17 novembre 2023
Sono trascorsi esattamente quarant’anni dalla fondazione dell’Ejército Zapatista de Liberación Nacional, l’EZLN fu fondato il 17 novembre 1983, e tra poche settimane celebreremo i trent’anni dall’insurrezione del 1° gennaio 1994.
Lo zapatismo è vivo come tre o quattro decenni fa, cosa che non può non spingerci a cercare di comprenderne l’eccezionalità. La prima questione è che siamo di fronte ad un processo rivoluzionario, perché c’è stato un cambio di regime nelle aree in cui si è insediato.
Il regime delle tenute e dei proprietari terrieri è finito. Le terre sono state recuperate e i padroni delle haciendas sono fuggiti. In quegli spazi hanno cominciato ad autogovernarsi le comunità e le basi di appoggio, i municipi autonomi e le juntas de buen gobierno, che esercitano l’autonomia.
Però non siamo di fronte a una rivoluzione classica, come quelle che abbiamo conosciuto negli ultimi due secoli e, in particolare, a partire dalla rivoluzione russa del 1917. Qui possiamo ricordare il dialogo tra il subcomandante Marcos e il vecchio Antonio, per dire che il processo dei cambiamenti comincia in un certo momento, cui forse è impossibile porre una data, e non finisce mai, se è vero.
Quel racconto si riferisce alla lotta, che è come un cerchio che non ha fine, ma penso che si possa applicare anche al processo zapatista.
In secondo luogo, sono convinto che lo zapatismo abbia modificato il concetto che avevamo del modo di cambiare il mondo, focalizzato su date e luoghi: il 25 ottobre del 1917, l’assalto al Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo, per esempio; il 14 luglio del 1789, la presa della Bastiglia; il primo di ottobre del 1949, la vittoria della rivoluzione cinese e la proclamazione della Repubblica popolare. E così via.
Se non ho capito male, il processo zapatista è iniziato, forse, 40 anni fa e sta ancora trasformando la realtà. È un ampio processo di cambiamenti permanenti, centrato sugli esseri umani e non solo su cose oppure oggetti, il cui centro è l’autonomia.
Il recupero della terra, dei mezzi di produzione, è qualcosa di centrale, ma non lo è l’occupazione degli edifici e delle istituzioni. I cambiamenti di fondo possono iniziare, come in questo caso, anche prima del recupero della terra, perché assumono concretezza nei modi di fare, nei lavori collettivi come asse per ogni costruzione e, ovviamente, nell’autonomia.
Lo zapatismo rifiuta di stabilizzarsi, di istituzionalizzarsi e, quindi, di smettere di trasformare la vita. Si concepisce come un processo sempre incompiuto, non congelato in date, luoghi e persone. A partire da queste idee, vorrei a mettere a confronto sommariamente qui il processo zapatista con la situazione che attraversavano altri processi al momento di compiere 30 anni.
La rivoluzione russa è naufragata molto prima di raggiungerli. Meno di un decennio dopo la presa del potere, si scatenarono le purghe all’interno del partito e la repressione contro chi era in disaccordo con la direzione, ma soprattutto gli attacchi ai contadini e ai loro costumi, imponendo la collettivizzazione forzata.
È certo vero che la rivoluzione russa ha dovuto affrontare una guerra civile con l’intervento delle principali potenze straniere. Però la repressione contro l’opposizione operaia e l’assassinio di alti dirigenti come Trotsky non sono conseguenza della guerra civile, bensì della lotta per il controllo assoluto del potere da parte di un piccolo gruppo di dirigenti.
Nel 1979, tre decenni dopo la vittoria della rivoluzione, la Cina stava abbracciando il capitalismo dopo aver imprigionato diversi dirigenti del partito, tra cui la vedova di Mao, Chiang Ching. Nonostante gli errori di Mao e la sua tendenza a governare dall’alto, la sua morte nel 1976 precipitò in una marcia verso il capitalismo e l’abbandono di ogni tensione trasformativa da parte della nuova leadership guidata da Deng Xiaoping e da coloro che lo seguirono.
La cultura politica dominante in quei processi andò allontanandosi dai principi iniziali e fondativi; col tempo essa tese a riprodurre i modi e i vizi delle classi sconfitte, come lo stesso Lenin riuscì ad osservare verso la fine della sua vita. Stalin viene spesso paragonato a uno zar e i comunisti cinesi alla casta privilegiata dei mandarini.
La lotta per il potere è stato l’asse delle rivoluzioni “vittoriose”, incentrate sullo Stato. L’autonomia e la costruzione del nuovo sono il nucleo dello zapatismo. Per tutto questo, a 30 anni da quel “¡Ya basta!” possiamo dire che lo zapatismo continua a trasformare il mondo, creando il mondo nuovo e difendendolo.
Ha creato nuovi modi di esercitare il potere attraverso il “comandare obbedendo”. Le relazioni tra le persone continuano a cambiare nella salute, nell’educazione, nella produzione, nella giustizia, nella festa, nello sport e nell’arte, orientate da un’etica ribelle.
Non si trattava di fare qualcosa di grandioso nel 1994, e poi basta. Si tratta di un lungo processo di cambiamenti e creazioni e di comprendere che ora si sta andando verso qualcosa di più. Dopo due lunghi decenni di progressismo che in America Latina ha mostrato tutte le sue miserie, lo zapatismo resta eticamente irreprensibile. Continua con la stessa vitalità di sempre nonostante l’assedio e le violenze che deve affrontare. Zapata vive…
Fonte: “40 años construyendo autonomía”, in La Jornada, 17/11/2023.
Traduzione di marco calabria