Yasnaya Aguilar

di Gustavo Esteva

23 settembre 2019

Il 15 di settembre si è soliti ripetere a gran voce un’espressione che è divenuta classica: Gli eroi che ci hanno dato una patria. È importante chiedersi a chi l’hanno data e che cosa hanno dato.
Alla complessa epopea che chiamiamo Indipendenza presero parte popoli che erano esistiti da tempo immemorabile e rappresentavano i due terzi della popolazione che abitava la Nuova Spagna.[1]
Non lottavano per le stesse cose per cui lottavano i meticci, che per lo più cercavano di ereditare il dominio spagnolo. Lottavano contro coloro che li avevano oppressi per tre secoli.
Nel 1824, quando i padri della patria si indirizzarono ai neo-messicani per far loro conoscere la Costituzione che creava il nuovo Stato-nazione, il discorso ufficiale incluse una esortazione: Se in tutti i nostri atti ci siamo proposti come modello la felice repubblica degli Stati Uniti del Nord, imitiamoli nella prudenza con la quale si sono comportati in una posizione assai simile alla nostra. Ci avvertivano che avremmo avuto bisogno di un impegno maggiore, per sfide come la corruzione che ci avevano lasciato in eredità i nostri governi precedenti, ma se avessimo agito con prudenza, alla fine avremmo potuto giungere al tempio della felicità, della gloria e del riposo.
In questa Costituzione, quei popoli sono citati solo una volta, quando si conferisce al Congresso il potere “di regolare il commercio con le nazioni straniere (…) e le tribù degli indios”. Veniva così stabilita la tradizione che ha segnato l’intera storia del paese. I suoi popoli originari sono trattati come stranieri.
Anni dopo, i padri della patria proposero di imitare i vicini del Nord nelle relazioni con questi popoli: sterminarli o confinarli in riserve. La proposta non ebbe successo, ma neppure venne adottata una politica di convivenza. Si decise di educarli… perché cessassero di essere ciò che erano. Culturicidio invece di genocidio. Il sistema educativo venne impiegato per de-indianizzare gli indios. L’ha fatto con molti milioni di loro.
Si celebra continuamente Juarez come colui che affrontò valorosamente l’intervento statunitense, colui che realizzò la separazione fra Chiesa e Stato, il Juarez austero e repubblicano. Poche volte si ricorda che le sue riforme, concepite a partire dall’ideale statunitense della piccola proprietà, negarono la proprietà comunale. Prepararono il terreno perché questi popoli perdessero quanto avevano potuto strappare alla corona spagnola e si potessero trasformare in semischiavi dei possidenti terrieri porfiriani.[2]
Parteciparono alla Rivoluzione. I loro eserciti circondavano quelli che lottavano per una nuova Costituzione, che non potevano evitare di ascoltarli. Però non ebbero miglior sorte. Si riconobbe che avevano diritti sulle terre che occupavano già prima che esistesse la nazione che pretendeva di essere padrona di tutto il territorio nazionale, ma questo riconoscimento fu sempre fonte di conflitto. Cárdenas non seppe come tradurlo in pratica, o non volle. Durante la sua gestione, allorché si consegnò ai contadini la metà delle terre coltivabili del paese in ejidos (proprietà rurali di uso collettivo, ndt) o piccole proprietà, a quei popoli non venne riconosciuto neppure un solo ettaro di terra.
Cárdenas definì una posizione che ha sempre caratterizzato i governi messicani: non si tratta di indigenizzare il Messico, bensì di messicanizzare gli indios. L’espressione significa negare ciò che sono, il loro proprio essere, ciò che li distingue e li caratterizza, per mettere al suo posto una condizione che non ha altra definizione chiara se non quella fornita dalla burocrazia. La campagna permanente per forgiare l’amor di patria nella popolazione, che inizia fin dai primi anni di scuola, non riesce a fare a meno di alcuni simboli, come la bandiera, e di alcuni elementi vergognosi, come l’inno, ma ottiene che molte persone acquisiscano rispetto per la struttura che li opprime. Imparano a amare le proprie catene.
Tutto ciò consente di capire perché quei popoli oggi affermano con fermezza: Non siamo la radice del Messico, siamo la sua negazione permanente. Coloro che sono stati sempre negati dalle istituzioni dello Stato-nazione, ideato come forma politica del capitalismo e oggi in chiara decadenza, affermano con buone ragioni di essere nazioni senza Stato. Non vogliono più continuare a essere impiegati come una riserva folcloristica che giustifica culturalmente e spiritualmente lo Stato messicano, come spiega con tutte le ragioni Yasnaya Aguilar. Per lei, ci sono state senza dubbio ragioni storiche e politiche perché nel 1996 il Congresso Nazionale Indigeno adottasse lo slogan: Mai più un Messico senza di noi. Si opponevano al fatto che tutti i progetti del paese, tutti gli sforzi per costruirlo come una sola entità, si basavano sulla negazione sistematica dei suoi popoli originari. Ora compiono un altro passo. Come dice Yasnayia, si confermano nella propria tradizione, si costruiscono, con matriottismo, come un noi senza Messico.
La Quarta Trasformazione[3] si salda chiaramente alla tradizione delle prime tre. Però i popoli contro i quali si indirizza lo snaturamento coloniale e oppressore vanno avanti decisi a difendere quello che sono e quello che hanno. Almeno con loro, non passerà.

gustavoesteva@gmail.com

Fonte: “Hora de cambiar”, in La Jornada, 23/09/2019
Traduzione a cura di Camminardomandando

[1] Ndt – Il primo vicereame dell’impero coloniale spagnolo (1535-1821), che comprendeva anche il il territorio messicano.

[2] Ndt – Allusione al periodo in cui il generale Porfirio Díaz governò il Messico (dal 1876 al 1915), dando impulso all’industrializzazione, alle miniere, all’estrazione del petrolio e alla concentrazione della terra nelle mani dei latifondisti.

[3] Ndt – Quella che AMLO ha promesso al paese con la sua presidenza.