Raúl Zibechi
2 gennaio 2023

Ad un certo punto dovremmo capire che la critica non è solo eticamente difendibile, ma anche politicamente decisiva per plasmare le forze del cambiamento. Non si possono fare progressi in questa direzione evitando i dibattiti.
Credo che le lotte dei popoli oppressi si giustifichino da sole, ben al di là delle aree geografiche in cui avvengono e del tipo di governi che affrontano. Ritengo infatti che la geopolitica, cioè la lotta tra Stati per l’egemonia, non debba prevalere sulla difesa delle persone oppresse.
Il sostegno incondizionato alle lotte dei popoli è sempre stato una bandiera imprescindibile della sinistra e di chi, come noi, lotta per l’emancipazione sociale. Questo sostegno non può dipendere dal luogo in cui vivono, dal fatto che lo Stato che li opprime sia governato dalla destra o dalla sinistra. Le lotte dei lavoratori cinesi o russi sono valide come quelle di qualsiasi lavoratore in qualsiasi parte del mondo.
Tuttavia, l’attuale confronto geopolitico sembra oscurare questi principi, a tal punto che le sinistre appaiono divise, non più secondo la vecchia spaccatura tra riforma e rivoluzione (non di rado semplificata e manipolata), ma secondo le aree geografiche. In questo modo, si possono sostenere le lotte e le resistenze nei paesi governati dalla destra, ma il sostegno viene evitato, fino al punto che a volte viene condannato, quando lotte analoghe si verificano sotto governi di sinistra.
Giorni fa, la giornalista Caitlin Johnstone ha avuto il coraggio di sintetizzare queste posizioni in un articolo intitolato “Non sei di aiuto quando sostieni le proteste nelle nazioni perseguitate dall’impero degli Stati Uniti”.
La giornalista risponde a un altro articolo pubblicato dalla rivista Truthout in cui si dice che “la sinistra può sostenere le proteste in Cina senza essere complice dell’imperialismo statunitense”, affermando che i lavoratori uiguri e cinesi devono ricevere solidarietà dalle sinistre del mondo. È vero però che la giornalista sembra limitare le sue critiche ai “sinistroidi anglofoni” che criticano i governi perseguitati dagli Stati Uniti.
Johnstone si chiede “quali benefici concreti ricevano le persone che protestano contro i governi dei paesi assediati dall’impero quando ci sono espressioni di solidarietà da parte dell’Occidente”, discutendo “gli effetti negativi dell’aiutare a rafforzare la condanna di un governo contro il quale l’impero sta cercando di costruire consenso per attaccarlo”.
A questo proposito, dobbiamo dire che le classi dominanti del mondo hanno generato un’enorme confusione organizzando e promuovendo le cosiddette “rivoluzioni colorate”, utilizzando in tal modo a vantaggio del dominio quelle che erano richieste legittime, come è accaduto in diversi paesi in cui l’Occidente ha interesse a rovesciare i governi.
A sostegno della sua tesi, Johnstone riproduce i dati sulla fenomenale copertura delle proteste di Hong Kong fatta dal New York Times e dalla CNN, in contrasto con la copertura quasi inesistente che hanno avuto le rivolte in Cile, Haiti ed Ecuador (737 articoli nel primo caso rispetto a solo 76 negli altri tre). L’elenco potrebbe essere allungato: i mezzi di comunicazione di destra sovraespongono le proteste a Cuba o in Venezuela e minimizzano o distorcono gli eventi accaduti giorni fa in Perù, nonostante il fatto che non meno di 28 persone (ndt – 40 a oggi, 14 gennaio) sono state uccise da colpi di arma da fuoco provenienti dalle forze repressive.
La giornalista conclude: “Se vivi negli Stati Uniti o in alcuni dei paesi che compongono l’impero come la Gran Bretagna, l’Unione Europea, l’Australia o il Canada, non è possibile che tu aggiunga la tua voce per sostenere la causa della gente che protesta nelle nazioni assediate dall’impero, senza collaborare alle campagne di propaganda imperiale”.
Questo è il punto. Chi può criticare o mostrare solidarietà e chi non dovrebbe farlo, a seconda del luogo in cui vive. Così la geopolitica schiaccia il conflitto sociale, così gli interessi degli Stati si impongono al di sopra delle classi e dei settori sociali. E questo mi sembra inaccettabile. Sarebbe come negare che i cinesi subiscano oppressione e violenze quando protestano.
Quello che non mi sembra etico è calcolare chi trae vantaggio da una lotta per decidere se è giusta o meno. Secondo la mia formazione, le lotte dei popoli sono giuste se sono quei popoli a prendere la decisione di farle, anche se io pensassi che stanno sbagliando. L’etica e il calcolo percorrono strade opposte. Una politica senza etica non ha il minimo senso, anche se momentaneamente può “trionfare”. Una violazione dei diritti è una violazione, indipendentemente da chi è al governo.
Il presidente progressista Gustavo Petro giustifica il suo sostegno agli Stati Uniti, e il fatto di non aver chiuso nessuna delle basi che operano in Colombia, con il sostegno della NATO alla presunta cura della foresta pluviale amazzonica, un’azione in vista della quale hanno creato unità militari congiunte con elicotteri donati dal Pentagono (si veda il tweet di Betancourt).
Di fronte a questo, dovremmo rimanere in silenzio perché favoriremmo Uribe e l’estrema destra? Ora che Lula è tornato al governo, le critiche alla sua gestione dovrebbero essere messe a tacere per non favorire Bolsonaro?
Non intendo insinuare che la giornalista americana difenda atteggiamenti come quello di Petro. Ma in questa regione lo stesso argomento è stato usato per impedire il dibattito, sebbene i governi progressisti siano sempre più simili a quelli della destra e stabiliscano terribili accordi con il FMI (come ha appena fatto l’argentino Alberto Fernández), accordi che danneggiano l’intera popolazione, al cui interno il 40% è in condizioni di povertà.
Lo ripeto, ad un certo punto dovremmo capire che la critica non è solo eticamente difendibile, ma politicamente decisiva nel plasmare le forze del cambiamento. Non si possono fare progressi in questa direzione evitando i dibattiti. Per fare solo un esempio, oggi la sinistra latinoamericana è profondamente divisa nel suo atteggiamento nei confronti del governo di Daniel Ortega.
Possiamo dire a Leonardo Boff o a Pepe Mujica che sono agenti dell’imperialismo perché hanno condannato categoricamente Ortega? E cosa dovremmo rimproverare a Eduardo Galeano?
Viviamo in tempi critici. Ma una delle maggiori difficoltà che attraversiamo è la confusione, il non essere in grado di distinguere tra sinistra e destra, tra giusto e sbagliato. La nostra crisi si approfondisce.

Fonte: “Geopolítica y conflicto social”, in VientoSur, 02/01/2023.
Traduzione a cura di Camminardomandando.