di Gustavo Esteva

11 gennaio 2021

È ora di agire, di mettersi in movimento. È una questione essenziale di sopravvivenza.

È la stessa lotta, quella di sempre, che non è altro che un modo di vivere. Ma adattata alle circostanze.

In primo luogo, il senso dell’urgenza. Ogni giorno aumentano le minacce di ogni genere, e la situazione di molti milioni di persone peggiora. Abbiamo tutti i tipi di orrore su di noi. Non possiamo fare affidamento sulle promesse di chi sta in alto né su soluzioni che vengano dall’esterno. E dobbiamo vincere la paralisi causata dalla paura continuamente stimolata dalla campagna in corso. Gli emarginati vengono scartati.

Nelle condizioni attuali, mobilitarsi non significa necessariamente scendere in piazza per manifestare in massa. Può essere necessario farlo in alcuni casi, come espressione di resistenza ad azioni concrete o per dimostrare la nostra forza, per vederci ed essere visti. Ma l’andare per strada a presentare richieste ha perso senso. I governi sanno bene come ignorare le richieste popolari e sono più che mai il problema, non la soluzione. Non ha senso continuare a guardare in alto.

Metterci in movimento significa, soprattutto, concentrarci su ciò che facciamo nella nostra realtà immediata, nello spazio in cui abitiamo. Implica una chiara consapevolezza che siamo complici del sistema che ci opprime, ci spoglia e ci uccide. Che l’azione principale oggi è cambiare uno stile di vita in cui siamo stati educati e che siamo stati persino costretti ad adottare. È da molto tempo che ha raggiunto il suo limite. Non c’è sopravvivenza possibile se restiamo dentro di esso.

In questo mondo concreto non c’è cambiamento più urgente e importante della lotta anti-patriarcale. Dobbiamo riconoscere che nelle nostre organizzazioni, nei nostri spazi, nelle nostre famiglie, perdurano ancora le strutture e le forme di comportamento tipiche della tradizione patriarcale.

Dobbiamo essere coscienti che vi sono poche cose più difficili del dissolverla, cominciando dal distruggere ogni gerarchia. Non è solo una questione di equità di genere, sebbene questo sia importante. Implica eliminare le innumerevoli forme di violenza entro le quali ci siamo abituati a vivere. E riconoscere che nella lotta attuale, che rimette al centro la cura della vita, le donne hanno e avranno sempre più un posto centrale.

Concentrando i nostri sforzi nello spazio locale, realizzando in quello spazio le trasformazioni necessarie per costruire la nostra autonomia, dobbiamo affrontare tutte le forme di localismo. Dobbiamo alzare lo sguardo.

Uscire dalla nostra crosta individuale o di gruppo non significa oggi concentrarsi su problemi di classe, regione o neppure nazione. Alzare lo sguardo oggi significa cercare altri e altre come noi, che lottano anch’essi per la vita, nei loro contesti e situazioni. Si tratta di prendersi cura gli uni degli altri, di imparare da ciò che ciascuno fa e di intessere i nostri impegni in un esercizio di solidarietà e alleanza che riconosca la natura planetaria delle difficoltà di oggi.

Tutto questo ha a che fare con l’appello zapatista che è circolato in sei comunicati.

L’anniversario dell’insurrezione che per molte e molti di noi ha cambiato sia realtà che prospettive, in misura molto maggiore di quanto spesso si vuol riconoscere, ora acquista un significato speciale. Come ha ribadito il subComandante Moisés, le zapatiste e gli zapatisti hanno fatto la loro parte (Milenio,1/02/2021). E così ci hanno coinvolto e continuano a coinvolgerci. Sono fonte di ispirazione e anche un segnale di allerta.

Dobbiamo ribadire, con Raúl Zibechi, che l’EZLN è la luce più potente del firmamento latinoamericano. La sua esistenza è una spinta, un riferimento, una luce che ci dice che è possibile resistere al capitale e al capitalismo, che è possibile costruire altri mondi, resistendo e vivendo con dignità (La Jornada,20/11/2020).

Non è cosa da poco organizzare un viaggio in Europa nelle attuali circostanze. Ciò che è stato raggiunto finora in questo lavoro di organizzazione, che illustra bene cosa significa interagire tra uguali che sono diversi, si riflette chiaramente nella Dichiarazione per la vita che è stata sottoscritta, insieme agli zapatisti, da un’impressionante varietà di persone, organizzazioni e movimenti del mondo che sta in basso, in Messico e in Europa, che condividono la decisione di incontrarsi. E di lottare.

La Dichiarazione annuncia la volontà concorde di realizzare incontri, dialoghi, scambi di idee, esperienze, analisi e valutazioni tra quelli di noi che, partendo da concezioni diverse e in diversi campi, sono impegnati nella lotta per la vita.

Annuncia anche la decisione concorde di fare tutto questo nei cinque continenti, iniziando dall’Europa, e di invitare “coloro che condividono le stesse preoccupazioni e lotte simili, tutte le persone oneste e tutti quelli che nel mondo che sta in basso si ribellano e resistono in molti angoli della terra, a unirsi, contribuire, sostenere e partecipare a questi incontri e attività, e a firmare e fare propria questa Dichiarazione per la Vita”. Coloro che non l’hanno ancora fatto possono farlo scrivendo a firmasporlavida@ezln.org.mx

Fonte: “Resistir, luchar, movilizarnos… por la vida”, in La Jornada, 11/01/2021.

Traduzione a cura di Camminardomandando