di Gustavo Esteva
24 gennaio 2022

E sì, è la vecchia domanda. Ma le risposte sono completamente diverse.
Come al solito, Raúl Zibechi mette il dito nella piaga descrivendo l’impotenza dei movimenti sociali o della cosiddetta sinistra di fronte alla situazione attuale. Ritorna così sui sentieri che aveva aperto due settimane prima (La Jornada, “2021: un anno di resistenze“ e “L’80 per cento, confuso e senza strategie”).
La cosiddetta sinistra sta perdendo per strada la sua ragion d’essere e il suo significato. Negli anni ’50 ha cominciato a fare dello sviluppo, invece che della giustizia, il motivo e il destino della sua esistenza. Per fare la rivoluzione, la cui forma è cambiata continuamente, è rimasta attaccata all’ossessione di prendere il potere, che in pratica significa semplicemente prendere le redini del governo.
Persistono ancora gruppi organizzati che aspirano allo scopo originale: stabilire il socialismo, anche se l’idea stessa di una società socialista è stata modificata fino ad assomigliare sempre più al capitalismo e persino al modello che ha definito lo sviluppo: gli Stati Uniti. Questo ha segnato l’evoluzione dell’Unione Sovietica. Cuba, con un sistema educativo e sanitario che per molti versi supera quello degli Stati Uniti, ha mostrato per decenni la soddisfazione di aver fatto il suo dovere.
Negli ultimi tre decenni, quella che ancora si chiama sinistra è stata in una crisi permanente di orientamento e di carattere. In generale, si è adattata al sistema dominante e al gioco democratico. Per i suoi militanti, prendere il potere significa vincere le elezioni e ricoprire cariche pubbliche. Sono particolarmente soddisfatti se la retorica degli interessi al cui servizio si trovano ha un tono progressista, anche se non si pronuncia mai contro il patriarcato o il capitalismo.
Questa sinistra ha giocato un ruolo decisivo nello smantellamento e nella liquidazione dei movimenti sociali. Quando non può usarli per i propri fini, li esclude e li limita il più possibile e spesso riesce a dividerli, secondo uno schema che da sempre la caratterizza.
Per queste e altre ragioni, come giustamente sottolinea Zibechi, è in pratica impossibile per i movimenti sociali e per coloro che ancora appartengono a tutto ciò che si dichiara di sinistra, unificarsi e persino coordinare le loro azioni per affrontare il sistema dominante e le ondate di orrore che attualmente ha scatenato. Per inquadrare queste ragioni, Zibechi fa riferimento al Forum sullo Stato del Mondo che si è svolto a San Francisco nel 1995. Lì, un orientamento politico delle élites è stato definito in relazione ad una nuova classe sociale, che gli zapatisti hanno chiamato gli “usa e getta”: persone che non hanno più nessuna utilità per le élites. Li vedono come una popolazione in eccesso, di cui possono fare a meno, ma che devono sottomettere e controllare. Di fronte a sfide come queste, relativamente nuove, le risposte leniniste sul da farsi, quelle che aspettano che un gruppo di intellettuali guidi le masse, hanno perso ogni significato e sostegno.
La speranza di un mondo nuovo non emerge più dalla sinistra o dai movimenti sociali, ma dalla gente comune ben organizzata che per mera sopravvivenza o per antichi ideali si è messa in moto e si è impegnata – sostiene sempre Zibechi – a costruire autonomie territoriali e propri sistemi di governo.
Quando gli zapatisti avranno terminato la loro valutazione interna, sicuramente renderanno noti i risultati del loro viaggio europeo. Per quanto si è saputo durante il tour, lo scopo di ascoltare una moltitudine di gruppi di tutti i ceti sociali, che sono andati a riceverli con entusiasmo e impegno e hanno creato le condizioni per scambi intensi, è stato ampiamente raggiunto.
Sempre più spesso, sono emerse nelle discussioni la crescente distanza delle persone da tutte le forme di quello che ancora si chiama Stato e la loro disillusione nei confronti di tutti i governi del più ampio spettro ideologico. Ovunque si segnala l’emergere pericoloso di gruppi di stampo fascista, che associano le loro minacce a quelle rappresentate dal collasso climatico e dalla crisi generalizzata.
Sempre più spesso si è sentita la voce delle donne, che esercitano nuove forme di leadership, assumono iniziative radicali di enorme coraggio e contribuiscono molto chiaramente alla diffusione della costruzione dell’autonomia. Sta iniziando una discussione sul governo: dobbiamo continuare a usare questa parola per forme di organizzazione in cui ormai non ci sono più governanti e governati, ma è il popolo stesso a condurre la propria vita?
Siamo di fronte a un’incertezza radicale. I collassi in corso e l’irresponsabilità criminale delle élite, che ovunque intensificano i loro sforzi di espropriazione e distruzione, mettono a rischio persino la sopravvivenza della specie umana.
In un senso molto reale, dobbiamo tornare dal futuro. Invece di continuare a immaginare utopie, che sono inevitabilmente proiezioni di percezioni del mondo che muore, abbiamo bisogno di trasformare creativamente il presente. Invece di fare affidamento su messia o cataclismi liberatori, dobbiamo confidare nella capacità che tutti noi abbiamo quando ci mettiamo al lavoro. Ecco dove ci troviamo.

Fonte: “Qué hacer”, in La Jornada, 24/01/2022.
Traduzione a cura di Camminardomandando