Mano mano che il polverone si deposita si chiarisce la prospettiva. Sarà sempre più difficile negarla. La battaglia contro il huachicol [il furto di benzina dalle condutture, ndt] ha reso evidente quello che sapevamo già, o quantomeno sospettavamo. Il huachicol è nato nelle alte sfere, ha penetrato tutti i livelli del governo e ha contaminato ampi strati della società. Lungi dall’essere finita, questa è solo la prima battaglia della lunga guerra alla corruzione dichiarata dal presidente Andrés Manuel López Obrador. Nel bel mezzo delle tensioni che ha scatenato, ha detto che gli avevano riempito il piatto, quando aveva scoperto che il governo non era lì per sostenere il popola ma per facilitare la corruzione. (La Jornada, 12/01/2019). Non è un’esagerazione. Si combatte un comportamento che ha disciolto i confini tra apparati pubblici e privati e ha trasformato la corruzione in pratica generalizzata, sia nella pubblica amministrazione che nella società messicana.

Il huachicol non è un atto criminale isolato. Oltre a coinvolgere funzionari a tutti i livelli, richiede la complicità e, in molti casi, la partecipazione attiva, di intere comunità. Queste pratiche disoneste generalizzate presuppongono una degenerazione morale, ma la mazzetta che contamina fino alla più semplice azione tra le più comuni della nostra vita quotidiana trova spesso la sua ragione nella lotta per la sopravvivenza.

Sembra che il Presidente lo abbia capito. Nell’Acambay, uno stato del Messico, nel corso del lancio dei suoi programmi integrali del benessere per disincentivare il huachicol, ha detto: Non voglio stigmatizzare il Comune in quanto non è una pratica che coinvolga la maggioranza della gente e chi è stato coinvolto lo ha fatto per necessità. (La Jornada 23/01/2019).

La letteratura ha descritto drammaticamente il modo in cui il capitale combatte incessantemente una guerra alla sussistenza che lo caratterizza, obbligando i sedicenti poveri a commettere mancanze morali o legalmente censurabili. Sono spesso risorse di ultima istanza per sopravvivere in un regime che non consente alla maggioranza di vivere decentemente e con dignità.

Ha un senso dare una mano a coloro che sono in condizioni di tale estrema necessità che sono spinti a rubare, come ha un senso anche lottare con decisione contro la corruzione che ci travolge. Tuttavia, come segnala Boaventura de Sousa Santos, si mette così l’accento sull’immoralità e illegalità del capitalismo, ma non sull’ingiustizia sistematica di un sistema di dominazione che può essere costruito in perfetta conformità con la legalità e la moralità capitaliste.

In effetti, mentre si combatte il cancro della corruzione e si allevia la situazione drammatica di milioni di persone con sussidi statali, non bisogna dimenticare che il capitalismo genera sia la corruzione che la povertà. Promuovere l’espansione capitalista sotto il manto decoroso dei programmi sociali e della promozione dello sviluppo significa dare con la mano sinistra quello che ci si prende con la destra. Inoltre, condanna alla dipendenza dalla carità statale coloro che lottano soltanto per una vita dignitosa che il regime dominante ostacola o impedisce.

La battaglia contro il huachicol mette il nuovo governo di fronte alla sua contraddizione fondamentale. Realizza gli impegni elettorali di aiutare milioni di persone a vivere e allo stesso tempo le minaccia con progetti che sottrarranno alla maggioranza il poco che ha, distruggeranno forme autonome di sussistenza e ciò che hanno intorno, e li priveranno delle loro terre.

Aveva ragione Juan Villoro lo scorso 8 di aprile quando diceva che la speranza del Messico è la bancarotta. Era. Vivevamo nella paura senza speranza. Era cresciuta tra di noi una certa rassegnazione, la sensazione che non ci fossero alternative, che niente potesse diventarlo. Un cinico spiegamento di forze cercava di imporre la volontà di quelli che stanno in alto mediante la sottomissione rassegnata di quelli che stanno in basso. Lopez Obrador ha saputo incarnare il rifiuto del sistema che determinava lo stato d’animo prevalente e si è collegato più volte alla speranza: ha voluto coltivarla. Ha contribuito così a far si che un gran numero di persone la recuperassero e cominciassero a operare come forza sociale. Si estende adesso a milioni di persone che ricevono vari benefici e osservano cambiamenti significativi negli apparati statali. Ma il processo è diventato perverso. Non solo questa speranza si concentra su una persona, che sarebbe il salvatore del paese, se non che si modella in termini sempre più irreali. Viene alimentata in un numero crescente di persone l’emozione fiduciosa in un messia che giungerà alla radice di tutti i nostri mali e li estirperà, cosa ovviamente impossibile.

Si creano pertanto divisioni profonde tra coloro che resistono apertamente ai progetti e alle politiche del nuovo governo che li minacciano e coloro che hanno concesso la loro fiducia senza riserve. La posizione sensata di Alfonso Cuarón non basta: Sono speranzoso, ma pago per vedere (#aristeguienvivo 25/01/2019). Dobbiamo riprenderci la speranza in un qualsiasi messia e in pure illusioni per radicarla in quelli che veramente possono trasformarla in forza sociale, in quelli che stanno in basso, e costruire un’alternativa vera al regime che ci distrugge e ci divide.

Fonte: “Perversión de la esperanza”, in La Jornada, 28/01/2019

Traduzione a cura di camminardomandando