Raúl Zibechi
28 maggio 2022

Álvaro Uribe Vélez ha assunto la presidenza della Colombia il 7 agosto 2002 e, dopo essere stato rieletto, è rimasto in carica fino al 2010. Tuttavia, l’uribismo affonda le sue radici negli anni 1990, durante il mandato del suo leader come governatore di Antioquia, un incarico che ha segnato il suo percorso politico. Durante quel mandato, Uribe ha promosso le Convivir (associazioni comunitarie di sorveglianza rurale), che hanno svolto un ruolo di primo piano nel conflitto interno, a causa dell’integrazione in un quadro giuridico favorevole ai proprietari terrieri, che si sono armati per affrontare i gruppi guerriglieri con il sostegno delle Forze Armate. Nel corso degli anni, molti dei membri delle Convivir sono entrati nelle Autodifese Unite della Colombia, la principale organizzazione paramilitare del paese.
Come presidente, Uribe ha rapidamente negoziato la pace con i paramilitari, nel 2003, applicando pene che andavano dai cinque agli otto anni, anche se una parte di essi si è riorganizzata creando nuove strutture armate illegali. Ha terminato i suoi otto anni di presidenza con indici di popolarità di circa il 70 per cento, in gran parte perché aveva ridotto la violenza e indebolito la guerriglia, che era oggetto di un’enorme impopolarità a causa dei rapimenti e degli omicidi (si veda: “A la espera del hito“, Brecha, 20/05/2022). In seguito si è opposto al proprio successore, Juan Manuel Santos, perché aveva negoziato la fine della guerra con le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, e nel 2016, quando c’è stato il referendum sull’accordo di pace, si è mobilitato attivamente nella campagna per il No, che è riuscito a vincere contro ogni aspettativa.
Tuttavia, la stella di Uribe si è andata eclissando, in gran parte perché il discorso sulla sicurezza ha cominciato a esaurirsi: la sconfitta della guerriglia è stata il più grande successo delle sue presidenze, ma è stata la base del suo declino. Da un lato, perché non ha potuto offrire bandiere alternative a quella della sicurezza (France 24, 12/03/2022) e, dall’altro, perché la corruzione e le evidenti violazioni dei diritti umani che avevano caratterizzato i suoi governi hanno cominciato a far sentire il loro peso.
Il caso più grave è quello dei “falsi positivi”, giovani estranei alla guerra che venivano assassinati e presentati dai militari come morti in combattimento. Gli uomini in uniforme che riuscivano a infliggere perdite alla guerriglia ricevevano premi, vacanze e promozioni, mentre i comandanti che non fornivano risultati “positivi” venivano puniti. La giustizia ha riconosciuto più di 2.000 crimini di questo tipo durante le presidenze di Uribe, ma si stima che la cifra totale in tutto il paese possa ammontare a 10.000 omicidi. Alcune organizzazioni per i diritti umani, come Human Rights Watch, ritengono che la pratica dei falsi positivi sia senza precedenti nel mondo.
A partire dal 2006, durante la sua seconda presidenza, ha cominciato a venire alla luce lo scandalo della parapolitica, il rapporto tra alte cariche dello Stato della cerchia di Uribe e i paramilitari. Fino al 2013 sono stati condannati 60 parlamentari per i loro legami con gruppi armati di estrema destra e dozzine di sindaci e governatori di diverse regioni.
Nel luglio 2018, la Corte Suprema di Giustizia ha aperto un’indagine formale su Uribe per reati di frode procedurale e corruzione, poiché è stata dimostrata la manipolazione dei testimoni. Nell’agosto 2020, la Corte ha disposto gli arresti domiciliari per l’ex presidente per intralcio alla giustizia, ma egli ha compiuto un’abile manovra dimettendosi dal suo incarico. In questo modo, il suo caso è passato alla Procura Generale dello Stato, più accomodante della Corte Suprema nei suoi confronti.

 

La cultura della traqueta
Una delle maggiori conseguenze dell’uribismo è la cosiddetta cultura della traqueta, “un termine che proviene dal linguaggio usato dai sicari del narcotraffico e dai paramilitari a Medellín, con riferimento al rumore caratteristico dello sparo di una mitragliatrice”, secondo lo storico Renán Vega Cantor (Rebelión, 14/02/2014). Questa cultura di delinquenti e sicari, nella quale i trafficanti di droga si mescolano con i paramilitari, fa sì che qualsiasi situazione venga risolta attraverso la violenza fisica. Lo storico afferma che “l’attaccamento alla violenza, al denaro, al maschilismo, alla discriminazione, al razzismo è un complemento e un risultato della disuguaglianza che caratterizza la società colombiana”.
Per sostenere questa disuguaglianza di fronte alla crescente organizzazione dei contadini e dei settori popolari (si veda “Cuando estallan las represas” [Quando saltano le dighe] e “Muro contra la ultraderecha” [Muro contro l’ultradestra], Brecha, 20/09/2013, 12/04/2019) le classi dominanti e lo Stato hanno stabilito una stretta alleanza con i baroni del narcotraffico e con i gruppi paramilitari. In questo modo, intendevano “sradicare a sangue, fuoco e motosega qualsiasi progetto politico alternativo che proponesse una vera democratizzazione della società colombiana”, afferma Vega Cantor.
La cultura della traqueta si è radicata in tutta la società ed è divenuta egemonica, in particolare nella politica e nel giornalismo. “Ti spacco la faccia, frocio”, una delle frasi famose di Uribe, ha confermato l’affermazione dello storico, secondo cui “la cultura della traqueta è stata assunta dalle classi dominanti di questo paese, che hanno abbandonato qualsiasi progetto della cultura borghese, che in precedenza forniva loro una distinzione culturale e una raffinatezza estetica”.

