di Gustavo Esteva

14 giugno 2021

In Messico è stato inaugurato un tipo speciale di elezioni in cui perdono tutti i protagonisti. Nessuna delle forze politiche concorrenti ha ottenuto ciò che voleva.

Come aveva anticipato Juan Villoro, le elezioni più grandi della nostra storia, a causa del numero di liste concorrenti, sono state le più ridicole. Non è accaduto solo a causa di candidati spesso impresentabili. È stato anche a causa dello stile delle campagne elettorali, del loro linguaggio, delle loro insulsaggini. È impossibile, ancora oggi, definire chiaramente la posizione politica e ideologica dei contendenti, tranne in alcuni casi in cui la definizione è agghiacciante.

La crisi di rappresentanza, anticipata da Luis Hernández Navarro nel giugno 2015 (“7 de junio: crisis de representación”, in La Jornada, 9/6/15), si è pienamente concretizzata sei anni dopo. Non sapremo per molto tempo cosa è successo il 6 giugno. Non possiamo nemmeno sapere esattamente chi ne è uscito vincitore. Non è a causa del conteggio delle schede elettorali già fatto dall’Istituto Elettorale Nazionale né a causa delle innumerevoli dispute procedurali, con accuse reciproche di frodi e violenze; tutto ciò produrrà solo piccoli cambiamenti. Non lo sapremo perché i risultati di queste votazioni avranno poco a che fare con gli sviluppi nei prossimi anni.

Vengono proclamate vittorie. Come d’abitudine, ci sono sorrisi e festeggiamenti. Ma non è come al solito. Ad eccezione di alcune persone che sembrano aver vinto una lotteria politica e stanno ancora cercando di capire che cosa hanno in mano, sorprese dalla loro buona sorte, nessuno può dire chiaramente quale sia l’esito di queste elezioni.

A livello municipale i risultati hanno un certo significato. La gente sa che non tutto può essere risolto con tangenti o clientelismo, specialmente nelle grandi città. Crede di poter influire in qualche modo sulle cose che la riguardano attraverso l’azione del partito o l’esercizio del voto. Alcuni cambiamenti significativi ma incerti si sono verificati a questo livello quando le forze locali si sono riorganizzate. Le nuove autorità possono prendere posizione e creare spazi per azioni dal basso che sarebbero interessanti, ma possono anche perdersi nel vuoto dei livelli superiori e rimanere in bilico tra alti e bassi imprevedibili.

Dal 1928, quando fu inventata la prima incarnazione del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), e fino alla fine del secolo, il paese fu governato da un meccanismo autoritario centrato sul presidente della Repubblica. Dal 2000, il PRI è diventato una coalizione instabile di mafie locali, che ha mantenuto un certo controllo nella maggior parte degli stati e in molti municipi, e ha mantenuto relazioni tese e ambigue con gli intrusi che hanno governato dal 2000 al 2012, le cui instabilità e disavventure hanno contribuito a smantellare il meccanismo, senza abbandonare l’esercizio autoritario. Le mafie locali legate al PRI sembravano essersi riaggregate nel 2012, quando la coalizione riconquistò la presidenza. Si pensava che si sarebbe potuto ricostruire il meccanismo. Si è rivelato impossibile. Indipendentemente dalle incredibili incapacità di chi lo capeggiava, era evidente che il meccanismo stesso non poteva più essere utilizzato come prima. A poco a poco, ne prende coscienza chi prova, dal 2018, a utilizzarlo per i suoi fini.

Questo crollo dell’apparato governativo non si verifica solo in Messico. La dissoluzione della forma politica del capitalismo, dello Stato-nazione democratico, è in corso ovunque. Negli ultimi decenni, nell’ora della transnazionalizzazione, le grandi imprese hanno trovato in questa forma politica un ostacolo, piuttosto che un alleato o uno strumento. Esse vi ricorrono solo quando hanno bisogno delle forze di sicurezza per l’esercizio del controllo, dell’espropriazione, dell’occupazione o della distruzione in cui sono impegnati, e ciò sta dando loro un’accumulazione e una concentrazione senza precedenti.

Una parte molto significativa di coloro che sono andati a votare lo ha fatto senza impegno nei confronti di partiti o candidati. Non credono più nelle loro promesse o nelle loro azioni. Ma non osano abbandonare il meccanismo, perché così facendo proverebbero un senso di irresponsabilità o di vuoto. Pochissimi osano pensare alla realtà sociale e politica senza lo Stato come punto di riferimento.

Questo è un fatto generalizzato nel mondo. La gente non riesce a immaginare come sarebbe la vita di tutti i giorni se non ci fosse qualcuno che si incarica del governo, una persona o un partito che formula le regole generali e impartisce istruzioni. È paradossale che ciò accada anche al popolo messicano, così incline alla disobbedienza, così incline a resistere agli ordini dall’alto.

Anche se può sembrare assurdo, è essenziale inserire nell’analisi la questione patriarcale, le migliaia di anni trascorsi pensando che la nostra convivenza richiede forme di comando, dominio e controllo. Non riusciamo a immaginare un mondo in cui possiamo effettivamente governarci, anziché delegare qualcuno che lo faccia per noi, presumendo che governi in nostro nome. Ma soltanto questo è il vero problema: costruire quell’alternativa, al di là dello Stato, come molti gruppi e popoli hanno già iniziato a fare. È l’unica speranza per porre fine all’orrore attuale e iniziare il complicato compito della rigenerazione.

gustavoesteva@gmail.com

 Fonte: “Más allá del Estado”, in La Jornada, 14/06/2021.

Traduzione a cura di Camminardomandando.