di Gustavo Esteva
18 maggio 2020
La battaglia principale della guerra in cui ci troviamo avverrà nello stomaco.
Dagli anni Trenta non si vedeva una coda come quella di oggi nel Grande Magazzino Alimentare di Chicago o nelle migliaia di kitchensoups (cucine popolari) che negli Stati Uniti distribuiscono alimenti gratuiti. Moltissima gente non ha denaro per mangiare. Prima dell’emergenza più di 800 milioni di persone nel mondo ogni notte andavano a letto con lo stomaco vuoto. Il numero aumenta tutti i giorni. Secondo gli esperti, nei prossimi mesi si verificheranno carestie come non si vedevano dal medioevo.
Milioni di persone, in Messico e negli Stati Uniti, hanno perso il lavoro. Molti non lo riavranno. Quasi tutte queste persone dovranno essere alimentate. In Messico in caso di emergenza se ne occupano fondazioni e organizzazioni caritatevoli. Non potranno farlo per un tempo indefinito. Dovranno essere creati meccanismi appositi per rifornire di cibo tutta questa gente.
Ristoranti e trattorie sono riusciti a sopravvivere preparando cibi da asporto, oppure vendendo per telefono o on line. Uber Eats ha avuto clienti come non mai. Molti di questi continueranno a esserlo una volta finita l’emergenza. La cosa è loro piaciuta.
Milioni di persone ovunque hanno svolto da casa i compiti relativi al loro lavoro. Questa tendenza, cominciata già prima, si è accelerata con l’emergenza. Per i datori di lavoro ha molti vantaggi. Coloro che così sono obbligati a trasformare la propria casa in luogo di lavoro optano per piatti pronti a domicilio. Non hanno il tempo per cucinare.
Per queste, e per altre simili ragioni, l’agroindustria intensificherà la propria azione devastatrice e causerà un maggior numero di pandemie. Le fertili pampas argentine continueranno a produrre per sfamare i maiali cinesi, e l’Amazzonia diventerà una fabbrica di soia. Se lo permetteremo, le nostre terre migliori faranno del Messico il primo luogo al mondo per l’esportazione di asparagi, ceci, e forse melanzane, spinaci e sedani. Continueremo a esportare birra, pomodori, peperoncini piccanti, come anche angurie, cetrioli, limoni e avocado. Le mafie controllano già alcune di queste coltivazioni. Rendono più della droga.
L’agroindustria e i sistemi di distribuzione si uniscono per determinare e controllare i modelli di consumo. A loro piace alimentare la gente a casa sua; se potessero, li imboccherebbero come i bebè. Su questo terreno si scorge già la resistenza: negli Stati Uniti la gente ha bloccato o ha impedito l’apertura di 400 nuovi supermercati Walmart, perché questi eliminano le botteghe locali gestite dagli abitanti stessi.
L’iniziativa di instaurare una collaborazione reciprocamente vantaggiosa fra consumatori urbani e produttori rurali ha avuto origine, pare, in Giappone. L’idea è arrivata in Germania e in altri paesi ed è diventata epidemica in Nordamerica. Ha dato origine alla Community Supported Agriculture [Agricoltura supportata dalla comunità] negli Usa e alla Community Shared Agriculture [Agricoltura condivisa nella comunità] in Canada. Migliaia di questi gruppi funzionavano già, con reciproca soddisfazione delle parti, quando è arrivato il virus. A quel punto si è prodotta un’esplosione. Sembra che il numero di queste realtà sia raddoppiato.
In modo simile stava crescendo la coltivazione casalinga, da un vaso sul balcone fino a un intero orto nel cortile dietro casa. A volte si trattava di pomodori reazionari: seguivano la moda, in una gara individualistica che iniziava con l’acquisto di semi e fertilizzanti chimici da Walmart. Altre volte erano pomodori rivoluzionari: costituivano i semi di una comunità urbana che subito includeva altri aspetti della vita quotidiana. Il potenziale della cosiddetta agricoltura urbana è realmente enorme. L’emergenza l’ha amplificata come non mai.
Si è verificata una rinascita inattesa delle coltivazioni nelle comunità rurali che hanno predisposto un cordone sanitario per la protezione del loro territorio. Sembra che quest’anno non andrà tanto male come l’anno passato, e tutti stanno seminando. Gli emigrati che ritornano si stanno inserendo facilmente nel giro, dopo aver trascorso la quarantena imposta loro dal proprio villaggio; ritrovano così la milpa che avevano abbandonato (la milpa è una forma di coltivazione integrata di mais, zucche e fagioli, ndt). La sorveglianza non lascia entrare le bibite a base di cola e altri alimenti spazzatura. Una lotta che in passato non decollava, quella contro l’obesità, il diabete e altre malattie di ogni genere, ha avuto un impulso insperato.
Si diffonde la consapevolezza di ciò che Eduardo Galeano ha formulato meglio di chiunque altro: in questi tempi di paura globale, chi non ha paura della fame ha paura di mangiare. Gli alimenti messi sul mercato ci fanno ammalare e ci uccidono. È il momento di mettere in pratica la nozione di sovranità alimentare sostenuta da Via Campesina: decidere noi stessi cosa mangiare… e produrlo.
La scorsa settimana a New York e in altre grandi città si è verificato un tipo di scarsità particolare: è finito il lievito per fare il pane. Migliaia di famiglie hanno recuperato tradizioni e capacità di preparare il proprio cibo. In questo territorio, nello stomaco, si svolge oggi la principale battaglia. Molta gente con l’emergenza ha imparato che la propria casa può cessare di essere puramente il luogo dove si dorme e si guarda la TV, diventando di nuovo una casa in cui praticare quotidianamente l’arte di mangiare, l’arte di abitare, la gioia di vivere.
Fonte: “Recuperar el apetito”, in La Jornada, 18/05/2020.
Traduzione a cura di Camminardomandando.
