Come sopravvivere nell’era della post-verità? Già il termine è scandaloso. Che lo si impieghi per alludere allo stato di cose imperante è insopportabile.
L’abbiamo appena sperimentato. Gli spettacoli messi in scena su entrambi i lati della frontiera per occultare quello che accadeva non hanno svolto bene le proprie funzioni. Molta gente ha scoperto la nudità degli imperatori, anche se è rimasta aperta una porta molto ampia per la speculazione.
Nel corso di questa settimana, ad Oaxaca, José Ángel Quintero Weir, un indigeno añú del Venezuela, in alcuni seminari ed incontri ha delineato un cammino che si discosta sia da Maduro che da Guaidó. Lo stanno percorrendo dal basso popolazioni indigene e molte altre persone che stanno facendo emergere un nuovo noi, dal basso. Non costituiscono partiti né movimenti sociali. Sono espressione di ciò che Zibechi chiama società in movimento.
José Ángel ha utilizzato più di una volta la metafora delle dita della mano. Il primo dito è la responsabilità, il modo in cui ciascuno si assume la propria, anche quando sembra che le questioni non lo riguardino. Il secondo dito è la verità: bisogna dirla, anche se ciò non conviene a chi la dice. Il terzo è la fiducia, perché è necessario ispirarla e poterla riporre in altre persone. Il quarto è l’autonomia, intesa come la propria capacità messa al servizio degli altri; come si dice nella Sierra Norte di Oaxaca, il proprio non è ciò di cui si fa tesoro per sé, ma ciò che si condivide. E il pollice è la coscienza saggia, quella che si acquisisce quando si vivono la responsabilità, la verità, la fiducia e l’autonomia…
Lo scorso sabato 15 giugno, nel parco comunale di San Ysidro, in California (Stati Uniti), si sono radunati artisti, attivisti sociali, accademici, difensori dei diritti umani e molte altre persone, alcune delle quali portavano rappresentazioni di esemplari di specie migratorie. Poco dopo è iniziata una marcia silenziosa che si richiamava alla tradizione di Gandhi e alla necessità della non violenza. Al posto di confine sono stati ricevuti da appartenenti ai popoli originari con una cerimonia che offriva simbolicamente accoglienza alle specie migratorie.
Era un atto di ossequio alla sacralità della migrazione, perché tutti siamo migranti. Tutte le specie e tutti noi uniamo i nostri cuori per riconoscerci come una sola famiglia della terra, ha spiegato Sonia de Otto, rappresentante dell’Università Gujarat Vidyapith, fondata nel 1920 dal Mahatma Gandhi.
Infine, nel Centro culturale Tijuana si è costituita la prima Asamblea de Pueblos, Barrios y Comunidades [assemblea di villaggi, quartieri e comunità] della regione San Diego-Tijuana per la realizzazione di un programma d’azione per la non violenza.
Non ha potuto partecipare all’assemblea Pancho Ramos, un messicano clandestino che da alcuni decenni porta avanti il suo attivismo senza documenti e senza paura. Aveva già percorso a piedi 500 miglia (804 chilometri) da Oakland: un Cammino verso una Famiglia della Terra. Lungo il percorso, molte persone diverse gli avevano offerto ospitalità e solidarietà perché continuasse la sua lotta per i migranti. A San Ysidro si era unito al corteo in marcia e aveva attraversato il confine. Per convinzione, Pancho non aveva documenti. Con tale pretesto, la polizia messicana l’ha arrestato e l’ha consegnato alle autorità statunitensi. Ancora non si sa che cosa faranno queste ultime con un messicano deportato negli Stati Uniti dalla polizia messicana.
I passi di Gandhi, oggi, non sono ormai fuori luogo?
Nel 1949, George Orwell rifletteva su Gandhi nei seguenti termini: “Dobbiamo considerare colpevoli i santi finché non venga provata la loro innocenza, ma le prove per dimostrarla non sono le stesse in tutti i casi. In quello di Gandhi, le domande che si è portati a formulare sono: in che misura era spinto dalla vanità – per la considerazione che aveva di se stesso come di un vecchio umile e nudo, che si sedeva su un tappetino da preghiera e faceva tremare imperi con il suo semplice potere spirituale? e in che misura era sceso a compromessi con i suoi stessi principi partecipando alla vita politica, che per sua stessa natura è inseparabile dalla coercizione e dall’inganno?” (http://www.orwell.ru/library/ reviews/gandhi/english/e_gandhi).
Come partecipare, oggi, alla vita politica, che è sempre coperta da una coltre insopportabile di menzogna? Come sopravvivere alla continua aggressione della propaganda, che costruisce le menzogne quotidiane per nascondere costantemente una verità intollerabile? Come vivere con responsabilità, verità, fiducia, autonomia e coscienza in queste circostanze?
Forse tracciando la strada con il nostro camminare. Il risultato non è chiaro. Ben in vista, invece, c’è la minaccia di una violenza costante; il repertorio delle azioni che vengono dall’alto si riduce sempre più a quest’ultimo strumento di coercizione. Senza paura, mettendo apertamente in pericolo il nostro tornaconto, con una chiara coscienza del rischio e dell’inganno e dell’oppressione, anche se l’obiettivo immediato non sembra molto chiaro e non si colloca nel contesto consueto della scena politica e delle elezioni, bisogna percorrere il cammino della politica altra, quella che consolida i nostri principi invece di corroderli.
Fonte: “Caminos de verdad”, in La Jornada, 17 giugno 2019.
Traduzione a cura di Camminardomandando.
