di Raúl Zibechi
26 febbraio 2021
Un recente rapporto del Fondo Monetario Internazionale (FMI) rivela che le classi dirigenti, quelle delle quali l’organismo è a servizio, si aspettano esplosioni sociali in tutto il mondo a causa della pandemia.
Il documento Ripercussioni sociali della pandemia, pubblicato a gennaio, considera che la storia è una guida che permette di aspettarsi esplosioni di protesta che mettono in evidenza fratture già esistenti nella società: mancanza di protezione sociale, sfiducia nelle istituzioni, percezione di incompetenza o corruzione dei governi (Social Repercussions of Pandemics).
Grazie alle sue ingenti risorse, il FMI ha sviluppato un indice del malessere sociale basato su un’analisi di milioni di articoli di stampa pubblicati dal 1985 in 130 paesi, che esaminano 11.000 eventi che potrebbero causare esplosioni sociali. Questo gli consente di anticipare che entro la metà del 2022 inizierà un’ondata di proteste, che si tenta di prevenire e controllare.
L’importante è che il FMI dice ai governi e al grande capitale che il periodo che si apre nei 14 mesi successivi all’inizio della pandemia può essere pericoloso per i loro interessi e che essi devono essere preparati, ma aggiunge che cinque anni dopo gli effetti delle esplosioni di protesta saranno residuali e non influenzeranno più l’economia.
L’equazione sembra chiara: le classi dominanti si aspettano esplosioni di protesta e si preparano ad affrontarle e neutralizzarle, perché per un certo periodo possono destabilizzare il loro dominio.
Un dettaglio: lo studio non cita nemmeno i risultati di eventuali elezioni come rischi per il capitale, forse perché, al di là di chi vince, sanno che i governi che escono dalle urne non sono mai riusciti a intaccare il potere del capitale.
I movimenti anticapitalisti devono prestare molta attenzione alle previsioni del sistema, per non ripetere errori e per evitare azioni che, nel lungo periodo, logorano senza produrre cambiamenti. Propongo di differenziare le esplosioni di protesta dalle sollevazioni, per mettere in luce che le prime non sono utili, mentre le altre potrebbero esserlo se sono il risultato di una forte organizzazione collettiva.
Le esplosioni di protesta sono reazioni quasi immediate alle violenze, come i crimini della polizia; producono un’enorme e furiosa energia sociale che svanisce in pochi giorni. Citiamo ad esempio quella che durò tre giorni nel mese di settembre a Bogotà, di fronte all’omicidio da parte della polizia di un giovane avvocato, con nove fratture del cranio.
La repressione causò la morte di oltre 10 manifestanti e 500 feriti, circa 70 da proiettili. La giusta rabbia si concentrò nei Centri di Pronto Intervento, le sedi della polizia nelle periferie, 50 delle quali furono distrutte o incendiate. Dopo tre giorni, la protesta si spense e nei quartieri più colpiti dalla violenza statale non rimase alcun gruppo organizzato.
Ci sono molti esempi di questo tipo, ma mi interessa sottolineare che gli Stati hanno imparato ad affrontarli. Esibiscono la violenza nei media, creano gruppi di studio sulle ingiustizie sociali, tavoli di mediazione per simulare interesse e possono persino sospendere alcuni membri della polizia dai loro compiti, inviandoli altrove.
Il fatto più frequente è che i governi accettino che vi siano ingiustizie, in generale, e che attribuiscano la violenza delle esplosioni di protesta alla precarietà del lavoro giovanile e ad altre conseguenze del sistema, senza affrontare le cause profonde.
La sollevazione è qualcosa di diverso. Un gruppo organizzato ne decide l’inizio, traccia gli obiettivi e le modalità, i punti di concentrazione e di ritirata, e decide con un dialogo collettivo quando la sollevazione dovrà avere termine. L’esempio migliore è la rivolta indigena e popolare dell’ottobre 2019 in Ecuador. Durò 11 giorni, venne decisa dalle basi della Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador e vi aderirono i sindacati e i giovani delle periferie urbane.
La violenza venne contenuta dal servizio d’ordine delle organizzazioni, che impedirono i saccheggi fomentati da poliziotti infiltrati. La decisione di porvi fine venne presa in enormi assemblee a Quito, dopo che il governo di Lenín Moreno aveva annullato il pacchetto di misure neoliberiste che avevano causato la mobilitazione. Il parlamento indigeno e i movimenti sociali creati alcuni giorni dopo furono incaricati di dare continuità al movimento.
Una sollevazione può rafforzare l’organizzazione popolare. In Cile, dove preferiscono dire rivolta e non esplosione di protesta, più di 200 assemblee territoriali nacquero durante le sollevazioni in quasi tutti i quartieri popolari.
L’azione collettiva massiccia e incisiva deve rafforzare l’organizzazione, perché è l’unica cosa che può creare continuità nel tempo. Le classi dirigenti hanno imparato già da lungo tempo a superare le esplosioni di protesta, perché sanno che sono effimere. Se ci organizziamo, le cose possono cambiare, ma non raggiungeremo nulla se crediamo che il sistema cadrà con un solo colpo.
Fonte: “Estallidos o levantamientos”, in La Jornada, 26/02/2021.
Traduzione a cura di Camminardomandando