Il Presidente Perez Obrador vota al referendum sul nuovo aeroporto di Città del Messico

di Raúl Zibechi
La storia delle consultazioni popolari in America Latina è una storia lunga. Negli ultimi anni si sono moltiplicate, in buona parte organizzate da movimenti sociali. In alcuni casi si trattava di respingere o appoggiare una determinata legge proposta dal governo o dal parlamento. In altri si trattava invece di rafforzare la posizione dei movimenti nei confronti del modello estrattivo. In ogni caso i referendum sono uno strumento che porta vantaggi ma che presenta anche problemi seri.
L’Uruguay è uno dei paesi dove si sono susseguite una decina di votazioni, con risultati diversi e persino disastrosi. Prenderò in considerazione solo quei casi che sono direttamente vincolati ai movimenti, ovvero che non sono stati iniziative dei governi, o che questi hanno accettato sotto pressione di quelli per affossare lotte sociali importanti.
Nel 1989 un movimento popolare ampissimo contro l’impunità sottopose a referendum la Ley de Caducidad de la Pretensión Punitiva del Estado, o legge sull’impunità, con la quale il primo governo post dittatura pretendeva di non mandare a giudizio i militari che avevano violato i diritti umani.
La legge era stata approvata nel dicembre del 1989 sotto forti pressioni dell’allora presidente Julio María Sanguinetti, con la scusa che i militari non avrebbero accettato di venir messi sotto processo e avrebbero potuto minacciare di nuovo la democrazia. Solo la sinistra si oppose in parlamento, ma aveva solo il 20 per cento dei voti.
Appena approvata la legge, si alzò uno tsunami sociale nel paese. In poche settimane si formarono oltre 300 comitati a Montevideo per raccogliere le firme e abolire la legge. Il processo fu lungo e complesso, con trappole burocratiche che obbligarono a un’impressionante mobilitazione sociale: 30.000 volontari andarono porta a porta raccogliendo le firme, dialogando con i vicini, e ritornando fino a sei o sette volte prima di avere la registrazione effettiva.
Questo movimento ha cambiato il paese ed è stato alla base della crescita inarrestabile del Frente Amplio, fino a fargli superare il 50 per cento nelle urne. Ma il referendum fu perduto (il 60% votò “giallo”, a favore dell’impunità) e il fallimento del voto “verde” ha inflitto al movimento popolare un colpo da cui non si è più ripreso.
Morale: le questioni etiche non vanno sottoposte a plebiscito, per esse bisogna combattere tutta la vita, come hanno detto a suo tempo le madri di Plaza de Mayo.
A partire da quel momento in poi, ci sono stati vari referendum, alcuni vittoriosi come quello del 1992 che mise un freno alle privatizzazioni. Il 65 per cento degli uruguaiani votò per annullare gli articoli più importanti della legge, andando in direzione opposta al resto del continente su cui si diffondeva la febbre delle privatizzazioni, in particolare nell’Argentina di Carlo Menem. Fu un trionfo importante per il movimento popolare, ma, a differenza del referendum del 1989, la mobilitazione non ha prodotto un tessuto sociale o reti organizzative durature.
In Argentina c’è stato un referendum che ha cambiato le forme di lotta contro le miniere a cielo aperto. Effettuato nel 1993 a Esquel, secondo Página 12 fu la prima grave sconfitta per le miniere a cielo aperto in Argentina. Il movimento prese l’avvio era stato avviato da una comunità mapuche che era venuta a sapere della presenza di una società mineraria sui suoi territori. Gli abitanti della zona si riunirono più volte fino a far nascere l’Assemblea degli Abitanti del luogo Autoconvocati per il No alla Miniera.
Le numerose marce e le assemblee costrinsero le autorità locali a convocare un referendum: l’81 per cento degli abitanti votarono No alla miniera di oro e argento della Meridian Gold, nonostante la campagna per il Sì portata avanti dai maggiori partiti della provincia, in una città di 30 mila abitanti nella provincia meridionale di Chubut. Fu l’inizio di un ampio movimento nazionale contro le miniere e l’estrattivismo che confluisce nell’Unione delle Assemblee Cittadine, alle quali partecipano persone di oltre 100 villaggi e cittadine in tutto il paese. Un anno prima era successo qualcosa di simile a Tambogrande (Perú), e negli anni seguenti ci sono stati decine di referendum in vari paesi della regione, tra i quali evidenziamo i più recenti realizzati contro le miniere in Colombia. In Guatemala decine di Comuni hanno risposto alle petizioni della popolazione rifiutando le miniere e altre imprese estrattive.
A questo punto è necessario tirare qualche conclusione. La prima è che i voti referendari possono rafforzare i movimenti se sono da questi convocati e alle loro condizioni, e sempre che non affrontino questioni etiche, che non dovrebbero mai essere sottoposte al voto.
La seconda è che tutte le volte che gli abitanti di un luogo dove si vorrebbero realizzare miniere o grandi opere infrastrutturali (dighe idroelettriche, aeroporti e porti) sono stati chiamati a esprimersi, la risposta è stata sempre contraria e questo ha rafforzato la resistenza.
La terza riguarda chi deve pronunciarsi. Non ha senso che tutto un paese intero decida ciò che si farà in un territorio: questo spetta solo alla popolazione coinvolta. In non poche occasioni, sono stati i governi a prendere l’iniziativa, ma sempre per disinnescare resistenze.

traduzione a cura di Camminar domandando
Fonte: “Plebiscitos y movimientos antisistémicos”, La Jornada, 31/08/2018