Raúl Zibechi
18 novembre 2022
Tutto lo sforzo della classe dominante è rivolto ad eliminare o appiattire le differenze negli stili di vita, nelle pratiche quotidiane dei popoli, delle classi e degli individui, rispetto alla cultura dominante. A tal fine, intere regioni sono state militarizzate, e da cinque secoli si compiono genocidi e stermini di popolazioni.
L’evangelizzazione forzata promossa dai conquistadores mirava a distruggere l’autonomia politica e culturale dei popoli originari, ancorata a modi di vita comunitari e a spiritualità diverse ma inconciliabili con l’espropriazione portata avanti dal nascente capitalismo. Non si trattava di una questione di religioni, di dèi veri o falsi, ma del fatto che i popoli non dovevano continuare a vivere a modo loro, secondo i loro usi e costumi.
La distruzione dei modi di vita dei contadini inglesi è stata la chiave per l’instaurazione e l’espansione del capitalismo, come analizza Karl Polanyi nel suo libro La grande trasformazione. A tale scopo è stata applicata la violenza dall’alto, sottraendo i terreni comuni [i commons]) ai contadini per trasformare questi ultimi in vagabondi che avrebbero finito per diventare lavoratori imprigionati nei mulini satanici (satanic mills),[1] chiave di volta della rivoluzione industriale.
L’offensiva contro le osterie e altri spazi frequentati dagli operai all’inizio del XX secolo ha cercato di distruggere gli ambiti in cui i lavoratori utilizzavano il loro tempo libero per relazionarsi fra loro in modi diversi da quelli imposti dalla logica capitalistica, trasformandoli anche in territori di autonomia culturale e di organizzazione delle loro resistenze, come spiega James Scott in Domination and the Arts of Resistance [La dominazione e le arti della resistenza].
Possiamo risalire ai giorni della schiavitù (quando quilombos e palenques[2] erano spazi di libertà e di rivolta), o venire ai nostri giorni (quando gli stadi di calcio, che erano spazi di pertinenza della classe operaia, diventano meccanismi di accumulazione per espropriazione e di speculazione finanziaria), per verificare che la storia delle lotte è anche quella della distruzione e della riproduzione delle differenze di classe, di colore della pelle, di genere e delle diversità sessuali.
La guerra che oggi colpisce i popoli indigeni e afroamericani di tutto il continente, i contadini, le donne e i giovani che lottano, mira a spogliarli dei loro modi di vivere e a renderli dipendenti dal capitale. Per costringerli a servire. Per farli diventare schiavi salariati, che per meno di un salario minimo dedicano la propria vita a lubrificare l’accumulazione capitalistica.
La brutale offensiva contro i popoli nativi, dal Chiapas e dalla Sierra Tarahumara al sud del Cile, mira a espellerli dalle loro terre per trasformarle in mercanzie, certamente; ma anche perché nei loro territori i popoli vivono in modo eterogeneo rispetto al capitalismo. In questo caso, territorio e differenza sono intrecciati fra loro, e sono ciò che permette la continuità della resistenza.
Nel suo ultimo lavoro (Ir más allá de la piel, Tinta Limón, p. 51),[3] la femminista Silvia Federici sottolinea che durante la Grande Depressione le donne bianche della classe operaia venivano sterilizzate quando erano considerate deboli di mente, una categoria utilizzata dagli operatori sociali e dai medici per etichettare le donne considerate promiscue e inclini ad avere figli al di fuori del matrimonio. Cioè, per la loro diversità dal modello capitalistico di donna.
La differenza, le differenze, sono potenzialmente anticapitalistiche, ma non in modo automatico. Nella stessa ottica, possiamo affermare che se non ci sono modi di vita, culture e visioni del mondo diverse da quelle egemoniche, è impossibile qualsiasi resistenza duratura, qualsiasi aspirazione a cambiare il mondo e superare il capitalismo costruendo mondi ‘altri’, nuovi e, soprattutto, diversi. Questo punto è stato adeguatamente sottolineato dall’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
La seconda questione è che la differenza non cade dal cielo, non è un dato di fatto, ereditato o inamovibile. Va coltivata, difesa, approfondita, ogni giorno, ogni ora, in resistenza contro chi vuole eliminarla. Il sistema lo fa in diversi modi. Fra questi ci sono la violenza e l’accerchiamento che subiscono tante comunità e basi di appoggio, come abbiamo potuto vedere a Nuevo San Gregorio, nel territorio zapatista del Caracol 10.[4]
In maniera più sottile, il capitalismo tende a drogarci con la tentazione del consumo, che è una potente forza di attrazione per i giovani. Spingerci a migrare, a smettere di essere ciò che siamo, è un modo, complementare alla violenza vera e propria, per sopprimere le differenze del mondo che sta in basso.
Per tutti questi motivi, la lotta si svolge su più fronti: la difesa del territorio, l’affermazione della nostra cultura, l’impegno a non lasciarci trascinare in modi di vita che vogliono imporci per sfigurarci come popoli e come persone.
A mio avviso, la differenza è il fuoco sacro che dobbiamo proteggere, curare, approfondire e moltiplicare, ogni giorno della nostra vita.
Fonte: “Ser diferentes, para cambiar el mundo”, in La Jornada, 18/11/2022.
Traduzione a cura di Camminardomandando.
[1] Ndt – Stabilimenti tessili in cui si applicava una nuova tecnologia meccanizzata per la filatura del cotone.
[2] Ndt – I termini quilombos e palenques (letteralmente palizzate, recinti) fanno riferimento a comunità di schiavi africani (denominati cimarrones) riusciti a fuggire dalle piantagioni e a costituire importanti comunità.
[3] Ndt – Di prossima pubblicazione in italiano: Oltre la periferia della pelle. Ripensare, ricostruire e rivendicare il corpo nel capitalismo contemporaneo, D Editore, Roma 28 febbraio 2023.
[4] Ndt – A proposito della comunità di Nuevo San Gregorio, si veda un precedente articolo dell’autore: Spiritualità e autonomia.