di Gustavo Esteva
4 ottobre 2021
“In silenzio o urlando, nelle strade e nelle piazze, davanti alle ambasciate o agli edifici pubblici, nei luoghi di lavoro, dovunque ci trovassimo e con tutti i mezzi a nostra disposizione”, venerdì 24 non abbiamo soltanto mostrato in dozzine di paesi e in migliaia di luoghi che gli zapatisti non sono soli. Abbiamo anche dimostrato che siamo decisi a resistere agli infiniti abusi che subiamo da tutte le parti, con l’aperta complicità di coloro che hanno l’obbligo legale e politico di impedirli (“Por la vida”, comunicato zapatista, 22 settembre 2021).
Non ce la facciamo più. La situazione ha davvero raggiunto il limite. Il Chiapas è una polveriera, ha scritto Luis Hernández Navarro su queste pagine il 31 agosto scorso. Il pericolo di un’esplosione indesiderabile si sta avvicinando. È già qui, sta già bussando alla porta. L’escalation dell’ORCAO [Organizzazione Regionale dei Coltivatori di caffè di Ocosingo] sembra concepita per provocarla. Ma il sorriso cinico del governatore del Chiapas si congelerà presto, quando inizierà a subire le conseguenze di ciò che ha provocato.
L’ORCAO è un chiaro esempio di ciò che sta accadendo. È nata nel 1988 come legittima e combattiva organizzazione di coltivatori di caffè di Ocosingo. Dieci anni dopo è stata trasformata in un’accozzaglia pericolosa: ex guerriglieri, disertori zapatisti risentiti per essere stati allontanati per abusi, e molti altri personaggi l’hanno trasformata in un organismo impegnato nella disputa di appoggi e cariche pubbliche. A poco a poco si è trasformata in un’organizzazione paramilitare ben armata, dedita a devastare, espropriare e terrorizzare un territorio sempre più ampio (vedi “La larga historia de violencia paramilitar e impunidad de la ORCAO“).
Ha goduto di una palese impunità. Ciò ha avuto inizio con Pablo Salazar nel 2000 ed è peggiorato con l’attuale governatore. Una o due volte al mese l’ORCAO effettua blocchi stradali per imporre pedaggi agli automobilisti, da 150 a 250 pesos. Parte di quel denaro è destinato all’acquisto di armi sempre più sofisticate, con cui si minacciano e si aggrediscono intere comunità e organizzazioni per i diritti umani. Vengono continuamente molestate le basi di appoggio zapatiste, che hanno subìto varie forme di espropriazione e di aggressione diretta. Ci sono molteplici prove di come questi corpi paramilitari sempre più armati operino come strumenti delle autorità locali, che garantiscono loro l’impunità in cambio di vari favori. Non succede solo in Chiapas.
La recente escalation conferisce un altro carattere a tale impunità. La proliferazione dei rapimenti ha fatto sì che, a partire dal 2008, aumentassero le risorse legali e le capacità di risposta del governo federale di fronte a un crimine che ferisce profondamente la società. Va preso sul serio il fatto che il recente rapimento di membri di una giunta zapatista di buon governo sia diventato subito un fatto pubblico, ben caratterizzato, e che il loro rilascio sia stato associato a negoziati condotti da parroci locali. Sono state presentate rimostranze al governatore e sono state fatte denunce di ogni tipo. Le autorità statali e federali non hanno fatto nulla.
La questione è ancora più grave. Le comunità del Chiapas notano con preoccupazione che i sei cartelli della droga sono arrivati nello Stato insieme alla Guardia Nazionale e ora si contendono i corridoi per il traffico di droga. L’una e gli altri sembrano coesistere in armonia, il che dà un altro significato allo slogan “abbracci, non proiettili” che è stato presentato come un’alternativa alla guerra di Calderón. Sì, è un’altra guerra.
La pazienza della gente e delle comunità si è già esaurita, come quella degli zapatisti. Si apprestano a reagire. Non tutti saranno in grado di farlo in modo organizzato ed efficiente. Per questo non è un’esplosione desiderabile, e il prezzo può essere molto alto. Ma coloro che non sopportano più ciò che accade sono disposti a pagarlo.
Ha ragione la titolare del Ministero per la Sicurezza e la Protezione dei Cittadini: senza giustizia non ci sarà pace. È altrettanto vero il contrario: senza pace non ci sarà giustizia. Per il momento, non c’è giustizia né pace. Questo è ciò che subisce un numero crescente di persone. Quando la ministra dice che l’impunità può mettere a repentaglio la lotta per frenare la violenza, è inevitabile chiedersi se l’impunità apertamente sponsorizzata dalle autorità, come dimostrato in Chiapas, non cerchi esattamente il contrario: provocare la violenza (Si veda: “La impunidad puede poner en riesgo el proceso de paz iniciado”, in La Jornada, 27/09/21).
Sta venendo sempre più chiaramente alla luce il significato di una politica che sembra credere seriamente che sia possibile addomesticare il capitalismo e metterlo al s
rvizio della gente. Mentre le banche guadagnano più che mai, l’espropriazione si diffonde come la principale forma di accumulazione di ricchezza e la maggioranza deve lottare per sopravvivere. È vero che le innumerevoli forme di violenza che vengono utilizzate ottengono la sottomissione di molte persone che devono arrendersi ad essa. Con immenso risentimento, quelle stesse persone potrebbero essere in prima linea se dovesse verificarsi l’esplosione. E quelli che non si sottomettono sono molti.
Non stiamo chiamando alle armi. Al contrario. Come dice Raúl Zibechi, il viaggio zapatista è un immenso abbraccio collettivo, per renderci comunità più forti, che affrontano insieme la tempesta (“La travesía zapatista desborda al movimiento antiglobalización”, in La Jornada, 30/07/21). Lanciamo l’ultimo appello perché coloro che hanno la responsabilità e l’obbligo di agire contro l’impunità facciano quello che dicono.
gustavoesteva@gmail.com
Fonte: “Última llamada“, in La Jornada, 04/10/2021.
Traduzione a cura di Camminardomandando