 

La caduta
La vera debacle di Uribe, che è stato poi ripudiato dalla maggioranza assoluta dei colombiani, è iniziata nel 2019, durante lo sciopero indetto dalle centrali sindacali, che, contro ogni previsione, si è protratto per settimane, con il coinvolgimento di giovani senza futuro che hanno fatto irruzione nella breccia che si era creata. Durante la pandemia ci sono state diverse mobilitazioni di notevole impatto, ma il vero crollo è arrivato con lo sciopero iniziato il 28 aprile 2021, che è durato tre mesi  (si veda: “Guardia, fuerza”, Brecha, 14/04/2021). “Uribe, paraco, el pueblo está berraco!” è stato il grido che è esploso da milioni di gole negli angoli più remoti di un paese letteralmente stanco della guerra e, soprattutto, di quella sporca guerra di cui l’ex presidente è il miglior esponente.
La serie TV di successo “Matarife. Un genocida innominabile”, andata in onda nel maggio 2020, ha svolto un ruolo di primo piano nella nuova presa di coscienza dei giovani colombiani. Trasmessa su YouTube, racconta le inchieste giornalistiche che collegano Uribe a trafficanti di droga, paramilitari e politici corrotti. Il suo autore, il giornalista Daniel Mendoza Leal, ha dovuto andare in esilio in Spagna a causa delle ripetute minacce alla sua vita.
I cambiamenti nella sensibilità del popolo colombiano si sono già manifestati nelle elezioni legislative di marzo, in cui la sinistra ha eletto il più grande gruppo di parlamentari della sua storia e la prima minoranza, anche se i seguaci del Patto storico – guidato da Gustavo Petro e Francia Márquez – non hanno la maggioranza alle camere (si veda: “El vórtice del huracán” [Il vortice dell’uragano], Brecha, 17/03/2022). Secondo tutti i sondaggi, questa domenica il Patto Storico risulterà al primo posto, ma ci sarà un secondo turno il 19 giugno.

 

La sorpresa
I due candidati principali, Petro, per la sinistra, e Federico Fico Gutiérrez, in linea con Uribe e con l’attuale presidente, Iván Duque, secondo i principali sondaggi mostrano una certa stagnazione delle preferenze. Il candidato della sinistra si avvicina al 40 per cento, ma non ha guadagnato consensi dopo le elezioni parlamentari. L’uribista supera a malapena il 20 per cento, ma la sua candidatura non riesce a decollare e presenta sintomi di logoramento. Il centro, che fino ad ora era rappresentato da Sergio Fajardo, ex sindaco di Medellín, si sta sgonfiando e non è mai riuscito a salire oltre il 10 per cento. Al contrario, l’ex sindaco di Bucaramanga, Rodolfo Hernández, è in ascesa e sta ricevendo molta attenzione da parte dei media.
Uno dei media più lucidi della destra colombiana, La Silla Vacía, che nelle precedenti elezioni ha sostenuto l’uribista Duque contro Petro, è uno dei sostenitori di Hernández. L’argomento principale di questo sito web di informazione è che Hernández può sconfiggere Petro al secondo turno, cosa che il candidato di Uribe non riuscirebbe ad ottenere. “Se Rodolfo passasse al secondo posto, toglierebbe gran parte del sostegno del centro a Petro”, argomenta La Silla Vacía, mentre “Fico non riceverebbe il sostegno di nessuna figura importante del centro” (La Silla Vacía, 25/02/2022).
Il ragionamento è impeccabile: vincerà chi può competere per i voti del centro, quella porzione di elettorato – composta dalle classi medie urbane – che esclude sia la sinistra che l’estrema destra. L’“ingegnere” Hernández, sebbene presentato dalla CNN come il Trump colombiano, sta crescendo e può essere il prossimo presidente proprio a causa di quell’aria da tecnocrate milionario, outsider della politica tradizionale, nonostante i suoi 77 anni, il suo passato da sindaco di Bucaramanga e le accuse di corruzione contro di lui (CNN, 23/05/2022). Per la rete statunitense, Hernández si esprime spesso usando “parolacce”. Tuttavia, i media sembrano celebrare le sue sortite, dal momento che non condannano il fatto che nel 2016 abbia detto alla rete RCN: “Sono un seguace di un grande pensatore tedesco. Il suo nome è Adolf Hitler”.
Al di là delle speculazioni e delle svolte dell’ultimo minuto, nelle strade della Colombia c’è un clima di tensione, dal momento che lo stesso Petro sta mettendo in guardia da un eventuale colpo di stato e da una frode che cercherebbero di impedire una vittoria che i suoi seguaci danno per scontata. Molto dipenderà dal numero degli elettori: se non si supererà il livello storico di astensione, intorno al 50 per cento, è improbabile che il Patto Storico riesca a vincere al primo turno. Il risultato del ballottaggio, se si arriva a questo esito, sembra meno imprevedibile. Oltre alla militarizzazione della società, che pesa come un macigno su qualsiasi tentativo di introdurre cambiamenti, ci sono fattori internazionali che al momento costituiscono ostacoli più grandi che non la sopravvivenza di un’oligarchia rancida come quella che sostiene Uribe: dal 2018 la Colombia è la zampa latinoamericana della NATO come suo “partner globale” nella regione. Niente di più e niente di meno.

Fonte: “Colombia: El fin del ciclo uribista”.
Traduzione a cura di Camminardomandando.