di Gustavo Esteva
13 gennaio 2020
Ho sentito delle voci. Alcune sono soltanto mormorii. Altre arrivano urlando. E c’è anche scandalo, trambusto.
Quelle che vengono dall’alto sono molto confuse. Quando non sono cariche di ignoranza o disinformazione, esprimono cinismo o malafede.
Il Presidente, ad esempio, ha affermato che quelli che si oppongono al suo Treno Maya lo fanno perché non credevano che si potesse trasformare il paese per via pacifica. “Abbiamo dimostrato invece che si è potuto, e quelli che pensavano che non avremmo ottenuto la trasformazione senza violenza sono un po’ scombussolati, li vedo molto nervosi e a volte agiscono come conservatori” (“Opositores al Tren Maya actúan como conservadores, dice AMLO”, La Jornada, 6/1/2020).
Come intendere questa ovvia allusione agli zapatisti? Come ultima istanza di fronte all’ondata di morte e di oppressione che li investiva, hanno costituito un esercito e si sono sollevati in armi il primo gennaio del 1994. Dodici giorni dopo, ascoltando l’appello della società civile, hanno deposto le armi e da allora non le hanno più utilizzate, per 26 anni, nemmeno per difendersi. Le armi sono lì. Sono uno strumento, come i machete, ha detto una volta il subcomandante Moisés. Ma gli zapatisti hanno scelto la via non violenta.
Quelli che hanno scelto la via delle armi sono stati i governanti. Non hanno smesso di seguirla. Il governo attuale promette abbracci, non pallottole, ma la militarizzazione del paese continua con la contestata Guardia Nazionale. Saranno loro quelli che appaiono scombussolati, nervosi, conservatori? Non ha senso riferirsi in questo modo agli zapatisti, campioni della non violenza.
E come sarebbe a dire che “si è potuto (…) ottenere la trasformazione senza violenza”? Quale trasformazione? Quella che si continua a promettere, mentre non cessano i crimini, prosegue la rapina di terre, acqua e diritti, si perseguono i migranti e si mantiene una profonda disuguaglianza, mentre si appoggia il capitale che causa tutto questo? Quale trasformazione si è potuto ottenere?
Si parla all’infinito delle consultazioni che legittimerebbero il Treno Maya. Con solo 90.000 persone che sono andate a dire sì? Con assemblee truccate e controllate? Una consultazione previa effettuata dopo aver concesso contratti per oltre 600 milioni di pesos per i lavori? Una consultazione libera che viene concordata solo con le autorità e sotto controllo? Una consultazione informata che si basa sulla propaganda di effetti positivi senza menzionare gli impatti negativi e in una situazione in cui le autorità stesse non sono a conoscenza della portata di ciò che stanno pianificando?
In alto e in basso si reclama giustizia. Non ce n’è. Continua ad esserci una profonda ingiustizia, aggravata dalle politiche pubbliche; si promette, ad esempio, di non fare ulteriori concessioni, ma il problema sono quelle già accordate. Il sistema giudiziario continua ad essere dispersivo e disorganizzato, quando non è corrotto. Secondo alcune voci, la giustizia non deve far altro che riaggiustare la burocrazia, punire qualche colpevole e risarcire le vittime. Una di quelle voci, invece, quella di una madre che ha perso il figlio, ha messo il dito nella piaga: giustizia sarebbe che non possa più succedere quello che è successo a suo figlio, che vivessimo in una società sicura, in cui una bambina possa crescere senza paura.
Questa condizione esiste solo fra gli zapatisti. Nell’Incontro delle Donne del 27 dicembre, a cui hanno partecipato più di tremila donne di 49 paesi, è stato messo in luce che in tutta l’area zapatista non c’è stato un solo femminicidio, mentre nel resto del paese ce ne sono circa sette al giorno.
Queste voci si fanno sentire sempre di più. Alcune definiscono chiaramente ciò che intendono affermare: “l’Istmo è nostro”, “l’Istmo che vogliamo”. Altre esprimono soltanto quello che non vogliono: “No al Treno Maya”. Il Congresso Nazionale Indigeno spiega le tre vie che seguirà: l’organizzazione sociale delle comunità, per difendere ciò che appartiene loro; la denuncia attraverso i media e agli organismi nazionali e internazionali di difesa dei diritti umani, e l’attivazione di una strategia legale basata sull’amparo.i
Tra il rumore e la confusione che vengono dall’alto, spesso minacciosi, risuonano le voci che vengono dal basso, che stanno assumendo la propria fisionomia. Non lottano sulla base di maggioranze o di false unità. Lottano a partire da quello che sono… per continuare ad esserlo. E siamo in molte, siamo in molti ad essere disposti a tutto nel portare avanti questo impegno.
Fonte: “Voces”, in La Jornada, 13/01/2020.
Traduzione a cura di Camminardomandando
i “Istituto di tutela, tipico degli ordinamenti dell’America latina, ma vigente anche in alcuni paesi europei, attraverso il quale i singoli possono adire direttamente il tribunale costituzionale, denunciando le leggi lesive dei diritti fondamentali del cittadino” (https://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/A/amparo.shtml).
