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Dobbiamo riproporci, ancora una volta, la vecchia domanda di Lenin: che fare? La mentalità dominante sembra incapace di uscire dal vicolo cieco in cui ci ha fatti entrare. Non può neppure immaginare che esista una via d’uscita. Il libero commercio è un buon esempio. Poche cose sono state più distruttive per il paese del trattato di libero commercio. Ha smantellato la nostra base produttiva, ha causato l’emigrazione forzata di 20 milioni di messicani e ci ha lasciato nella dipendente miseria attuale. Solo alcuni ne beneficiarono. Invece di intraprendere l’arduo cammino della ricostruzione, il nuovo governo si afferra a un altro trattato, che sarà ancora peggiore. E le autorità sono cadute nel panico di fronte alla minaccia di dazi che avrebbero rappresentato un passo verso l’uscita per rompere la nostra attuale dipendenza. Non sembra possibile che i governi scoprano un percorso alternativo, e il loro margine di manovra è molto ridotto. Dobbiamo prendere il problema nelle nostre mani. Interrogandolo su come cambiare la società, negli anni ‘80 Illich rispose: né la rivoluzione né la riforma possono in fin dei conti cambiare una società. E’ necessaria piuttosto una nuova storia forte, una storia capace di spazzar via i vecchi miti e trasformarsi nella storia preferita, una storia così inclusiva da riunire in un tutto coerente tutti i frammenti del passato e del presente, una storia che accenda una luce sul futuro affinché possiamo fare un ulteriore passo avanti. Se si vuole cambiare la società, è necessario raccontare una storia alternativa. Né la Riforma né la Rivoluzione hanno cambiato sufficientemente la società messicana. Hanno mantenuto il regime dispotico creato a partire dall’Indipendenza, un regime che per 200 anni ha operato in modo apertamente dittatoriale o con diverse facciate democratiche. E’ giunto il momento di porvi fine. Per questo è necessario cambiare la maniera di cambiare. La prima cosa, forse, è avere il coraggio di affrontare il linguaggio patriarcale con cui siamo stati educati. Le parole che usiamo determinano il modo in cui sperimentiamo il mondo. Ci hanno dato parole che offrono filtri occidentali distorti e patriarcali. Poiché il nocciolo del problema sta nel sistema dominante di comando e di controllo, dobbiamo smantellare ogni gerarchia nei nostri ambiti, organizzazioni e attività, distruggendo così il cuore stesso del regime patriarcale. Non si tratta di raccogliere le speranze o le iniziative di un’avanguardia illuminata o di un leader carismatico. Il controllo degli apparati statali non è mai stato una via per il cambiamento. Non lo è una democrazia che è solo lo schermo di un regime dispotico, razzista e sessista, fin dal suo disegno originale fino ad oggi. Abbiamo bisogno di ricostruire la società dalla base e forgiare una nuova storia, lasciandoci alle spalle i miti associati con lo Stato-nazione, la patria e la società in generale. Dobbiamo rinunciare al futuro, per il carattere illusorio delle terre promesse, e stivare nel presente tanto passato e futuro quanto possiamo. A partire dal presupposto che la gente è paralizzata o si muove in una direzione sbagliata, dobbiamo fare appello al contagio e alla commozione invece che alla promozione leninista di nuovi cammini: si tratta di muoversi assieme all’altro, all’altra, per scoprire assieme il cammino. Dobbiamo recuperare il senso della proporzione. L’uomo industriale ha fatto fallimento con la sua pretesa di essere Dio. La lotta sociale deve essere concepita nella dimensione di quei comuni esseri mortali che noi siamo. Potremo recuperare la nostra autonomia operando sulla nostra scala, invece di pretendere di poter vedere il mondo dall’alto, dallo Stato, come se stessimo lì o ancora più in alto. La politica o l’etica devono tornare al centro dell’organizzazione sociale, scacciando da lì l’economia, in modo che ci possiamo concentrare sulla cura della vita e affrontare radicalmente la politica di morte che regna. Occorre dire no allo sviluppo, in qualunque delle sue forme, con qualunque dei suoi aggettivi o pretesti. Non vogliamo essere come gli sviluppati. Dobbiamo recuperare la nozione di sufficienza, l’idea di avere solo il sufficiente per vivere bene. Abbandonare la compulsione a possedere sempre di più, basata sulla premessa della scarsità che è il fondamento della società economica; anche questa sarà dissolta. La nuova società dovrà essere basata sull’amicizia, non sul guadagno o l’ideologia. Non siamo individui, questa costruzione su cui siamo stati modellati che liquida la nostra condizione umana. Neppure siamo masse, nelle quali viene potenziata l’inumanità della condizione individuale. Siamo persone singolari, nodi di reti di relazioni reali e concrete, immerse in tessuti comunitari che costituiscono le cellule della nuova società. In questi tessuti non ci sono solo esseri umani; vi si trovano anche tutti gli esseri che formano la Madre Terra che noi siamo. Passo dopo passo si può così concepire, raccontare e realizzare la nuova storia, la storia della nuova società che è nata nelle viscere di quella vecchia e comincia a lasciarla alle spalle, con tutto il suo orrore. traduzione a cura di camminardomandando |
