di Gustavo Esteva
18 ottobre 2021
Possiamo ancora reagire. Dobbiamo imparare dall’esperienza di altri, prima che sia troppo tardi.
All’inizio ci è stata inoculata una profonda paura di una minaccia vagamente definita. Poi ci è stata inoculata la convinzione che i governi conoscessero misure in grado di proteggerci da quel pericolo incerto che la scienza medica sta ancora cercando di qualificare. Così ci hanno infettato con il virus di un’obbedienza più o meno cieca alle autorità. In pochissimo tempo, miliardi di persone hanno obbedito senza fiatare a ciò che era stato loro ordinato, per proteggersi da ciò che avevano imparato a temere.
Ci sono state resistenze fin dall’inizio. Le persone più povere non potevano restare in casa; era essenziale che uscissero per sopravvivere. Altri hanno sofferto le molteplici conseguenze negative del confinamento fino a quando non è diventato impossibile per loro continuare ad accettarlo. Incollare ragazze e ragazzi allo schermo dei computer, con la chiusura delle scuole, ha prodotto altre forme di resistenza. C’era chi riteneva che la mascherina togliesse carattere umano alle nostre interazioni con gli altri.
La crisi è arrivata davvero con il vaccino. Quando hanno cominciato ad accumularsi le prove sui suoi limiti e rischi, molte persone hanno cominciato a resistere all’idea stessa di farsi vaccinare, il che ha prodotto tensioni e contraddizioni di ogni genere, anche all’interno delle famiglie. Di fronte a queste resistenze, i governi hanno usato i mezzi di comunicazione, i social network e tutti i loro strumenti di persuasione. Ben presto hanno intensificato la pressione, ricorrendo sempre più a forme di coercizione. Infine, ora passano ai dispositivi di controllo.
Attualmente l’Italia può essere vista come un laboratorio dell’imposizione democratica della società del controllo, vale a dire ciò che sarebbe, in senso stretto, la liquidazione democratica della democrazia. Come è già stato fatto in altri paesi, un decreto governativo solleva il governo da qualsiasi responsabilità per i danni causati dal vaccino. Nel decreto stesso, i non vaccinati vengono di fatto esclusi dalla vita sociale e anche dalla possibilità di lavorare.
Il decreto è stato portato ora in parlamento, per approdare a una legge che renda obbligatorio un certificato che permetterebbe al governo di controllare e tracciare tutti i movimenti della gente. Sarebbe necessario mostrare il certificato per andare al ristorante, al cinema o anche al lavoro.
Nel suo intervento alla Commissione Affari Costituzionali del Senato italiano, il 7 ottobre scorso, Giorgio Agamben ha sottolineato la gravità della questione. Si propone, ha detto, una trasformazione delle istituzioni e dei paradigmi di governo della società in cui ci troviamo. Il modello che viene cancellato è quello delle democrazie parlamentari con i loro diritti, con le loro garanzie costituzionali, per installare al loro posto un paradigma di governo in cui, in nome della biosicurezza e del controllo, le libertà individuali subiranno limitazioni crescenti.
Agamben non si è morsicato la lingua. “È possibile”, si è chiesto, “che i cittadini di una società che si pretende democratica si trovino in una situazione peggiore dei cittadini dell’Unione Sovietica sotto Stalin? ” E sì, purtroppo è possibile. Questa è la situazione di fronte a cui ci troviamo. Ecco perché si dice che quello che veramente ci minaccia, più che il virus, è il fascismo.
Da tempo siamo abituati ad utilizzare dispositivi che comportano un controllo digitale virtualmente illimitato dei comportamenti individuali, che diventano quantificabili con un algoritmo. L’utilizzo commerciale del meccanismo è stato criticato, così come un uso dei dispositivi che crea dipendenza. La splendida fotografia pubblicata da La Jornada il 5 ottobre scorso, quando il servizio di tre piattaforme digitali (WhatsApp, Facebook e Instagram) è stato sospeso per alcune ore, cosa che ha coinvolto un terzo della popolazione mondiale, ha reso del tutto evidente il punto a cui è arrivato l’inserimento volontario in un sistema di controllo digitale.
Riflettendo su questa situazione nel caso del Messico, dobbiamo considerare che qui siamo anche stati abituati ad accettare un grado di impunità che fino a poco tempo fa sembrava inconcepibile e che cambia la natura del regime in cui viviamo. Come ho sottolineato in questa pagina 15 giorni fa, ciò che sta accadendo in Chiapas implica che nel paese è possibile rapire, uccidere e terrorizzare la popolazione sotto lo sguardo indifferente delle autorità, con piena conoscenza e consenso da parte loro. Sotto il paravento della cosiddetta biosicurezza, con la presunta motivazione di proteggerci dall’agente patogeno, ci viene ora inoculato il virus dell’obbedienza, sottoponendoci a regole che annullano la nostra libertà di movimento e ogni capacità autonoma, e che ci espongono a innumerevoli spoliazioni, vessazioni e aggressioni.
È ancora possibile reagire. Chiaramente consapevoli del fatto che la vera minaccia che grava sulle nostre modalità di convivenza si chiama capitalismo, possiamo fare appello alla capacità autenticamente democratica di governarci da noi e di resistere in modo organizzato al tentativo di privarci di ogni libertà e autonomia.
Fonte: “Aún es tiempo”, in La Jornada, 18/10/2021.
Traduzione a cura di Camminardomandando.
