capacità dello Stato di dirigere tutto, dal decidere che cosa produrre, ai prezzi e ai luoghi di vendita.
In un momento in cui questo modo di procedere è fallito in Venezuela, come aveva fatto in precedenza nell’Unione Sovietica, la società mostra il suo dinamismo e la sua capacità creativa. In ogni isolato ci sono fino a quattro piccole imprese familiari che utilizzano la casa stessa come spazio di vendita. Si tratta nello stesso tempo di una strategia di sopravvivenza e di un’offerta popolare dal basso.
L’immagine è quella del collasso del vecchio Venezuela, anche se il nuovo non sta ancora nascendo (ad eccezione di iniziative come Cecosesola, di cui parlerò tra qualche giorno), ma lo Stato dimostra la sua enorme capacità distruttiva che può ancora continuare a danneggiare la popolazione. È una guerra dello Stato contro la società, che crea enormi difficoltà a chi resiste e vuole creare mondi nuovi.
Fonte: “Impresiones de la ‘nueva’ Venezuela”, in desInformémonos, 12/06/2023.
Traduzione a cura di Camminardomandando.