È utile chiedersi perché la principale sfida di fronte a cui si trovano gli eletti del primo di luglio non figuri tra le promesse e le intenzioni che hanno annunciato nel corso del mese. Forse non sanno come procedere. O forse quello che pensano è inconfessabile.
Il regime politico messicano è stato associato per 90 anni con le successive incarnazioni del PRI [Partito Rivoluzionario Istituzionale]. Questa era è terminata. Il marchio PRI è ancora presente, così come lo Stato-nazione democratico, la forma politica del capitalismo. Ma è finita la forma politica che questo regime aveva adottato in Messico a partire dal 1928. Il primo luglio potrebbero essere stati messi gli ultimi chiodi alla sua bara.
È stato un processo lungo, decenni di auto-distruzione. Fino a un mese fa, tuttavia, si riteneva possibile che i resti del PRI rimanessero come una forza politica di prima grandezza, per continuare ad alimentare la sua speranza di risurrezione. Non si prevedeva la sua virtuale estinzione. È stato una sorpresa che il PRI non abbia ottenuto un governatorato, un solo deputato o qualcuno dei municipi importanti che erano in gioco. È letteralmente scomparso dalla mappa elettorale. E questo è stato soltanto un sintomo di ciò che in realtà era scomparso.
Le patetiche dichiarazioni dei dirigenti del PRI sono rivelatrici. Sono angosciati di fronte a un cadavere che non vogliono riconoscere come tale. Dire che sembrano galline senza testa è una metafora che descrive bene la situazione.
È difficile pensare che Ulises Ruiz creda a quello che dice. Però è eccessivo che chieda di riconsegnare il PRI ai suoi padroni, i militanti. Come e quando è appartenuto loro? Il PRI non è mai stato un partito di militanti. È nato come una creazione governativa, dall’alto, come una struttura corporativa, ed è rimasto così fino alla sua morte. Dulce María Sauri, che ne sa qualcosa, ha fatto una diagnosi precisa: il PRI si deve confrontare con l’irrilevanza perché i tarli hanno smantellato le sue basi. Non ha fatto nomi, ma tutti li conoscono.
Miguel de la Madrid ha compiuto il primo dei suoi colpi di Stato mediante l’esclusione della vecchia classe politica. Salinas ha utilizzato le risorse della privatizzazione in programmi sociali che facevano della povertà una questione individuale, secondo una concezione della Banca Mondiale che liquidava le forme tradizionali di controllo politico, ma non ha potuto lasciare armato il sostituto di partito che organizzava. Zedillo ha portato a termine il lavoro, ottenendo che il PRI cedesse la presidenza [ndt: con Zedillo si concluse il periodo di ininterrotta presidenza del PRI, e il suo successore nel 2000 fu Vicente Fox del PAN]. Avendo perso letteralmente la testa, il PRI è diventato una coalizione instabile di mafie, che hanno riprodotto la struttura verticale su scala regionale e statale. Ha usato il suo controllo sul Congresso per dotarsi di ampie prerogative. Le ha combinate con risorse di governatorati e municipi, programmi sociali, intrallazzi e altre fonti per mantenere il flusso di fondi che controllava i consensi mediante remunerazioni, prebende, complicità e garanzie di impunità. Si ricorreva inoltre all’intimidazione, al carcere e all’assassinio, e questi meccanismi di coercizione si intrecciavano con quelli di altre organizzazioni criminali, come quelle del narcotraffico, a cui ci si era associati.
Il dispositivo si è indebolito. I dirigenti del PRI avevano una chiara coscienza del processo autodistruttivo, che a volte cercavano di frenare o di compensare, ma a quanto pare non si sono resi conto che la spinta principale allo smantellamento del PRI veniva dal basso. Fino agli ultimi giorni prima delle elezioni si incoraggiavano a vicenda; la struttura uccide i sondaggi, dicevano, confidando che i loro 8 milioni di promotori avrebbero prodotto, il primo di luglio, i 24 milioni di voti di cui avevano bisogno. Non si erano accorti che la struttura stessa era scomparsa. Non lo sanno neanche oggi. I fondi, le strutture [letteralmente: gli scheletri] e gli edifici che ancora hanno permettono loro di credere che il PRI ci sia ancora. Ma non c’è più. Il dispositivo che caratterizzava il regime politico messicano è scomparso.
Dal momento che Morena controlla ora alcune delle sue componenti più importanti – il Potere esecutivo, i Congressi, i municipi chiave – ci si lascia prendere dalla tentazione che prenda in mano l’apparato, che si costituisca come sostituto del PRI. Oltre che un crimine, questo tentativo sarebbe un gravissimo errore. Quella che si chiamava presidenza imperiale non esiste più. Pretendere che AMLO agisca in quei termini è un’illusione pericolosa, che già si alimenta con accordi verticistici, in particolare con impresari, che hanno tutto l’aspetto dei vecchi usi e costumi.
Il dispositivo che ha caratterizzato il regime politico messicano andava molto al di là delle posizioni formali oggi detenute da Morena. I chapulines [le cavallette, in lingua náhuatl] si adatteranno senza difficoltà al nuovo stato di cose, in posizioni burocratiche o politiche. Alcuni elementi della struttura potranno trasferirsi. Ma quello che è stato il PRI non c’è più. Siamo entrati in un territorio sconosciuto, pieno di rischi come di opportunità. Abitudini che si sono costituite in 90 anni non scompaiono facilmente… anche se non hanno più una base su cui reggersi.
Lenin è passato di moda, ma uno dei suoi detti sembra molto pertinente: Quelli che stanno in basso non vogliono più vivere come prima. Quelli che stanno in alto non possono più governare come prima.
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Traduzione a cura di Camminardomandando
testo originale: “¿Y el PRI?”, in La Jornada, 31/07/2018
