di Gustavo Esteva
10 febbraio 2020
Siamo divisi. Due ampi settori della società si stanno già contrapponendo.
Negli Stati Uniti, metà della popolazione sostiene apertamente il presidente Trump. Ha accolto con entusiasmo il suo discorso trionfale del 5 febbraio. L’altra metà, che lo rifiuta, si è forse identificata con l’atto simbolico della signora Pelosi, la leader democratica al Congresso, quando alla fine del discorso ha strappato la sua copia di fronte a tutti.
Chris Hedges, acuto critico statunitense, due giorni prima ha messo il dito nella piaga analizzando la situazione.
“Il paese di cui parlano i politici, gli accademici e i mass media è una fantasia, una fiction in stile Disney. Più le cose peggiorano, più ci rifugiamo nelle illusioni. Più rimandiamo il momento di chiamare per nome e affrontare il nostro degrado fisico e morale, più potere acquistano i demagoghi che diffondono illusioni e fantasie… La smania di speranza agisce come un anestetico”. Le innumerevoli speranze che milioni di americani hanno nutrito in questi anni erano fughe psicologiche di fronte alla crisi.
La diagnosi di Hedges è convincente: “l’aggrapparsi all’auto-inganno collettivo è una caratteristica di tutte le civiltà che si trovano negli spasmi della morte. Siamo nella fase terminale. Non sappiamo più chi siamo, cosa siamo diventati e come ci vedono fuori dagli Stati Uniti. È più facile, a breve termine, trovare rifugio in noi stessi, celebrare virtù e forze inesistenti, crogiolarci nel sentimentalismo e nel falso ottimismo. Alla fine, però, questo rifugio, diffuso dall’industria della speranza, garantisce non solo il dispotismo ma anche, data l’emergenza climatica, l’estinzione” (Hedges, America: Land of Make-Believe, 3 febbraio 2020).
Tuttavia esiste un’altra forma di speranza.
Brian Snyder è appena diventato cieco. Una malattia genetica degenerativa l’ha privato della vista di cui godeva fino a poco tempo fa; ed è stato allora, dice, che ha cominciato a vedere. Nè lui, che ha 40 anni, né sua moglie, che ha gravi problemi di salute, hanno un’assicurazione sanitaria e un reddito che permetta loro di pagarla. Brian ha reagito immediatamente all’articolo di Hedges. In un commento su Facebook descrive la sua drammatica situazione, aggiungendo subito che non sta scrivendo per ricevere denaro. È un modo per chiedere a me stesso di trovare la forza e il coraggio necessari per smettere di partecipare a questo sistema economico di merda e avviare l’organizzazione della costruzione di un mondo in cui ciascuno riceva amore, cibo, tetto e cure, perché questo è ciò che è etico e morale per noi, in quanto esseri umani dotati di capacità di agire con empatia e con amore.
Brian chiede di essere contattato da quanti vivono nel suo comune e vogliono organizzarsi per un cambiamento su scala locale. Non parlo di uscire a protestare per le strade, con la gente che suona il clacson, e poi tornare alla routine quotidiana. Parlo di occupare in modo non violento le multinazionali per impedire loro di operare, creando nello stesso tempo una comunità autonoma e flessibile che non dipenda da quelle multinazionali per sopravvivere.
Brian definisce la speranza in un altro modo. Se ti senti come me, traduci questi sentimenti nelle tue parole, affinché quelli che sono come te e me non si sentano soli e senza speranza in quest’epoca desolata. C’è speranza. Finché siamo vivi, c’è speranza.
In definitiva, di questo si tratta. Invece di prepararci alla guerra civile, affrontando quelli che continuano ad aggrapparsi ad illusioni, abbiamo bisogno di concentrarci sulla costruzione del mondo nuovo. Quello che si deve fare è molto diverso in una piccola città del nord della California, nella Sierra Norte di Oaxaca o in un quartiere periferico di Città del Messico. Come dicono gli zapatisti, ogni area geografica ha le sue sfide e le sue forme di organizzazione. Ma questo è ciò che bisogna fare: organizzarsi.
Questo approccio richiede un cambiamento di prospettiva molto radicale. Mentre politici e intellettuali continuano a parlare di come salvare il Paese, il mondo o la biosfera, e le loro dichiarazioni o promesse si allontanano sempre più dalla realtà, nel mondo che sta in basso si elabora un’altra percezione. Ogni persona di buon senso e determinata può cadere in un senso di impotenza e persino di disperazione se riflette su che cosa fare di fronte ai problemi attuali del paese o del mondo. Forse sente che le sue capacità d’azione, per quanto rilevanti a livello locale, sono insignificanti di fronte ai mali che ci affliggono. Potrebbe allora cadere nell’atteggiamento obbediente e sottomesso di chi aspetta la soluzione dall’alto. Potrebbe entrare in azione il fascista che tutti ci portiamo dentro, quello che ci fa amare il potere, quel potere che ci opprime e ci spoglia, mentre finge di stare al nostro fianco.
Abbiamo bisogno di recuperare il buon senso e la scala umana. Dobbiamo fare quello che è necessario al nostro livello. La realtà non cambia perché un leader prende decisioni che risolvono tutto, o per lo meno conduce le masse verso una qualche terra promessa. Cambia quando uomini e donne comuni considerano insopportabile la situazione in cui si trovano e hanno il coraggio sufficiente per agire di consegueza. Come Brian.
Fonte: “Entre la ilusión y el coraje”, in La Jornada, 10/02/2020.
Traduzione a cura di Camminardomandando.
